Fargo – Stagione 2: la follia della violenza

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Dopo un timido avvio, la seconda stagione di Fargo si porta sui livelli della precedente confermandosi una delle migliori serie del 2015.

Fargo – Stagione 2: la follia della violenza

La prima stagione di Fargo è stata indubbiamente una delle migliori serie del 2014. L’attesa per la seconda stagione era febbrile ma, insieme alla legittima euforia, c’era anche un’elevata dose di preoccupazione: sarebbe stata all’altezza del capolavoro che l’ha preceduta? La narrazione sarebbe stata allo stesso livello? E i personaggi? E la regia? Ebbene, a stagione conclusa si può dire che tutti questi dubbi siano stati risolti: la seconda stagione di Fargo non ha praticamente niente da invidiare alla prima.

Fargo, così come True Detective, è una serie antologica in cui ogni stagione racconta una vicenda differente – sebbene questa seconda sia, almeno in parte, legata alla prima poiché la precede temporalmente. Il che significa nuovi personaggi e nuove vicende, mantenendo però i tratti distintivi identificanti il prodotto: per True Detective l’atmosfera e l’approfondimento psicologico; per Fargo la violenza e la crudeltà dei piccoli gesti quotidiani, capaci di trasformare in un assassino l’uomo perbene e di mostrare quanto sia labile il confine tra bene e male – elementi, questi, resi ancora più terribili in quanto si tratta di fatti realmente accaduti.

A livello narrativo, le vicende descritte in questa seconda stagione sono più complesse di quelle della precedente: nel North Dakota di fine anni ’70, un omicidio commesso per errore mette in moto la macchina della rivalità tra famiglie criminali. Protagonisti sono l’agente Lou Solverson (Patrick Wilson), padre dell’agente Molly Solverson che abbiamo apprezzato nella prima stagione, e Peggy (Kirsten Dunst) e Ed Blumquist (Jesse Plemons), i quali sono qui i “tranquilli vicini di casa” che danno il via all’intera faccenda rimanendo travolti dal corso degli eventi. I personaggi sono molto ben caratterizzati; complice anche un ritmo piuttosto lento (ma mai noioso), specie nelle prime puntate, il background dei vari soggetti viene esplorato a fondo e con l’approfondimento tipico della serie. Probabilmente si tratta di personaggi meno carismatici di quelli della precedente stagione, ma nel complesso “funzionano” bene e sono difficilmente dimenticabili. Le prestazioni attoriali, manco a dirlo, sono di altissimo livello: basti pensare a Kirsten Dunst, a cui spettava il difficile compito di interpretare un personaggio deviante, quasi fuori di testa, con la testa immersa tra sogni di autodeterminazione yoga e femminismo d’altri tempi.

La regia è qualcosa di assolutamente fenomenale: ritornano i campi lunghi e lunghissimi, vera matrice della serie, con la telecamera che si ritrova a indugiare sugli incontaminati paesaggi del North Dakota. La macchina da presa si muove lentamente ed è sempre posizionata in modo da permettere allo spettatore di calarsi nella situazione, come se fosse fisicamente presente sulla scena; le citazioni ai film thriller e polizieschi vecchio stampo sono evidenti in ogni puntata, mentre la scelta di “splittare” lo schermo per mostrare contemporaneamente le azioni di due o più personaggi sono un puro colpo di genio. Le intro delle varie puntate, poi, danno quel tocco in più che non fa mai male. Ottime anche la fotografia e la colonna sonora, in perfetto stile Seventies, nonché i costumi e le riproduzioni del periodo.

La struttura narrativa segue un ordine ormai affermato in molti prodotti seriali: una batteria di puntate introduttive e più lente, seguite da una seconda metà di stagione in continuo crescendo che si risolve nel finale. In tutto questo, non mancano alcune cadute di stile poco gradite: ho trovato alcune puntate un po’ confusionarie, mentre l’espediente utilizzato verso la fine della 2×09 – una sorta di “deus ex machina” – mi è sembrato piuttosto evitabile. Certo, si tratta (in teoria) di fatti realmente accaduti e chissà cosa passava per la testa dei protagonisti in quei concitati momenti, ma mi è sembrata una soluzione poco coerente con l’impianto generale e lo stile della serie. Inoltre ho trovato il finale sottotono: lascia aperte una serie di questioni – scelta evidentemente voluta, che può piacere o meno – e torna a un ritmo narrativo nettamente più lento rispetto all’accelerata delle ultime puntate. Quest’ultima non è proprio una critica oggettiva, me ne rendo conto, ma mi aspettavo un finale più adrenalinico. In ogni caso tutto questo viene cancellato quando si pensa all’elevato livello tecnico del prodotto, affiancato da una storia accattivante e da una messa in scena della violenza d’ispirazione tarantiniana.

In quanto serie antologica, ogni stagione di Fargo dev’essere valutata in maniera indipendente dalle altre. Da questo punto di vista mi sento di promuovere a pieni voti questa seconda stagione, per me una delle migliori del 2015. Se paragonata alla precedente si trovano alcuni elementi più deboli, certo, ma vale lo stesso discorso fatto per True Detective. A questo punto non resta che aspettare il 2016 e aspettare, con trepidazione e un discreto hype, la terza stagione. Questa volta con molte preoccupazioni in meno e tanta fiducia nel futuro della serie prodotta dai fratelli Cohen.

Qualcuno una volta disse: “Riconosci gli angeli quando arrivano perché hanno il volto dei tuoi figli”

A cura di Daniele Mu

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