Black Mirror – Stagione 4: quando la tecnologia non inquieta più

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Dopo una terza stagione traballante, Black Mirror torna con una stagione tutto sommato deludente. Scopriamo il perché nella nostra recensione episodio per episodio!

Black Mirror – Stagione 4: quando la tecnologia non inquieta più

Black Mirror, il prodotto televisivo ideato da Charlie Brooker nel 2011, è senza dubbio una delle serie tv più interessanti degli ultimi anni. Il suo punto di forza sta nel fatto che ogni puntata (si tratta di veri e propri corti autoconclusivi) mette al centro il tema del progresso tecnologico e delle sue implicazioni per l’uomo e per la società. Questo consente a Black Mirror di fare ciò che, spesso, neanche i film riescono a fare: far riflettere lo spettatore. Finire una puntata di Black Mirror significa essere attraversati da un brivido lungo la schiena, mentre ci si chiede se ciò che si è visto possa realmente accadere e se, effettivamente, gli sviluppi della tecnologia non possano avere degli effetti collaterali indesiderati.

O almeno, così era fino alla terza stagione. Pur avendola trovata una buona stagione, infatti, già in quel caso avevo l’impressione che la narrazione soffrisse di una certa stanchezza. La stessa stanchezza la si può ritrovare in questa quarta stagione, resa disponibile da Netflix il 29 dicembre – per augurarci buon anno, credo. La conseguenza di tale stanchezza è una stagione che tarda ad ingranare e che perde la sua capacità di stupire e indignare lo spettatore, eccezion fatta per due o tre episodi.

Vediamo più nel dettaglio le singole puntate.

USS Callister: l’episodio racconta di come un gruppo di persone siano state “intrappolate” all’interno di un video-game di fantascienza dal suo creatore, in cerca di una vendetta nei confronti di tutte quelle persone che – a torto o a ragione – gli avevano fatto un torto nella vita reale.

La puntata, di per sé, non è per niente male: i riferimenti a Star Trek, l’estetica anni Ottanta dei primi minuti e il cast (con tanto di Jesse Piemons e cammeo di Aaron Paul di Breaking Bad) la rendono un piccolo gioiello. Il punto è che, a mio avviso, si tratta di qualcosa di già visto: uno sviluppo per certi versi simile lo si era visto proprio nella terza stagione di Black Mirror, nella puntata intitolata “Playtest”.

Arkangel: cosa succederebbe se una madre particolarmente protettiva cercasse di difendere la figlia impiantandole un chip che le impedisse di provare paura e che la tracciasse in ogni momento, come una sorta di GPS sempre attivo? Questa la domanda che ispira il secondo episodio. E, neanche a dirlo, la risposta non è delle migliori.

Se “USS Callister” è una puntata godibile, non posso dire la stessa cosa di “Arkangel”. Il problema principale, forse, è la necessità di comprimere la narrazione – che abbraccia un periodo piuttosto esteso – in appena 50 minuti. Il risultato è uno sviluppo forzato e poco credibile, che depotenzia la portata dell’episodio.

Crocodile: un incidente stradale, un corpo di cui sbarazzarsi e una tecnologia che consente di accedere ai ricordi delle persone. Ecco gli ingredienti della terza puntata di Black Mirror. Che, a mio avviso, è la meno riuscita dell’intera stagione.

Anche in questo caso il potenziale c’è, ma la narrazione prende una piega improbabile. Per quanto sia interessante l’espediente narrativo della ricostruzione dell’accaduto tramite i ricordi delle persone, e per quanto sia interessante il modo in cui tutti gli eventi risultano collegati fra di loro, l’effetto è quello di una spirale iperbolica. Il comportamento delle persone, specie della protagonista, risulta del tutto inappropriato e poco credibile. Peccato: un’opportunità mancata.

Hang the DJ: e se ci fosse un apparecchio capace di dirci con esattezza quanto dureranno le nostre relazioni, quando finiranno e chi è la persona giusta per noi? Vorremmo davvero averlo?

Con “Hang the DJ” la quarta stagione di Black Mirror si tira su di prepotenza, tornando ai livelli a cui ci ha abituato in passato. Una puntata agrodolce, che in parte si discosta dagli standard oppressivi ed agghiaccianti della serie, ricordando la tanto criticata “San Junipero”. Un vortice di emozioni contrastanti che travolgono lo spettatore e lo catapultano verso un finale vagamente ispirato a Matrix, scandito dal tormentone dei The Smiths “Panic”. Un finale per alcuni inappropriato, perché considerato “lieto”, ma che a ben vedere può essere interpretato anche in modi decisamente più angosciosi. E se la libertà fosse solo un’illusione?

Metalhead: dite addio ai cani da guardia. Il futuro della sicurezza è dei robot. Provateci voi a rubare qualcosa sapendo che sarete inseguiti da un ammasso di odio e bulloni che può farvi esplodere la testa e non avrà pace finché non vi avrà uccisi.

“Metalhead” è un episodio atipico, più simile a un film di Quentin Tarantino che a una puntata di Black Mirror. Ne ho apprezzato molto la fotografia in bianco e nero e la struttura ciclica, che ci fa capire come la missione dei protagonisti non sia altro che un MacGuffin, un semplice pretesto per avviare la storia. L’effetto è un thriller ben riuscito, carico di paura e adrenalina, nonostante qualche piccolo sfondone qua e là.

Black Museum: una visita al museo è il pretesto per una serie di racconti sul rapporto tra coscienza e tecnologia.

Descrivere la trama di questa puntata senza rischiare di fare spoiler è praticamente impossibile. Mi limito a dire che è probabilmente il miglior episodio di questa stagione. Al suo interno ci sono tutti gli elementi che caratterizzano la serie: angoscia, inquietudine, conflitto interiore, paura, amore, odio, disperazione, vendetta. Il tutto condito da una struttura narrativa brillante, sebbene inizialmente difficile da seguire, e da un finale inaspettato e liberatorio che dà libero sfogo al climax sapientemente costruito nel corso della puntata.

Per concludere, la quarta stagione di Black Mirror contiene sì dei buoni episodi e degli episodi a dir poco stupendi; ma contiene anche puntate mediocri, se non deludenti. Il rischio è che, dopo tutto questo tempo, le idee inizino a venir meno e ci si ritrovi a ripetere sempre gli stessi meccanismi. In una recente intervista, Charlie Brooker ha dichiarato che Black Mirror nasce dalle sue nevrosi e che potrebbe non avere limiti. Ecco: Charlie Brooker, ti prego. Capisci quando è tempo di rinunciare. Salva una delle serie più belle degli ultimi anni finché sei in tempo.

A cura di Daniele Mu

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