Daft Punk Reloaded

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Difficile trovare una band o un artista che possa confrontarsi con l’aura leggendaria che almeno per ora avvolge i Daft Punk.

Daft Punk Reloaded

Cominciamo subito a parlarci chiaro: se non conoscete l’aneddoto dietro alla scelta del nome “Daft Punk” andate immediatamente a dare uno sguardo su wikipedia, non siamo mica qui per raccontarci le cose che sanno anche i sassi.

Parliamo di cose serie: ripercorriamo rapidamente le tappe salienti dei loro studio album fino ai fatti di pochi giorni fa (quali? Beh, continuante a leggere!).

Nel 1997 spuntò fuori quasi dal nulla il primo album di questa strana coppia di dj che immediatamente si impose nella scena dance-underground: Homework resta ad oggi il disco più variegato dei Daft Punk grazie alla sua micidiale miscela di house, elettronica e techno e all’uscita di un paio di singoli indimenticabili. Non va infatti trascurato l’impatto che ebbero canzoni come Da Funk e soprattutto Around the World (e il video di quest’ultima), pezzi che divennero da subito dei classici dance anni 90. Ma l’aspetto più importante, e che oggi possiamo confermare, è che si trattava davvero solo dell’inizio.

Quattro anni dopo, nel 2001, arriva Discovery. Lo dico subito, non voglio girarci intorno: è l’album dei Daft Punk che preferisco. La quantità di pezzi memorabili è davvero imbarazzante, difficilissimo scegliere i più rappresentativi quando ti trovi di fronte cose come One More Time, Aerodynamic, Digital Love, la strepitosa Harder Better Faster Stronger, Voyager, Verdis Quo… ha senso elencare tutta la scaletta? Non credo, ma se proprio devo scegliere una canzone cui sono più affezionato direi Face to Face. Volendo semplificare al massimo le caratteristiche dell’album potremmo dire che si tratta di un incredibile tributo alla musica dance dei tempi che furono (evidente anche dal massiccio uso di campionature anni 70-80) filtrato attraverso i caschi robotici
del duo francese che proprio con questo album entrano nel loro abbigliamento di scena. Per non lasciarlo mai più.

Sempre a quattro anni di distanza ecco giungere il terzo album: il 2005 è l’anno di Human After All. Per la prima volta compaiono delle chitarre rock che pur essendo sulla carta in contrasto con il tema del disco (gli aspetti opprimenti della tecnologia moderna) non impediscono la nascita di singoli di grande successo come la title track e Robot Rock. Da ricordare sicuramente anche il video di Technologic con il suo inquietante protagonista. Nonostante i numerosi aspetti positivi è tuttavia innegabile che questo sia il disco più controverso dei Daft Punk, forse l’unico a non aver ottenuto giudizi positivi sostanzialmente unanimi ma piuttosto sparsi sia sul fronte della critica che del pubblico.

Personalmente credo che l’unico vero difetto di questo album sia una certa ripetitività di fondo che si incontra i numerose canzoni, quasi come se ci fossero le idee per avviare certi pezzi ma poi venissero a mancare quelle per svilupparli. Lungi da me voler essere giudice della loro discografia, ma se fossi tassativamente obbligato a scartare uno dei loro album credo che alla fine mi troverei costretto a scegliere questo, andando per esclusione.

In seguito v’è stato un lunghissimo periodo d’attesa di ben otto anni prima di poter aver fra le mani un loro nuovo album di inediti. A onor del vero penso sia comunque giusto fare almeno una menzione per la colonna sonora di TronLegacy uscita nel 2010 insieme al film, se non altro perché ebbe la capacità di generare qualche polemica di alcuni fan che si aspettavano un album più convenzionale e che invece si sono trovati, appunto, una colonna sonora pura, composta esclusivamente di pezzi strumentali d’atmosfera studiati appositamente per l’ambientazione della pellicola. Ma ricordiamoci che l’edizione in vinile numerato è comunque uno dei pezzi più rari e pregiati (nonché costosi) per i collezionisti: vi piace già di più questo disco, vero?

E arriviamo infine al 2013: Random Access Memories. Il “disco delle collaborazioni”. Sì, è vero, per il loro quarto album i Daft Punk scelgono di reclutare un esercito di guest star stratosferiche: le dobbiamo elencare? Non credo, come dicevo in apertura per queste cose avete wikipedia.

L’album ricalca in parte l’idea di Discovery, ovvero il ritorno al passato ma questa volta è nettamente più sul genere disco anni 70 con chitarre funk in abbondanza e molta meno elettronica. Fin dai primi ascolti mi sono reso conto che si trattava di un album stellare e più il tempo passava più mi rendevo conto che sarebbe stato difficile trovare un disco migliore per quest’anno.

Nonostante qualche uscita di altissimo livello (su tutti Arctic Monkeys e Arcade Fire) alla fine ho fugato i dubbi e negli ultimi giorni dell’anno ho sentenziato che il Jesus Prize 2013 per il miglior disco andava ai cari parigini: immaginate quindi quanto possa avermi fatto piacere la premiazione dei Grammy di pochi giorni fa in cui si sono portati a casa tutti i cinque premi per i quali erano in nomination. Ma l’aspetto che più mi preme sottolineare è il fatto che, al di là dei quattro premi di maggiore importanza artistica, molto sulla qualità di questo album viene detto dal quinto premio, quello che fra gli altri difficilmente viene ricordato perché semplicemente liquidato come “premio tecnico”: Best Engineered Album. Come a dire che non solo questo è il disco più bello dell’anno ma è anche quello in cui ogni singolo aspetto della lavorazione è stato curato nel modo migliore e maggiormente preciso possibile.

E queste cose, insieme a memorabili performance live con a Stevie Wonder, sono quelle che secondo me fanno la differenza fra un bel disco, forse anche un ottimo disco, e un album che resterà impresso nella memoria di tutti per i decenni futuri: difficile trovare una band o un artista che possa confrontarsi con l’aura leggendaria che almeno per ora avvolge i Daft Punk.

Un abbraccio babbani miei, alla prossima!

Articolo a cura di Gesù Cristo

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