Boyhood: un progetto ambizioso con qualche buco di troppo.

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Il mondo intero sembra essere impazzito per Boyhood: ma è davvero un film all’altezza delle aspettative?

Boydhood: un progetto ambizioso con qualche buco di troppo.

Boyhood è uno dei film più chiacchierati dell’ultimo anno: candidato a ben sei premi Oscar, ha colpito pubblico e critica per la durata delle riprese e, conseguentemente, per «l’invecchiamento» del cast. Le riprese sono iniziate nell’estate del 2002 e si sono concluse nell’ottobre del 2013; ogni anno il regista Richard Linklater ha radunato gli stessi attori per girare alcune scene, montate poi in seguito per realizzare il prodotto finale. Si tratta di un progetto ambizioso, nato inizialmente col nome «The twelve year project», che rende Boyhood un incrocio tra un documentario e un film hollywoodiano.

La trama è piuttosto elementare: il film ruota intorno alla vita di Olivia Evans e dei suoi due figli, Mason Jr e Samantha. È una storia comune fatta di divorzi, trasferimenti, amori che nascono e finiscono. Un vero e proprio film di formazione, che si conclude con il trasferimento di Mason Jr al college e il suo ingresso nell’età adulta. Appare difficile pensare che Linklater avesse in mente una storia ben definita nel 2002; probabilmente la sua idea era semplicemente quella di raccontare la storia di una famiglia qualunque soffermandosi su quella fase complessa e delicata che è l’adolescenza e sul rapporto genitori-figli.

Boyhood offre diversi spunti di riflessione: dal divorzio, con le conseguenze che questo comporta per la vita dei bambini, alla violenza sulle donne e l’alcolismo; dai «piccoli problemi di cuore» alle scelte importanti che segnano il futuro di tutti noi. Il tutto viene raccontato in maniera delicata, in un’atmosfera costantemente oscillante tra realtà e sogno. Al centro vi è, naturalmente, lo scorrere del tempo: silenziosamente ma inesorabilmente, proprio come accade nella realtà, i personaggi crescono e cambiano. Lo spettatore quasi non si rende conto dell’avanzamento in corso, merito – o demerito, a seconda dei punti di vista – di un lavoro di montaggio veramente preciso. Oltre ai cambiamenti fisici la pellicola è disseminata di indizi che lo spettatore deve cogliere per comprendere in quale periodo è ambientata la vicenda: dal post-11 settembre alla prima campagna elettorale di Barack Obama, passando per l’uscita dell’ultimo libro di Harry Potter, Twilight o la moda emo/indie. Non c’è mai uno stacco preciso o una didascalia che spieghi qualcosa, il passaggio avviene in maniera fluida e lineare.

Regia e montaggio lavorano dunque a stretto contatto, riuscendo a dare dinamismo e continuità alla pellicola. La fotografia è calda, nitida, mentre la colonna sonora è – permettetemi il francesismo – una paraculata enorme: come nella tradizione dei migliori film adolescenziali si tratta di una raccolta di brani più o meno famosi usati per rafforzare le scene più salienti. Cosa in cui riesce bene, sia chiaro, ma non mi pare ci sia stato un grande sforzo produttivo in tal senso. Ciò che colpisce è la prova attoriale di Patricia Arquette: Olivia, donna complicata in cerca di amore e di una svolta professionale, che si trova a crescere da sola i suoi due figli – cosa che la pone costantemente al bivio tra famiglia e «vita vera». Alla fine riesce a frequentare il college e diventare professoressa, non prima però di aver affrontato momenti veramente drammatici. Il suo personaggio ricalca tutte quelle madri che, dopo una vita passata ad allevare i propri figli, li vedono uscire di casa e allontanarsi per costruire il proprio futuro: la Arquette rappresenta al meglio questa sensazione, al confine tra il dolore e l’orgoglio, e si aggiudica l’Oscar come miglior attrice non protagonista «soffiandolo» a Rosamund Pike. Positiva anche l’interpretazione di Ethan Hawke – che i più ricorderanno per «L’attimo fuggente» – nei panni di Mason Sr, che interpreta un padre desideroso di stare coi propri figli nonostante la lontananza da casa. Meno brillanti, almeno secondo il mio parere, le performance di Ellar Coltrane e Lorelei Linklater nei panni di Mason Jr e Samantha, i quali comunque rendono bene il rapporto tra fratello e sorella e riportano in maniera realistica le esperienze tipiche dell’adolescenza.

Non si tratta di un film perfetto, anzi: la necessità di coprire un arco temporale così lungo porta ad alcuni «buchi di sceneggiatura» quasi obbligati, con personaggi che escono di scena o vi entrano quasi dal nulla e alcune vicende troncate a metà, delle quali non sapremo mai l’epilogo. «L’effetto fotografia» che si viene così a creare, se ad alcuni piacerà sicuramente, ad altri – come me – darà non poco fastidio. In generale comunque la sceneggiatura risulta debole e lacunosa proprio per questi stessi motivi: la domanda che mi sono fatto durante tutta la visione è stata «Ok, e quindi?». Risulta difficile sul momento capire dove il regista voglia andare a parare o quali siano le sue intenzioni, probabilmente perché neanche lui lo sapeva mentre girava le scene – tanto che alcune situazioni sembrano quasi essere la fotocopia delle precedenti. Il finale, seppur un po’ confusionario e quasi buttato lì per caso, risolleva i toni e permette finalmente di fare il punto della situazione.

Boyhood è quindi un approfondimento sulla vita di tutti i giorni di una famiglia americana qualunque alle prese con le difficoltà quotidiane. È un progetto ambizioso in buona parte riuscito, che soffre di tutte le limitazioni del caso ma riesce comunque a incuriosire lo spettatore e fargli passare due ore e mezzo incollato allo schermo a confrontare se stesso con i personaggi e a chiedersi «Io, al posto suo, cosa avrei fatto?». È un film sull’adolescenza che guarda oltre, al futuro, a ciò che succederà ai protagonisti fra dieci anni: perché la vera vita comincia proprio quando si esce dal nido della famiglia e si diventa adulti.

«Sai quando qualcuno ti dice “Cogli l’attimo”? Non lo so, io invece credo che succeda il contrario: nel senso che è l’attimo che coglie noi»

A cura di Daniele Mu
Capo Redattore

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