Big Eyes: il ritorno in grande stile di Tim Burton

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A due settimane dall’uscita nelle sale di tutto il mondo possiamo dirlo: Big Eyes segna il ritorno in pompa magna di Tim Burton.

Big Eyes: il ritorno in grande stile di Tim Burton

Lo avevamo visto impantanarsi con Alice in Wonderland e cercare di tirarsi su con Dark Shadows: Tim Burton, uno dei registi più apprezzati degli ultimi decenni dall’indiscusso genio visionario, sembrava intrappolato per sempre in un vortice distruttivo fatto di Depp, Bonham Carter e personaggi stravaganti. Con Frankenweenie ha tentato di tornare alle origini e riconquistare i suoi fan più affiatati – riuscendoci pienamente, a mio parere – ma aspettavo di vedere questa pellicola prima di gridare al miracolo. E ora che l’ho vista posso dirlo: con Big Eyes, Tim Burton è tornato.

Non solo: è tornato ed è anche maturato. Chi è andato, o andrà, al cinema sperando di trovare il Burton gotico, cupo, malinconico rimarrà a bocca asciutta: siamo di fronte ad un lavoro diverso dal solito, più «nella norma», ma non per questo mi sento di gridare che «ommioddio non c’è Johnny Depp che fa cose buffe e non ci sono le zucche e i morti!!!111!!!11!oneone». Perché, evidentemente, chi la pensa così non conosce il regista. Big Eyes si avvicina di più a opere come Edward mani di forbice, Ed Wood o Big fish: pur essendo meno forte quel gusto del gotico che lo caratterizza (e che comunque non scompare), Burton emerge in ogni fotogramma, in ogni inquadratura, in ogni sequenza. E chi non l’ha capito, beh, mi spiace per lui.

Ma procediamo per gradi: il film, tratto da una storia vera, racconta le vicende di Margaret Ulbrich, pittrice dall’enorme quanto particolare talento, e Walter Keane, più propenso agli affari che all’arte. I due si legano in un rapporto deleterio per la donna e la figlia, fatto di debolezze e menzogne, dal quale riusciranno a tirarsi fuori con enormi fatiche. Al centro del film c’è l’arte, il rapporto dell’artista con la sua creazione, quel filo rosso che lega indissolubilmente creato e creatore, che rischia di essere minacciato dall’opportunismo dell’uomo e dalla fame di successo. È una pellicola delicata, emotiva, quasi romantica direi, nella quale Burton cerca di far capire al pubblico come l’artista si metta a nudo in ogni sua opera fino ad identificarsi con essa, a diventare un tutt’uno. È un film che tenta di dimostrare che l’arte, la vera arte, non è per forza quella che si trova esposta nelle gallerie e viene venduta per migliaia di dollari, ma è tutto ciò che nasce dalla mente e dal cuore del suo creatore, anche se nessuno la capisce (quale riferimento autobiografico, magari?).

I personaggi sono approfonditi meravigliosamente, grazie anche alle magistrali interpretazioni dei due protagonisti: Amy Adams e Christoph Waltz. La Adams si è calata perfettamente nella parte, portando in scena una donna fragile ma al tempo stesso coraggiosa, capace di sdoganare un tabù come quello del divorzio ma incapace di prendere in mano la propria vita e farsi rispettare come artista, succube di un marito che tenta di portarle via la sua stessa identità e la sua unica ragione di vita; Waltz interpreta un personaggio eccentrico, cialtrone e opportunista il cui unico obiettivo è fare soldi, non importa se questo significhi costruirsi un mondo di bugie, calpestare l’altro o cercare di ucciderlo. Molti hanno criticato la scelta dell’attore, giudicandola inadatta alla parte: secondo me si tratta di un’ottima performance in un ruolo relativamente nuovo. Certo non siamo di fronte a personaggi istrionici come il colonnello Landa o o lo King Schultz di Tarantino, ma anche qui Waltz ha dimostrato di sapere il fatto suo.

Quanto al lato tecnico, la prima cosa che viene in mente è la fotografia: wow. Solo la carrellata iniziale, con quei colori pastello acceso e quei paesaggi acquerellati che ricordano tanto Edward mani di forbice e che rendono lo schermo un enorme dipinto, fa capire cosa si ha di fronte; dispiace che non sia stato candidato per gli Oscar, avrebbe meritato almeno questa nomination.

Sul piano registico, come già detto, Burton sbuca fuori in ogni inquadratura – basti pensare alla sequenza «del coltello» – mentre per quanto riguarda la colonna sonora c’è poco da dire: Mr Danny Elfman fa un ottimo lavoro, anche se meno riconoscibile del solito e forse anche meno incisivo rispetto ad altre composizioni; il contributo di Lana Del Rey, poi, si sposa benissimo con la pellicola. A dire il vero speravo inserissero meglio i due brani da lei cantati, ma non si può voler tutto dalla vita.

Naturalmente non è un film perfetto, anzi: i tempi, specie nella seconda parte, mi sono parsi gestiti maluccio e ogni tanto c’è qualche scivolone nella sceneggiatura; ne approfitto anche per chiedere a chi monta i trailer di smetterla di spoilerare l’intero film, grazie. Ciò che veramente mi ha lasciato senza parole, in negativo, è il siparietto conclusivo in tribunale che – per quanto divertente – mi sembra stonare con i toni (appunto) della pellicola. Ma per fortuna si risolve tutto con un finale a mio avviso bellissimo, e chi ha visto il film sa di cosa parlo.

In conclusione: Big Eyes segna il ritorno in grande stile di Tim Burton. Un Burton diverso dal solito, sicuro, ma pur sempre riconoscibile. Seppur non all’altezza dei suoi più grandi capolavori, si tratta senza dubbio di un bel film nel quale il regista ha messo il cuore – e non poteva essere diversamente, vista anche la tematica affrontata. Speriamo continui su questa scia, lasciandosi alle spalle la brutta piega presa da qualche anno a questa parte.

A cura di Daniele Mu
Capo Redattore

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