Hunger Games – Il canto (stonato) della rivolta pt II

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Dopo il flop del precedente capitolo della saga, la speranza era che la seconda parte di Hunger Games – Il canto della rivolta si sarebbe fatta perdonare per l’errore commesso. Ma qualcosa è andato decisamente storto.

Hunger Games – Il canto (stonato) della rivolta pt II

L’anno scorso ci eravamo lasciati con la prima parte di Hunger Games – Il canto della rivolta. Un film parecchio discutibile, in cui sostanzialmente ¾ della sala si è addormentata dopo i primi dieci minuti di proiezione. Perché? Semplice: perché a Hollywood non sanno che inventarsi per fare qualche spicciolo in più, così hanno deciso di dividere in due un libro che, evidentemente, poteva essere trasposto benissimo in un unico film. Risultato: la prima parte è risultata di una noia mortale; un’ora e mezzo di vuoto – ah già, ora si chiama “approfondimento psicologico” – e azione, colpi di scena e salti mortali condensati negli ultimi tre minuti per spingere il pubblico a tornare per vedere il seguito. Che tutti speravamo sarebbe stato migliore.

E invece no. La seconda parte dell’ultimo capitolo di Hunger Games riparte dove si era interrotta, con il rapporto tra Katniss e Peeta-ibrido, e porta dritti alla rivolta che rovescia l’ordine imposto da Snow. Il film soffre di diversi problemi, ma quello più evidente è probabilmente la gestione dei tempi: tutta la prima ora è una sequenza di eventi quasi sconnessi l’uno dall’altro, presentati peraltro con un ritmo talmente blando che, a confronto, un monologo di Romano Prodi scorre meglio. Le scene che si vedono sono ripetitive, l’una la fotocopia della precedente, come se i personaggi si limitassero a compiere le stesse azioni in loop; non succede praticamente nulla di rilevante e i pochi momenti di tensione, dove effettivamente il ritmo si fa più sostenuto, cadono nel nulla dopo un paio di minuti. I dialoghi, per quanto utili allo svolgimento della trama, mi sono parsi spesso deboli e incapaci di catturare l’attenzione. La situazione migliora parzialmente nella seconda parte dove, come era prevedibile, si concentra tutta l’azione. Che non è molta, in realtà. Sì, perché le scene di azione vera e propria sono a mala pena due anche nella seconda parte. Ma su questo niente da dire, perché fanno il loro dovere e danno una bella botta di adrenalina.

Un altro aspetto poco felice è la gestione dei personaggi. A parte i principali, molti dei complementari sono lì solo per bellezza e non hanno il benché minimo approfondimento psicologico. Anche figure di un certo rilievo nei film precedenti vengono completamente dimenticati e lasciati lì, in balia degli eventi – qualcuno ha detto Finnick? Quando alcuni del gruppo di Katniss muoiono, vengono semplicemente dimenticati: va bene che gli eventi non danno ai ragazzi il tempo di elaborare il lutto, ma che non ne venga fatta mai più menzione nemmeno in seguito è imbarazzante. Quanto al triangolo amoroso tra Katniss, Peeta e Gale, per fortuna gli sceneggiatori avuto il buonsenso di renderlo poco invasivo; il problema è che, anche nei momenti di maggior pathos, più che far scendere la lacrimuccia veniva da ridere. Ma forse sono io ad essere insensibile. Un’altra cosa che a me ha infastidito non poco è la strategia – se così si può chiamare – con cui Katniss e Gale cercano di arrivare al palazzo di Snow: mischiarsi in mezzo alla folla con il volto coperto con un cappuccio, pregando tutti i santi che nessuno li scopra. Il piano è così ben collaudato che li riconosce anche una bimba di quattro anni qualche metro davanti a loro. Bravissimi! Ma davvero erano convinti che, con un cappuccio in testa che copre a mala pena gli occhi, nessuno li avrebbe riconosciuti?

A parte questo, comunque, alcune cose positive ci sono. Come già detto, le poche scene d’azione danno quello sprint che tutti aspettavamo; la risoluzione del triangolo amoroso è piuttosto interessante, a dimostrare il fatto che le nostre azioni spesso portano a conseguenze indesiderate. Il finale, per quanto prevedibile con largo anticipo, è sicuramente uno dei momenti più alti del film – specie il confronto Katniss-Snow e quello che succede immediatamente dopo. La regia fa il suo dovere e regala più di un momento di spettacolarità, specie quando i ragazzi vengono travolti dall’ondata nella prima parte e nelle scene d’azione della seconda. Gli attori offrono delle buone prestazioni: Jennifer Lawrence ovviamente spicca su tutti, specie nello scatto di disperazione sul finale con il quale libera le emozioni represse fino ad allora; anche Josh Hutcherson, nei panni di Peeta, si comporta egregiamente riuscendo a trasmettere il dolore e la confusione che gli derivano dalle torture subite a Capitol City. Ottimi come sempre anche Donald Sutherland, nei panni del presidente Snow, e Julianne Moore, alias Alma Coin. Una menzione speciale, come per il film precedente, va al compianto Phillip Seymour Hoffman nei panni del burattinaio Plutarch.

In definitiva, Hunger Games – Il canto della rivolta pt II si tiene sulla stessa riga del predecessore; ossia un “è intelligente ma non si applica”. Soffre la decisione di dividere un unico prodotto in due pellicole, quando evidentemente non c’era materiale sufficiente per farlo, e non ha nemmeno quella marcia in più che mi sarei aspettato. Probabilmente se avessero fatto un unico film di tre ore molti dei difetti che non me l’hanno fatto digerire sarebbero stati per lo meno ridimensionati, ma ormai è andata così. Il che è un vero peccato, se si considera il livello decisamente più alto dei primi due film della saga e, soprattutto, che Hunger Games è un brand ricco di contenuti di un certo livello per le implicazioni che contiene e le riflessioni che genera nel pubblico (lettore o spettatore). E vedere buttate all’aria tante buone premesse fa sempre un certo dispiacere.

«Niente di buono è al sicuro finché Snow è vivo»

A cura di Daniele Mu

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