Game of Thrones Stagione 7: ha il potenziale, ma non si applica

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Il ritorno di Game of Thrones era uno degli eventi più attesi dal pubblico di mezzo mondo. Per quanto spettacolare, la settima stagione si è rivelata un boccone amaro da mandare giù.

Game of Thrones – Stagione 7

Io non so cosa sia preso agli sceneggiatori, quest’anno. Prima Doctor Who, adesso Game of Thrones, passando per mille altre serie tv. Sembra che più un prodotto sia atteso, meno attenzione venga prestata alla scrittura. E la scusa dell’eccessivo hype, delle eccessive aspettative sulla settima e penultima stagione di una delle serie tv più famose al mondo, sinceramente, mi sembra non stare in piedi: le aspettative saranno pur state alle stelle, ma qui c’è un problema di fondo con la scrittura e la sceneggiatura che non ha niente a che fare con le aspettative del pubblico.

Non mi è possibile analizzare ogni singola puntata, né fare una riflessione approfondita su tutto ciò che non ha funzionato; per cui mi limiterò solo ad alcune osservazioni generali. Comincerò col dire che ho comunque apprezzato la stagione, che contiene alcuni tra i momenti più spettacolari dell’intera serie e offre una CGI di altissimo livello. Uno spettatore poco attento, che non si fa troppe domande, non potrebbe chiedere di meglio. Il punto è che quando, passata la botta di adrenalina, ragioni a mente lucida su quanto hai appena visto, ti cascano veramente le braccia.

Innanzitutto c’è l’enorme problema della gestione dei tempi. Quanto tempo passa tra una scena e l’altra? Come fanno i personaggi a trovarsi da una parte all’altra di Westeros nell’arco di due minuti? La gestione dei tempi è sempre stata un cruccio per Game of Thrones, e lo è stata ancora di più in questa settima stagione. E pensare che gli espedienti per dare l’idea del passare del tempo si sprecano!

Non solo: la gestione dei tempi lascia a desiderare anche per quanto riguarda la distribuzione degli avvenimenti durante le puntate. In generale, la serie ha fatto fatica a partire. Non che mi aspettassi un avvio col botto, anzi. Pensavo però che, dopo una o due puntate introduttive, gli showrunner avrebbero schiacciato il pedale dell’acceleratore. E invece mi sono ritrovato davanti tre puntate e mezzo di dialoghi, ragionamenti, stratagemmi (peraltro discutibili), e appena due e mezzo (ad esser buoni) di avvenimenti che hanno fatto effettivamente avanzare la narrazione. Con la conseguenza che tutto è stato concentrato nelle puntate conclusive, con tempi per forza di cose contingentati e uno scarso approfondimento di tematiche e situazioni anche centrali ai fini della trama (qualcuno ha detto Raeghar e Lyanna?). E, a questo punto, non posso che temere per come gestiranno la cosa nella prossima stagione.

C’è poi un grosso, enorme, problema nella scrittura dei personaggi. Qui, ahimè, l’assenza della mano di Martin si sente tutta. Prendiamo Tyrion, ad esempio, letteralmente preso a pesci in faccia in questa stagione. O Theon, personaggio stupendo e affascinante, ma che non è stato reso al meglio. Oppure ancora Jaime, che si è immedesimato nel ruolo di zerbino di Cersei per sette, dannatissime stagioni (anche se, forse forse..). E i dialoghi, signori, i dialoghi. Ah! Non fatemici pensare.

Vogliamo poi parlare di quello che i personaggi fanno? Sul serio? Il geniale piano di Tyrion per affrontare i Lannister, ad esempio: buona l’intenzione, ma la riuscita un po’ meno. L’altrettanto geniale piano di Jon di andare oltre la Barriera per convincere Cersei a concedere un armistizio: altro che face palm, non riuscivo a crederci. Anche quanto successo a Ditocorto, per quanto appagante e perfettamente in linea con la storyline di Petyr Baelish, è totalmente ignobile se pensiamo allo spessore del personaggio. Un inganno veramente troppo stupido, in cui l’astuto burattinaio di Westeros non sarebbe mai e poi mai cascato, per nessun motivo a questo mondo.

Insomma, non ci siamo veramente. Tempistiche mal gestite, dialoghi spesso scadenti e sconclusionati, personaggi poco approfonditi, illogicità, azioni avventate o totalmente out of character. Col risultato che ora, quando siamo arrivati alla fine di tutto, gli sceneggiatori si ritrovano sul groppone una quantità enorme di materiale da dover concentrare in sole sei puntate. Per dirne un paio: i nodi Jon-Daenerys, Jaime-Cersei, il ruolo di Bran, l’identità del Night King, il Cleganebowl etc.. Cose che, per essere esposte al meglio, avrebbero bisogno di almeno due stagioni. Mi prende una fitta allo stomaco se penso a come, visto l’andazzo, verranno presentati gli avvenimenti.

C’è poco da fare: l’assenza di G.R.R. Martin pesa troppo e l’abbassamento nel livello della scrittura della serie è a dir poco palese. È anche vero, però, che non me la sento di prendermela esclusivamente con gli sceneggiatori: probabilmente neanche loro pensavano di arrivare a questo punto senza che Martin pubblicasse “The winds of Winter”. Con calma, Martin, fai pure.

Insomma, questa settima stagione di Game of Thrones è un’occasione mancata. Non una brutta stagione, ma neanche lontanamente paragonabile a quelle precedenti. Un prodotto per gli occhi e per il cuore, ma decisamente non appagante per il cervello. In attesa della stagione conclusiva – che, spero, renderà giustizia al capolavoro letterario da cui la serie è tratta – non ci resta che far partire il rewatch e farci i peggio trip per cercare di dare un senso a tutte quelle cose che, ad oggi, un senso sembrano non averlo. E, magari, provare a dare una risposta ai tanti interrogativi che questa stagione ha sollevato. Tipo: che fine ha fatto Gendry?

A cura di Daniele Mu

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