Doctor Who – Stagione 10: l’addio a Capaldi e Moffat tra alti e bassi

Doveva essere la stagione degli addii, ma si è rivelata essere la stagione delle opportunità mancate. Cosa ha funzionato, e cosa non ha funzionato, nella decima stagione di Doctor Who?

Doctor Who – Stagione 10: l’addio a Capaldi e Moffat tra alti e bassi

E così siamo arrivati alla fine della decima stagione di Doctor Who, la serie tv più longeva in assoluto. E siamo arrivati anche al momento del saluto finale per Twelve, il dottore magistralmente interpretato da Peter Capaldi che, come tutti sappiamo, abbandonerà il ruolo durante l’atteso speciale natalizio (ma con Doctor Who non si può mai dire mai: un cammeo in futuro è molto probabile). E siamo arrivati anche all’addio di Steven Moffat, il tanto amato e odiato showrunner della seconda metà del “New Who”.

Insomma, dalla stagione degli addii importanti ci si aspettava grandi cose. E invece niente, nada, nisba. Intendiamoci: per me l’ottava stagione rimane la più brutta tra quelle scritte da Moffat, e questa non ci si avvicina neanche lontanamente. Ma, dopo una stagione a dir poco esaltante come la nona, l’hype per la decima era a livelli altissimi. Ed è stato in buona parte disatteso.

Faccio coming out: a me Moffat piace. Ho un rapporto di amore-odio nei suoi confronti e trovo sia abilissimo a scrivere singoli episodi, meno a dirigere intere stagioni dal respiro inevitabilmente più ampio. Eppure trovo che la mente dietro Sherlock abbia scritto alcune tra le puntate migliori del nuovo Doctor Who. Uno dei punti più critici per la serie, a mio avviso, è la necessità di cambiare per adattarsi agli elevati standard della serialità odierna, pur senza snaturare una delle serie più amate dagli spettatori di tutto il mondo. Se con la nona stagione l’impresa è stata centrata in pieno, e con ottimi risultati, lo stesso non si può dire per la decima.

La prima metà della stagione, infatti, è risultata decisamente sottotono e anonima. I primi episodi scontavano, naturalmente, i limiti derivanti dalla necessità di presentare Bill, la nuova companion. Eppure, almeno fino al giro di boa, le puntate hanno mancato di brillantezza e di spessore, limitandosi ad essere episodi autoconclusivi dediti al mero intrattenimento, senza alcuna pretesa. Il tentativo di drammatizzazione, così come il tono cupo che ogni tanto veniva tirato fuori all’improvviso, finiva per cadere nel vuoto e perdere di efficacia. L’avvisaglia di un cambiamento si è avuta con il trittico di episodi dedicati ai Monks: l’ambientazione distopica, i riferimenti a Orwell e a quel gioiello che è Black Mirror; tutto sembrava lasciar presagire un deciso miglioramento per una stagione fino a quel momento dimenticabile. E invece niente: tutto sfuma in un finale arruffato, sbrigativo, semplicistico. Un bellissimo castello di carte che crolla miseramente su se stesso. La serie ritorna su puntate senza infamia e senza lode, caratterizzate tra l’altro da evidenti limiti narrativi. Finché, squillo di trombe, si arriva agli ultimi due episodi: e qui è esploso quel rapporto di amore-odio verso Moffat a cui ho fatto riferimento prima.

Sì, perché da un lato lo showrunner ha confezionato due tra le puntate migliori che si siano viste nelle ultime stagioni della serie; ma, dall’altro, la bellezza delle ultime puntate ha contribuito a rendere ancora più evidente la mediocrità di quelle precedenti. Gli episodi conclusivi sono brillanti sotto tutti i punti di vista: trama intrigante e ben curata, sviluppo dei personaggi degno di nota, preparazione praticamente perfetta dell’addio a Capaldi. Le dosi massicce di fan service e i continui riferimenti alle precedenti incarnazione del Dottore, insieme al tanto atteso ritorno del Maestro, sono la ciliegina sulla torta. Eppure non posso fare a meno di chiedermi perché. Perché non sviluppare meglio la trama orizzontale nelle puntate precedenti? Perché dedicar così poco spazio ad un personaggio istrionico come Missy? Perché, in definitiva, sprecare un’intera stagione che poteva essere sfruttata al meglio per preparare il terreno ad un finale esplosivo?

Non mi basta il tentativo di dare un senso di chiusura con il ritorno di alcuni personaggi comparsi nelle prime puntate e poi, apparentemente, accantonati. Anche perché l’effetto è ridicolo. E non mi bastano nemmeno gli incredibili monologhi di Capaldi e il drammatico sviluppo dell’arco narrativo di Bill che, insieme a Nardole, si inserisce tra i companion più riusciti (sicuramente una spanna sopra Clara).

Insomma, questa stagione mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Prometteva tanto e ha dato così poco. La sensazione è quella di una gigantesca opportunità fallita, non sfruttata pienamente. E mi dispiace ancora di più se penso a quanto sia brillante Peter Capaldi, alla caratura del personaggio, alle incredibili doti attoriali che sono emerse con tutta evidenza nella precedente stagione e che non ha potuto esprimere appieno per via delle discutibili scelte fatte in fase di scrittura. Tutti elementi che, personalmente, mi fanno dire che Capaldi è il miglior dottore fra quelli della nuova era – con buona pace di Tennant, che si trova un filino più indietro. In attesa dello speciale di Natale, per il quale ho comunque un hype alle stelle, non mi resta che sperare in un addio degno di nota a Twelve e nel fatto che il nuovo showrunner apporti un radicale cambiamento ad una serie dal potenziale infinto, ma che ha un disperato bisogno di mettersi al passo coi tempi.

A cura di Daniele Mu

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