Aldo Giovanni e Giacomo: Il ricco, il povero e il maggiordomo

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È in sala il nuovo film di Aldo Giovanni e Giacomo: dopo gli ultimi flop saranno riusciti a tornare agli antichi fasti?

Aldo Giovanni e Giacomo: Il ricco, il povero e il maggiordomo

Per chiunque sia nato a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, Aldo Giovanni e Giacomo rappresentano una parte dell’infanzia. I corti, Mai dire, Tel chi el telùn, Tre uomini e una gamba, Chiedimi se sono felice: spettacoli e film che, inevitabilmente, hanno segnato la vita di una generazione. Ma il tempo passa per tutti e, con gli ultimi lavori, il trio comico ha perso quella verve che lo ha sempre caratterizzato: con Tu la conosci Claudia, Anplugghed, Il cosmo sul comò e Ammutta muddica hanno toccato il fondo della loro carriera. Dopo essersi parzialmente ripresi con La banda dei babbi natale, tornano al cinema con Il ricco, il povero e il maggiordomo. La domanda sorge spontanea: è l’ennesimo flop o merita la visione?

Cominciamo col dire che molto dipende dalle aspettative con cui lo si guarda: Aldo, Giovanni e Giacomo hanno ormai una certa età, è normale che non siano più in forma smagliante e abbiano perso un po’ di brillantezza. Chi va al cinema sperando di ritrovare Chiedimi se sono felice rimarrà inevitabilmente deluso. Sarebbe più giusto invece aspettarsi un lavoro in linea con gli ultimi film: in questo caso si può godere della pellicola, che riesce a strappare qualche risata.

La trama è piuttosto banale: Giacomo interpreta un ricco uomo d’affari che investe nei titoli sbagliati e perde qualunque cosa, dagli immobili alla moglie; Giovanni è il suo maggiordomo-autista-tuttofare, che a causa del tracollo finanziario del datore di lavoro perde la donna amata; Aldo è un ambulante che vive con la mamma, abbandonato all’altare, discutibile allenatore di calcetto e la cui unica aspirazione è avere una bancarella tutta sua. I tre si incontrano e, insieme, tentano di recuperare i fili di una vita che gli sta sfuggendo di mano.

Arriviamo subito al sodo: il film fa ridere? Sì e no. Il problema principale, oltre ad una sceneggiatura discutibile (ma mica stiamo andando a vedere un film di Scorsese), è proprio la gestione dei tempi comici. Il film dura due ore piene, e si sentono tutte. La prima parte specialmente è molto lenta, prolissa, con battute e situazioni al limite della commediola più becera. Nella seconda parte invece il ritmo si velocizza, le gag sono più ispirate e si arriva al finale quasi senza accorgersene. Se avessero accorciato la prima sezione e gestito meglio i tempi comici, realizzando il tutto con la stessa freschezza della seconda parte, avrebbero ottenuto un lavoro nettamente migliore.

Un’altra osservazione riguarda la recitazione del trio. Lo dico fuori dai denti: per fare un bel film, non devono recitare. Pensiamoci: cosa caratterizza la loro comicità e ironia? La spontaneità, la naturalezza, l’improvvisazione. Situazioni quotidiane, discorsi che chiunque di noi potrebbe fare mentre parla con gli amici ma che pronunciati da loro fanno piegare sulla sedia. Anche quando seguono un copione devono avere degli spazi per l’improvvisazione, li hanno sempre avuti. È come se, nei film, fossero Aldo, Giovanni e Giacomo che si trovano in quella situazione. Negli ultimi lavori, al contrario, non sono più loro: sono Aldo, Giovanni e Giacomo che interpretano dei ruoli. E questi ruoli, lasciatemelo dire, gli stanno veramente stretti. Aldo carica in maniera eccessiva il suo essere macchietta; Giovanni è un pignolo esasperante; Giacomo è un saccente irritante. Non è un caso che le migliori battute, quelle due o tre che veramente fanno ridere di cuore, nascano proprio quando sembrano spogliarsi della parte che recitano e tornano finalmente ad essere loro stessi.
A livello registico c’è veramente poco da dire: è una «regia operaia», che fa il suo lavoro e niente più. Una menzione va invece a Giuliana Lojodice, che recita con grande classe sebbene il suo personaggio non abbia lo spessore che meriterebbe.

In definitiva Il ricco, il povero e il maggiordomo è un film che consiglio di vedere, ma con le giuste aspettative. È una buona commedia, niente di più e niente di meno. Non si ride sguaiatamente se non in un paio di scene della seconda parte; per lo più sfugge qualche sorriso e alcuni momenti sfiorano il cinepanettone. La speranza è che, fra qualche anno, il trio sforni un ultimo lavoro in cui tornerà a divertirci come ci ha abituato in passato (magari rinsaldando il sodalizio con Venier) prima di dare l’addio al grande schermo.

Perché altrimenti viene da chiedersi: ma cosa avete nel cervello, le scimmie urlatrici?

A cura di Daniele Mu
Caporedattore

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