Better Call Saul: quando uno spin-off è al pari dell’originale

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Better Call Saul: le tribolazioni quotidiane di Saul Goodman, un avvocato difensore i cui clienti sono quasi sempre individui legati alla malavita…

Better Call Saul: quando uno spin-off è al pari dell’originale

L’argomento spin-off è sempre delicato. Il confronto con l’originale è inevitabile, i fan trovano inevitabilmente qualche difetto e realizzare un prodotto che si mantenga sullo stesso livello del precedente è pressoché impossibile. A meno che tu non sia un certo Vince Gilligan; in quel caso tutto cambia.

È passato ormai più di un anno dalla fine di Breaking Bad, una delle serie tv destinate a entrare nella storia, segno evidente che sempre di più la serialità televisiva si sta avvicinando agli standard cinematografici e che, chissà, potrebbe provocare cambiamenti non indifferenti nel mondo dei film.

Qualche tempo dopo il finale della serie, Gilligan – sceneggiatore e regista – ha dichiarato di voler realizzare uno spin-off incentrato su Saul Goodman, il controverso e carismatico avvocato che, nonostante inizialmente paresse solo una macchietta, si è conquistato un certo spazio riuscendo a farsi strada nel cuore degli spettatori. Con l’annuncio sono arrivate anche le prime critiche: “Breaking Bad è perfetta così com’è, uno spin-off la rovinerebbe”, “Non riuscirà a mantenersi allo stesso livello”, bla bla bla. Gilligan e Bob Odenkirk (che interpreta Saul) se ne sono fregati altamente e hanno tirato dritto.

Il risultato è Better Call Saul, la cui prima stagione (10 puntate) è andata in onda a gennaio e si è conclusa a inizio aprile. Durante queste puntate lo spettatore conosce un lato inedito di Saul, “nome d’arte” di James McGill: con un tuffo nel passato ci vengono raccontati gli inizi di un avvocato scarruccato, improbabile, laureato tramite un corso per corrispondenza; ci vengono raccontate le difficoltà di un uomo che, dopo un’adolescenza e una gioventù fatta di scorribande e truffe – ma sempre “bonarie” – decide di cambiar vita, di diventare una persona per bene, di dedicare la sua vita alla giustizia e alla difesa dei più deboli. Le cose, si sa, non vanno mai come si vorrebbe, e questo spinge il povero McGill a tornare sui propri passi e ad iniziare il cammino che lo porterà ad essere quel Saul Goodman che tutti conoscono.

La sceneggiatura è molto ben curata: pur raccontando una storia per molti aspetti diversa e lontana da quella di Breaking Bad – ma neanche tanto, poi: le analogie si sprecano, e i più curiosi possono divertirsi a trovare dettagli che collegano una serie all’altra – riesce sempre a mantenere il ritmo giusto e ad essere credibile, costruendo vicende credibili e personaggi estremamente accurati. Anche Chuck, che in un primo momento pare semplicemente un pirla qualunque, arriva a ricoprire un ruolo centrale ai fini della storia; per non parlare di Mike, vero protagonista della seconda parte della stagione. Se la sceneggiatura è ottima, altrettanto si può dire della regia: c’è poco da fare, il tocco di Gilligan si sente eccome. Campi lunghi, riprese immobili, statiche, studiate al millimetro, tutto ricorda lo stile di Breaking Bad divenuto ormai marchio di fabbrica del regista. La fotografia, accesa e calda, ci riporta nelle atmosfere di Albuquerque mentre la sigla, nella sua psichedelia anni ‘70, “funziona” come poche altre. Un altro colpo di classe è il modo in cui si alternano i piani temporali, in un continuo gioco tra passato e futuro – rispetto ai fatti di Breaking Bad – che spesso è lo spettatore a dover cogliere e riposizionare.

Dopo una partenza col botto, in cui per davvero sembra di riguardare la serie madre, la stagione presenta alcune puntate più lente e riflessive. Attenzione: “lente” non significa monotone o noiose. Significa che il ritmo dell’azione rallenta per lasciare spazio alla narrazione e all’approfondimento psicologico, e chiunque abbia guardato Breaking Bad sa di cosa parlo. La seconda metà della stagione sposta il focus su Mike, al quale finalmente viene resa giustizia e dato maggior spessore. Il finale ci riporta su James, ormai prossimo alla trasformazione in Saul in seguito all’ennesimo affronto subito. James torna lo “Slippin’ Jimmy” della gioventù, e questo lo porta a utilizzare il proprio ruolo per i propri interessi personali. D’altra parte, fin da subito si nota la sua capacità di sfruttare ogni occasione per farsi pubblicità e la sua ormai nota abilità nel sfuggire dalle situazioni più improbabili e pericolose. Proprio il finale, che per i ritmi che assume in realtà sa poco di finale, testimonia questo cambiamento radicale. La prossima stagione, che dovrebbe contare 13 episodi, è prevista per il prossimo anno e, ci si può scommettere, sarà esplosiva e vedrà l’avvento di Saul Goodman.

Insomma: Vincent Gilligan e Bob Odenkirk sono riusciti a far ammutolire il pubblico creando una serie che ha tutte le carte in regola per giocare alla pari con Breaking Bad. Alla faccia di chi non ci credeva.

“Well, I know what stopped me. And you know what? It’s never stopping me again”.

A cura di Daniele Mu

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