Il racconto dei racconti: un fantasy moderno

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Con “Il racconto dei racconti” e le sue atmosfere, perennemente sospese tra fantasy e horror, Garrone si conferma uno dei migliori registi italiani degli ultimi anni.

Il racconto dei racconti: un fantasy moderno

Lo dico subito, a scanso di equivoci: no, non è “Le cronache di Narnia” o “Harry Potter”. Se andate a vedere “Il racconto dei racconti” (o “Tale of tales”, che in inglese rende meglio) non aspettatevi niente di tutto questo. Garrone realizza un progetto ambizioso: traspone sullo schermo la raccolta di fiabe “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile. Per farlo si concentra su tre storie, che si alternano l’un l’altra per poi incontrarsi nella sequenza finale.

La prima storia racconta di un re e una regina che, non potendo aver figli, si affidano ai consigli di un negromante nella speranza che lei rimanga incinta. Così accade, ma anche una delle serve subisce la stessa sorte: i loro figli sono gemelli, identici in tutto e per tutto; la regina tenta in ogni modo di separare i due ragazzi e rompere il legame affettivo e di sangue che li unisce. La seconda si concentra sulla figlia adolescente di un re che, vivendo in un castello isolato, desidera vedere il mondo e conoscere finalmente l’amore di cui tanto ha sentito parlare nei libri. Deve però fare i conti con il padre, un uomo dalle ristrette vedute che prova una insolita simpatia per una enorme pulce. La ragazza viene concessa in sposa ad un orco, e fa di tutto per evadere dalla sua prigionia. La terza, infine, narra di due anziane e deformate sorelle. Il re, lussurioso oltre ogni dire, rimane folgorato dalla voce di una di loro e fa di tutto per conoscere la donna dalla quale è così attratto. Dopo un rapporto sessuale, avvenuto interamente al buio per volontà di lei, il re scopre la realtà e fa defenestrare la menzognera. Viva per miracolo, questa torna giovane e bella e conquista il re allontanandosi sempre di più dalla sorella la quale, desiderosa di tornare anche lei alla gioventù, si lancia in un gesto estremo.

I racconti sono dunque molto lontani da ciò che ci si potrebbe aspettare, ma d’altronde a ben pensarci non poteva essere diversamente: si tratta di fiabe, prive di qualunque rapporto con la realtà; l’importante non è la storia in sé, ma il messaggio che veicola. E infatti ogni narrazione ha una forte morale, un avvertimento, un monito di fondo: una madre disposta a tutto pur di avere un figlio e tenerlo tutto per sé, incurante del fatto che si debba rispettare l’equilibrio degli eventi; il riscatto personale di una giovane ragazza, i cui sogni si infrangono miseramente contro una realtà che la costringe in condizioni inumane e la obbliga a crescere più rapidamente del normale; la smania di bellezza, gioventù, eternità, che diventa una vera e propria ossessione al pari di quella sessuale. L’importante è che lo spettatore entri nella giusta ottica, il resto viene da sé.

Ciò che veramente colpisce del film, comunque, è la cura con cui è realizzato. La regia è maestosa e non priva di virtuosismi “silenziosi”, sempre funzionali alla narrazione e mai fini a se stessi – basti pensare al piano sequenza iniziale. Le inquadrature sono studiate al millimetro e caratterizzate da una cura maniacale dei dettagli inseriti: più volte si rimane a bocca aperta, come se si ammirasse un affresco e non una pellicola cinematografica. La fotografia è spartana, quasi priva di alterazioni o lavoro di post-produzione: l’impressione che ho avuto è che si usasse molto la luce naturale, il che è un bene perché ha conferito un’atmosfera tutta sua alla pellicola. La colonna sonora è di alto livello, così come la recitazione degli attori – a proposito: un cast veramente eccezionale. Costumi e trucco assolutamente sbalorditivi, e anche gli effetti speciali – ridotti al minimo indispensabile – non sono assolutamente invadenti e, anzi, sono inseriti perfettamente nel contesto. Chiaramente la vera perla del film sono le location e i paesaggi, tutti italiani: dal Castello d Sammezzano a Palazzo Vecchio, da Castel del Monte al Castello di Donnafugata, da Gioia del Colle al Castello di Roccascalegna; si ha la sensazione che, più che sulle storie, l’attenzione del regista sia interamente orientata ai paesaggi e alla loro valorizzazione.

“Il racconto dei racconti” è una pellicola di altissimo livello e spessore, che ben si merita la candidatura alla Palma d’oro al Festival di Cannes – e chissà che non arrivi anche più in alto. È un film particolare, che ha fatto – e continua a fare – parlare di sé e divide pubblico e critica: Garrone rivisita il fantasy e lo piega alle proprie esigenze narrative, realizzando un intrico di storie che inizialmente – non lo nego – lasciano spaesato e disorientato lo spettatore; gioca con la linea narrativa e con i generi, passando dalle atmosfere fiabesche a quelle ai limiti dell’horror e dello splatter senza mai perdere la classe e lo stile raffinato che lo contraddistinguono. L’unico scivolone, a parer mio, riguarda il trailer che, per come è montato, non rende assolutamente giustizia e, al contrario, può fuorviare l’osservatore. Ma chiaramente non è un difetto imputabile a Garrone o alla pellicola: ahimè, prima o poi chi realizza i trailer capirà come si fanno.

In conclusione, “Il racconto dei racconti” è sicuramente uno dei film più belli tra quelli usciti in sala nel 2015, e dimostra ancora una volta che il cinema italiano, quello vero, esiste e scalcia per farsi notare. Si tratta solo di riconoscerlo e valorizzarlo come merita.

A cura di Daniele Mu

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