Black Mirror – Terza stagione

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La spietatezza e la lucidità di Black Mirror la rendono una delle serie migliori mai realizzate. E, forse, sarebbe il caso di prestare attenzione al suo messaggio.

Black Mirror – Terza stagione

Che le serie tv ormai non abbiano niente da invidiare al cinema – anzi: semmai a volte è il contrario – l’ho detto mille volte. E Black Mirror non fa che confermare questa tesi: non solo, infatti, è una serie composta da “cortometraggi” a sé stanti (espediente che, seppur in maniera differente, troviamo anche in Sherlock), ma ci troviamo di fronte ad una cura nella regia, nella fotografia e nella scrittura di chiaro impianto cinematografico.

Black Mirror è una serie britannica trasmessa per la prima volta nel 2011. Pur essendo composta da puntate autoconclusive, tutte presentano un filo rosso che le collega: in genere la narrazione si svolge in un futuro distopico, in cui la tecnologia fa da padrona, e parte da fenomeni ed eventi di attualità portati agli estremi per mostrare, con una inquietante e spietata lucidità, “dove stiamo andando”. Mentre le prime due stagioni sono composte da tre puntate, cui segue uno speciale di Natale, la terza è composta da sei puntate.

La prima, “Nosedive”, ci porta in un futuro in cui gli uomini fanno totale affidamento su una app di valutazione dell’altro. Una specie di Instagram più evoluto, in cui ognuno posta foto, pensieri, video, e chi guarda può commentare ed esprimere il proprio gradimento in una scalda da uno a cinque. Con la differenza che la valutazione non va al singolo contenuto, ma riguarda l’utente che l’ha postato; e che la propria valutazione provoca una serie di conseguenze nel mondo reale – ad esempio la possibilità di comprare casa o di ottenere un lavoro. Un futuro, insomma, in cui ognuno ha il proprio naso sullo smartphone e in cui l’unica cosa che conta è apparire, anche a costo di reprimere la propria vera natura e le proprie emozioni più profonde. Freud sarebbe contento di questa prima, inquietante e fin troppo realistica puntata.

La seconda, “Playtest”, ci catapulta nel mondo dei videogiochi. Un ragazzo viene convocato per sperimentare un videogame horror basato su una nuova tecnologia, una sorta di realtà virtuale aumentata, che sfrutta le informazioni immagazzinate nella mente per produrre personaggi, situazioni e avvenimenti che, al giocatore, appaiono del tutto reali. La tecnologia è però in una fase ancora acerba, e infatti qualcosa va storto: il giocatore non riesce più a risvegliarsi, ad uscire dalla realtà virtuale; di più, i due livelli di realtà arrivano a confondersi fino al tragico epilogo. Un episodio che molti registi dovrebbero vedere e studiare per capire cosa significa creare tensione in un film horror o thriller.

La terza puntata, “Shut up and dance”, fa forse ancora più riflettere perché non è ambientata in un futuro distopico, più o meno lontano dal nostro presente, ma potrebbe accadere – e di fatto accade già – anche oggi. Tutto ruota intorno al web: un gruppo di hacker penetra nei pc e negli smartphone di un gruppo di persone, raccoglie informazioni personali più o meno gravi e minaccia di pubblicare tutto online costringendole ad assecondare i loro folli piani. Sfruttando la paura dei malcapitati di turno riescono ad ottenere quello che vogliono; e non si tratta di soldi o di giustizia, ma di puro e semplice caos. Il finale è un vero e proprio pugno allo stomaco, forse uno dei più pesanti di questa stagione. Non guarderò più una trollface con gli stessi occhi di prima.

Con la quarta puntata, “San Junipero”, Black Mirror ci fa rifiatare. Si tratta di una puntata atipica perché stranamente ottimista: ambientata in gran parte negli anni ’80 e ’90, affronta tematiche quali l’eutanasia e la possibilità di creare un “mondo” oltre la morte. E lo fa con un piglio stranamente nostalgico e romantico, a cui la serie non ci aveva mai abituato.

Ma ovviamente gli scrittori si sono subito rimessi in carreggiata con “Men against fire”, che ci immerge nel pieno della guerra. Chissà quanti soldati sarebbero stati risparmiati durante la seconda guerra mondiale, se tutti si fossero limitati a rispettare alla lettera gli ordini e non avessero esitato a uccidere il proprio avversario? Questo è l’inquietante quesito che spinge un gruppo di scienziati a sviluppare l’arma definitiva, capace non solo di controllare i sensi dei soldati ma anche di manipolarne le emozioni e le percezioni, trasformandoli in spietati e freddi assassini. Sicuramente la puntata più agghiacciante della stagione.

E infine arriviamo a “Hated in the nation”. In un mondo in cui le api sono in via di estinzione, con tutti i rischi ambientali che questo comporta, questi insetti sono in parte sostituiti da cyber-api che svolgono le stesse funzioni vitali per l’ecosistema. Non solo: vengono anche utilizzate dal governo britannico per controllare la popolazione, in una sorta di Grande Fratello di orwelliana memoria in cui, in nome della sicurezza, l’uomo rinuncia alla propria libertà e alla privacy. Questo è solo il contesto della narrazione, che si concentra sull’hate speech sul web: sappiamo benissimo che sui social tutti ci sentiamo leoni da tastiera, e non ci pensiamo due volte prima di insultare qualcuno e, magari, augurargli il peggio. Quello a cui non pensiamo è che questo comportamento avrà delle conseguenze, seppur virtuali. Ebbene, Black Mirror rende reali tali conseguenze e ci fa riflettere proprio su questo. Una persona lancia un vero e proprio gioco della morte in cui la persona che riceve più minacce online viene realmente ucciso grazie a quelle api che, per ironia della sorte, nelle intenzioni dei loro creatori avrebbero dovuto salvare il mondo. Qui ci troviamo di fronte ad un’altra novità per Black Mirror, e cioè un finale “aperto”. Lo spettatore sa benissimo cosa succederà, ma la puntata si chiude in modo piuttosto cinematografico – non a caso è anche la puntata con la durata maggiore, circa un’ora e mezzo.

Fin qui la narrazione e la scrittura, che sono sicuramente i punti che rendono Black Mirror una delle serie più geniali mai ideate. A questo si affiancano una regia sempre solida e sul pezzo, con una qualità che raramente ho visto in altri prodotti destinati alla tv; una fotografia in cui dominano i toni freddi, capace di trasmettere incertezza e disagio, agghiacciante esattamente come le storie raccontate; e anche degli effetti speciali niente male per essere qualcosa rivolto al piccolo schermo.

Per quanto mi sforzi non riesco a trovare veri difetti in questa serie. Al massimo posso trovare puntate più o meno riuscite, espedienti che mi sono piaciuti meno di altri, ma mai difetti veri e propri. Black Mirror è una serie inquietante; inquietante perché capace di arrivare in profondità e di far riflettere. Praticamente nessuno può dire di essere rimasto impassibile guardandone una puntata. Colpisce allo stomaco e alla testa contemporaneamente, a volte in maniera violenta e a volte in maniera più subdola, ma non meno forte.

Fin dall’alba dei tempi circolano profezie apocalittiche circa il futuro dell’uomo e circa lo sviluppo tecnologico, e Black Mirror riesce a dare concretezza e tangibilità a tali messaggi lanciando una serie di allarmi ai quali, forse, sarebbe il caso di prestare attenzione.

A cura di Daniele Mu

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