Hannibal – Le origini del dottor Lecter

Condividi con i tuoi amici su:

Eleganza, approfondimento psicologico e violenza sono le caratteristiche che rendono Hannibal una delle serie tv migliori degli ultimi anni. Ma basteranno per rendere giustizia ai film che l’hanno preceduta?

Hannibal – Le origini del dottor Lecter

Disclaimer: se qualcuno non conosce il personaggio di Hannibal Lecter non prosegua nella lettura. Si penta e si dolga; si dia trenta frustate, vada a recuperare Il silenzio degli innocenti e poi torni qui.

Hannibal è una serie tv del 2013 prodotta dall’emittente americana NBC, nella quale vengono raccontate le vicende del chirurgo-psichiatra-chef Hannibal Lecter (Mads Mikkelsen) e del profiler dell’FBI Will Grahm (Hugh Dancy). Adattamento delle opere di Thomas Harris, nelle puntate viene descritto il legame empatico che si crea tra i personaggi creando un solido background che permette di cogliere la psicologia e le origini di uno dei criminali più affascinanti di sempre del mondo letterario e cinematografico.

Dal punto di vista puramente visivo, lo dico senza vergogna, si tratta probabilmente di uno dei migliori prodotti mai realizzati per il piccolo schermo. Nonostante i numerosi cambi dietro la macchina da presa, la regia mantiene quasi sempre lo stesso profilo granitico, solido, raffinato. La fotografia privilegia i toni scuri ma, grazie a una leggera saturazione dei colori, enfatizza al massimo ogni frame e le centinaia di litri di sangue che sgorgano nelle puntate, che sembrano godere di vita propria. Vi è una cura maniacale per ogni singola inquadratura, tanto che la loro composizione richiama quella di un enorme, elegante quadro. La colonna sonora, che oscilla dal minimal che serve a creare atmosfera e suspense alle composizioni di musica classica, è la ciliegina sulla torta. Le location, poi, sono un altro fiore all’occhiello della serie: basti pensare alla prima parte della terza stagione, ambientata nelle strade e nei palazzi di Firenze.

In generale, proprio “eleganza” è la parola che userei per descrivere l’intera serie. E se l’eleganza dovesse avere una personificazione, questa sarebbe di sicuro Mads Mikkelsen. L’attore norvegese offre una prestazione di altissimo livello, che a mio parere niente ha da invidiare al buon Anthony Hopkins; ogni suo gesto lento e controllato, ogni suo movimento, ogni suo sguardo, tutto esprime quella eleganza e quella raffinatezza che sappiamo essere propri del personaggio. Anche quando si scatena la furia omicida, anche quando la violenza e la forza bruta prendono il sopravvento, l’eleganza è sempre lì, imperturbabile: ogni uccisione diventa un rito sacro, un sacrificio pagano curato nel minimo dettaglio e mai lasciato al caso. La prova di Mikkelsen è certamente sostenuta da quella degli altri attori, da Hugh Dancy a un brillante Richard Armitage (che i più conosceranno per l’interpretazione di Thorin ne Lo Hobbit) che, nei panni del Great Red Dragon, dà veramente il meglio di sé; ma è evidente che a spiccare è il talento dell’attore danese.

Hannibal può essere considerata a tutti gli effetti una serie sulle origini del “criminale” che noi tutti conosciamo: attraverso i casi e le vicende rappresentate veniamo a conoscenza del passato dello psichiatra cannibale. Anche la struttura narrativa risulta affascinante: per buona parte della prima stagione, Hannibal rimane quasi un personaggio comprimario e non si rivela pienamente per ciò che è realmente; noi spettatori sappiamo, e questo accresce ulteriormente il fascino della serie. Solo nella seconda stagione ci sarà la completa metamorfosi del protagonista e una profonda evoluzione nei suoi rapporti con Grahm, che porteranno ai frenetici avvenimenti della terza stagione. Ma non è tutto oro quello che luccica: qua e là è possibile riscontrare qualche buco di sceneggiatura o qualche sbavatura nelle reazioni emotive dei personaggi; specie l’inizio della terza stagione appare sottotono e debole rispetto al solito, salvo poi riprendersi alla grande nella seconda parte. A contribuire a tali cali di stile, probabilmente ha concorso anche la (prematura) chiusura della serie: dopo l’annuncio a giugno 2015 diverse emittenti si sono fatte avanti, tra cui Netflix e Amazon, ma l’accordo non è stato trovato e gli attori sono stati liberati dai loro vincoli contrattuali. Il finale di stagione vede una brusca accelerazione dei ritmi narrativi rispetto agli standard; trascura completamente alcuni personaggi o le conseguenze di determinate azioni, lasciando intere vicende prive di una spiegazione; forza i tempi e le fasi degli eventi per arrivare a concludere una storyline che evidentemente richiedeva un approfondimento maggiore e tempi nettamente più lunghi. Non voglio essere frainteso: quanto ai contenuti, il finale di stagione è di una bellezza e poeticità inaudita; le modalità con cui si arriva agli eventi rappresentati potevano (e dovevano) essere gestite meglio. Voglio sperare che la motivazione di tutto questo risieda nelle difficoltà incontrate dall’ideatore Bryan Fuller, e che non si sia trattato di uno scivolone “involontario” e indegno del livello della serie.

In attesa di saperne di più sul destino di uno dei prodotti migliori degli ultimi anni, che niente ha da invidiare alla trasposizione cinematografica (per quanto le vicende narrate e le strategie operative siano differenti tra loro), non resta altro da fare che far partire un rewatch di Hannibal e incrociare le dita. Bon appétit.

«Non si tratta di cannibalismo, Abel. È cannibalismo solo se noi siamo uguali»

A cura di Daniele Mu

Condividi con i tuoi amici su:

SEGUICI ANCHE SUI SOCIAL NETWORK.

È sufficiente un solo click!!