Birdman: l’imprevedibile virtù dell’ignoranza?

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Con Birdman Iñárritu torna a far parlare di sé e presenta uno dei film migliori degli ultimi anni.

Birdman: l’imprevedibile virtù dell’ignoranza

Con notevole e ingiustificabile ritardo esce anche nelle sale italiane l’ultimo lavoro di Alejandro Iñárritu, noto al grande pubblico per film quali 21 grammi o Biutiful. Inaspettatamente Birdman ottiene un enorme successo, specie fra la critica, tanto da essere in corsa agli imminenti Oscar con ben nove nomination. Si tratta di un successo giustificato o dell’ennesima cantonata presa dall’Academy?

Riggan Thompson è una celebrità ormai decaduta che tutti ricordano per aver in passato impersonato il supereroe Birdman. Nel tentativo di liberarsi di un ruolo ingombrante e di far vedere al mondo il suo potenziale decide di mettere in scena una rappresentazione teatrale a Broadway. L’evento si rivela ricco di problemi e imprevisti che metteranno a dura prova la psicologia, già fortemente provata, del protagonista.

Birdman è un film che parla di cinema in maniera estremamente spontanea e senza mezzi termini, offrendo molteplici piani di lettura: dalla semplice storia umana di Riggan e dei suoi collaboratori alla riflessione sulla critica nel mondo dell’arte; dal rapporto padre-figlia alla forte critica verso il cinema contemporaneo, accusato spesso di non avere più idee innovative da raccontare e di prediligere banalità e mediocrità rispetto al prodotto d’autore, al «vero» cinema. Ciò che più colpisce è, probabilmente, il lato tecnico. La regia innanzitutto: il film, della durata di due ore circa, si presenta come un unico, monumentale, piano sequenza. Ovvero il montaggio è praticamente inesistente e la telecamera segue costantemente i personaggi, senza tagli e con un lavoro di post-produzione minimale. In questo modo lo spettatore è perfettamente inserito nel film, come se si trovasse accanto agli attori e in quegli stessi corridoi bui, vedendo aumentato il grado di coinvolgimento – quasi claustrofobico – e di immedesimazione attraverso una telecamera in costante movimento. I tagli naturalmente ci sono, seppur quasi invisibili; ci sono solo due scene nelle quali lo stacco è evidente: la scena delle comete, a inizio della pellicola, e quella delle meduse – entrambe dal forte significato simbolico. La fotografia è vivida, sebbene per buona parte la vicenda si svolga in interni. Un’altra menzione va alla colonna sonora, che è sostanzialmente inesistente: è composta semplicemente da alcuni passaggi di batteria, da quelle rullate che ricordano uno standard jazz qualunque, che si ripetono con alcune variazioni e per pochi secondi nelle scene più salienti o nei rapidi spostamenti di location. Interessante anche il fatto che il batterista «compositore» della colonna sonora compaia in alcune scene come parte del background.

Anche gli attori regalano delle interpretazioni di enorme spessore. Michael Keaton, nei panni di Riggan Thompson, dà il meglio di sé tanto da far sembrare Birdman un film autobiografico; era da anni che non lo vedevo recitare in maniera così sentita e così profonda – anzi, probabilmente non l’ho mai visto così convincente e coinvolgente. Chi lo ricorda per i Batman di Burton – Birdman, Batman.. – o per Jack Frost dovrà fare i conti con un attore nuovo, che lascia senza parole e la cui nomination è assolutamente meritata. Il ruolo di un attore in declino, intrappolato in un personaggio inventato e risalente a vent’anni prima, gli calza a pennello; il disperato tentativo di far capire il suo potenziale e di separarsi da quel costume, tornando a brillare nel cielo degli attori – da qui la metafora delle comete – si scontra con la dura realtà, che lo costringe a crollare al suolo – da qui la metafora delle meduse morte. Birdman è un’entità reale, che ha trovato spazio nella sua mente e dalla quale, probabilmente, non riuscirà mai a liberarsi davvero. Dovrà decidere se accettarlo e accoglierlo o continuare a lottare e rinnegarlo.

Edward Norton ricopre un ruolo per certi versi opposto: è un attore che vive per recitare o, meglio, vive esclusivamente sul palco: ha ormai confuso rappresentazione e realtà, ribalta e retroscena, tanto da non essere più in grado di avere un’erezione se non mentre recita e da pretendere un realismo esagerato nelle scene che interpreta. Nasce quasi per caso la relazione con la figlia di Riggan, qui interpretata da una straordinaria Emma Stone, anche lei giovane ragazza dalla psicologia fragile e con un’inclinazione alle droghe per via del travagliato rapporto con il padre. Apprezzabili anche gli interventi di Naomi Watts e Zach Galifianakis, quest’ultimo quasi irriconoscibile a livello fisico e ormai lontano dalle esperienze di Una notte da leoni e Parto col folle. In generale tutto il cast ha realizzato un lavoro impeccabile, reggendo benissimo la pressione della particolare tecnica di ripresa adottata.

Iñárritu si conferma uno dei registi più interessanti degli ultimi anni. Birdman non è un film semplice; di sicuro non arriverà a tutti e le scelte stilistiche – regia, colonna sonora, fotografia – lo rendono un piccolo gioiello della sperimentazione; un virtuosismo non funzionale a se stesso ma al servizio della narrazione e del coinvolgimento. Il messaggio critico – che non rivelo nella sua interezza e complessità perché dovete vedere il film per coglierlo voi stessi – così come un finale che lascia disorientato lo spettatore e gli permette di dare una propria interpretazione dei fatti, sono tra gli aspetti che più hanno fatto discutere e infiammato gli animi. Perché, con questo film, Iñárritu vuole risvegliare il pubblico dal torpore e dalla mediocrità nella quale si è adattato e riportarlo a pensare, interrogarsi, elaborare ipotesi – che è ciò che chiunque dovrebbe fare nel guardare un prodotto cinematografico. Vedremo se manterrà fede alle proprie convinzioni anche con The Revenant, che vede protagonista nientemeno che Leonardo Di Caprio e uscirà in Italia nel 2016.

Mai mi sarei aspettato che Birdman ricevesse tutta questa attenzione – a mio parere meritata – da parte dell’Academy, proprio per la forte sperimentazione e il carattere «radical-chic» della pellicola: staremo a vedere se, con una concorrenza così agguerrita, riuscirà a spuntarla.

«La popolarità è la piccola cuginetta del prestigio»

A cura di Daniele Mu
Capo Redattore

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