Broadchurch: il crime drama britannico

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Un’isola felice della Gran Bretagna. Un omicidio efferato. Segreti che nessuno vorrebbe conoscere. Broadchurch è questo e tanto altro ancora.

Broadchurch: il crime drama britannico

Bradchurch è una piccola cittadina inglese. D’un tratto, la pace idilliaca che vi ha sempre regnato sovrana viene messa in crisi dal ritrovamento del cadavere di un bambino, Danny Latimer. Le indagini della polizia locale, portate avanti dall’ispettore Alec Hardy e dal sergente Ellie Miller, gettano ombre sulle vite degli abitanti della comunità e mostrano una realtà ben diversa rispetto all’apparenza.

Quando si parla di serie TV cult, raramente si parla di Broadchurch; eppure, a mio avviso, si tratta di un prodotto di notevole qualità. La serie, composta di due stagioni (con una terza in cantiere), è un perfetto esempio di thriller dalle forti influenze noir, che riesce nel non semplice intento di catturare lo spettatore e farlo rimanere col fiato sospeso per tutte le puntate.

I punti di forza di Broadchurch sono essenzialmente tre. Il primo è la sceneggiatura. Come è facile capire, la riuscita di un thriller è dovuta in buona parte alla sceneggiatura. Una scrittura solida, magari complessa e intricata, ma pur sempre coerente e in cui “tutto torna” – come i pezzi di un grande puzzle – sono elementi fondamentali se si vuole mantenere viva l’attenzione del pubblico e gettarlo nel vortice degli eventi. E la sceneggiatura della serie riesce benissimo nell’intento: ogni puntata è ipnotica, tiene incollati allo schermo, porta avanti la trama orizzontale e le sottotrame verticali, dando più spazio ora ad un personaggio, ora all’altro. Anche nelle puntate più “fiacche” c’è sempre un cliffhanger in agguato, che fa saltare dalla sedia e costringe a guardare l’episodio successivo – una specie di bisogno fisico primario. La solidità della trama si nota nel passaggio dalla prima alla seconda stagione: inizialmente, infatti, la prima stagione sembra essere autoconclusiva in quanto la storyline principale si esaurisce nel finale; in realtà, però, la seconda  porta avanti tutta una serie di implicazioni presenti nella precedente, muovendosi tra il passato e il presente, e mostrando come tutto sia frutto di una visione di ben più ampio respiro.

Il secondo punto di forza è strettamente legato al primo. Mi riferisco al comparto tecnico e, in particolare, alla regia e alla strutturazione degli episodi. La regia è a dir poco fenomenale: supportata da una fotografia brillante e vivida, la camera da presa segue con precisione chirurgica i personaggi e gli avvenimenti descritti. Non una sbavatura, non un’inquadratura fuori posto. Movimenti lenti e campi lunghi, alternati a movimenti più dinamici, a piani sequenza e a primi piani dei personaggi, confezionano alla perfezione il prodotto. Brillante anche il modo in cui si gioca con la messa a fuoco, così come ottimi sono anche il montaggio e la colonna sonora d’ispirazione dream pop/elettronica. Quanto alla strutturazione degli episodi, è evidente che una serie TV dispone di tempi più lunghi rispetto a un film per descrivere gli eventi e scavare nella psicologia dei personaggi. Broadchurch sfrutta al massimo questa dilatazione narrativa, che consente un approfondimento psicologico estremamente accurato e uno sviluppo progressivo, mai convulso, della storia.

Il terzo punto di forza è rappresentato dagli attori. David Tennant (che tutti noi conosciamo come il Decimo Dottore in Doctor Who e come Killgrave in Jessica Jones) offre qui una delle sue migliori interpretazioni. Alec Hardy ricorda per certi versi il Rust Cohle di True Detective; è un personaggio complesso, cinico, nichilista, autodistruttivo, poco incline ai sentimentalismi e dedito anima e corpo al lavoro – salvo poi rivelare, specie nella seconda stagione, tutta la sua umana fragilità. Olivia Colman, alias Ellie Miller, gli fa da contraltare: divisa tra famiglia e lavoro, la donna incarna quelle caratteristiche emotive e più propriamente umane che sembrano mancare a Hardy. Il primo è (o vuole essere) un freddo calcolatore, la seconda è una persona in carne ed ossa, estremamente acuta ma spesso impulsiva e in balia dalle emozioni. Ottime anche le prestazioni degli altri attori, tra le quali spicca soprattutto quella di Jodie Whittaker – nei panni di Beth Latimer, madre del piccolo Danny – e, nella seconda stagione, quella di Charlotte Rampling – che interpreta l’avvocato della famiglia Latimer.

In definitiva, Broadchurch è un prodotto di altissimo livello, che niente ha da invidiare a serie TV più note appartenenti allo stesso filone. Un thriller solido, senza sbavature (e se ce le ha le nasconde molto bene), che trasuda adrenalina da ogni frame. Un unico, monumentale film a puntate, più che un serial per la televisione. Una vera e propria chicca, da gustare in lingua originale per cogliere pienamente le sfumature degli accenti britannici e scozzesi degli attori, che meriterebbe sicuramente più credito di quanto le venga riconosciuto.

In realtà non ti puoi fidare di nessuno. In fin dei conti, siamo tutti da soli

A cura di Daniele Mu

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