Fino a qui tutto bene, ma dopo?

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“Fino a qui tutto bene” racconta gli ultimi tre giorni nell’appartamento di cinque studenti universitari, con un piede nel futuro e uno nel presente, tra speranze di successo e decisioni difficili.

Fin qui tutto bene

È uscito da poco nelle sale “Fino a qui tutto bene”, il nuovo film di Roan Johnson – regista che, a dispetto del nome, è nato a Pisa. Il film si concentra sulla vita di cinque coinquilini, studenti, dottorandi o ricercatori, e in particolare sugli ultimi tre giorni della loro permanenza in città. La pellicola nasce per iniziativa dell’Università di Pisa, che inizialmente aveva proposto al regista di realizzare un documentario; dopo aver raccolto il materiale delle interviste, Johnson ha deciso di girare un vero e proprio film di poco più di un’ora che condensasse le esperienze più significative raccontate dagli studenti.

Fino a qui tutto bene” è una commedia genuina, spontanea, che riesce a farti ridere con poco – ma quel poco non scade mai nel triviale o nel grottesco come, ahimè, spesso il cinema italiano più recente ci ha abituato. Il timing è perfetto, le situazioni reali e quotidiane “chiamano” la battuta e poi, si sa, l’accento toscano rende irresistibile (quasi) qualunque cosa si dica, dé. Nonostante il carattere spensierato e scanzonato, il film offre innumerevoli spunti di riflessione tanto da sembrare, in qualche modo, una rappresentazione visiva di qualche libro di sociologia: troviamo il tema della convivenza, con l’elemento della condivisione e del “melting pot” tra le diverse culture italiane; il tema dell’istruzione e della vita universitaria; quello della crisi e della fuga di cervelli; della vita di coppia e della maternità; del dover uscire da quella bolla di sapone, da quell’isola felice in cui tutto va bene, ed entrare nel mondo vero, quello degli “adulti”. Il tutto condito da un ottimismo di fondo, dalla volontà di farcela e dalla consapevolezza, un po’ per obbligo e un po’ per vocazione, che alla fine andrà tutto bene.

La regia è estremamente dinamica: si è scelto di riprendere in digitale, e quasi tutto è girato con videocamera a mano per dare un senso di movimento continuo e costante. Le inquadrature sono mosse, mai immobili, e spesso tanto vicine ai protagonisti da farti temere che, prima o poi, tireranno una craniata al vetro. Il tutto ricorda un video amatoriale, come se quelle fossero riprese fatte direttamente dai coinquilini come ultimo ricordo prima della partenza, del momento in cui ognuno andrà per la propria strada e arrivederci e grazie. Il montaggio e la fotografia contribuiscono poi a dare questa sensazione, rafforzata anche dall’utilizzo di long-take e del piano sequenza. La colonna sonora è minimale ma azzeccata, e vede il contributo dei pisani Gatti Mèzzi. Gli attori sono la ciliegina sulla torta, offrendo una recitazione spontanea e naturale che, proprio per questo, cattura lo spettatore davanti allo schermo.

Il punto di forza del film sta nel raccontare vicende di vita quotidiana, situazioni che tutti gli studenti universitari hanno vissuto: dai lavandini otturati che costringono a lavare i piatti nella doccia alla desolazione del frigo vuoto, dalle feste improvvisate in casa – i vicini del piano di sotto ringraziano – alle gite al mare che poi non vanno mai come ti aspetti – tutto meno che studiare, insomma.

È una commedia che però ha una velatura nostalgica e malinconica: vuoi per quel bivio tra amore e “carriera” che molti devono affrontare, vuoi per un piccolo imprevisto che rischia di rovinare i tuoi piani – e di far venire un colpo ai tuoi genitori su Skype – o per il fatto di dover entrare in un mondo sconosciuto, che fa paura – e allora cosa c’è di meglio che una bella barca che ti porti fuori, lontano, in mezzo al niente, con quelle persone che sono diventate un po’ la tua famiglia, fuggendo dagli spettri e godendoti le ultime ore di spensieratezza?

Chiaramente non è un film perfetto; ma se si parte con le giuste aspettative, sapendo che si tratta di una pellicola “indipendente”, a basso budget – sappiate che l’appartamento in cui si svolge la vicenda è stata la casa degli attori durante i mesi delle riprese – e del tutto artigianale, beh, allora rimane un buon film.

Spesso non c’è un adeguato sviluppo delle storie raccontate, che sono abbozzate ma mai sviscerate per bene; alcune linee narrative vengono solo accennate, mentre magari meriterebbero un approfondimento maggiore. I tempi a volte sembrano gestiti male, creando un effetto “fotografia” – il che potrebbe anche essere voluto, a dire il vero – e il finale..Beh, semplicemente non c’è. È un finale così, duro, secco, quando sarebbe bastato un minutino in più per dare una maggiore compiutezza al film e far cadere qualche lacrimuccia ai nostalgici dei tempi andati e a chi, un po’ più giovane, già si proietta nel futuro prossimo pensando alla propria festa di laurea o alla festa di addio ai coinquilini, ormai diventati fratelli e sorelle.

Che poi, alla fine, qualunque cosa succeda, l’importante è far festa.

A cura di Daniele Mu

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