The Imitation Game: un biopic a regola d’arte

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The Imitation Game, portando sul grande schermo la vita di Alan Turing, si conferma uno dei film più interessanti degli ultimi mesi.

The Imitation Game: un biopic a regola d’arte

«Sometimes it is the people who no one imagines anything of who do the things that no one can imagine».

Con questa frase, che torna in maniera ciclica, può essere riassunto The imitation Game. Il film, tratto dal libro «Alan Turing: the Enigma», racconta le vicende del matematico inglese che durante la seconda guerra mondiale riuscì a decriptare i messaggi in codice dei nazisti – realizzati tramite la macchina Enigma – e il cui contributo fu essenziale per la risoluzione del conflitto. Dalla sua creazione, la «macchina di Turing», discendono gli attuali computer.

Partiamo subito col dire che sarebbe stato impossibile fare un brutto film con un personaggio interessante e complesso come Alan Turing e con una storia così avvincente: sebbene sia un po’ difficile per lo spettatore seguire i ragionamenti e le intuizioni del protagonista, la pellicola tiene incollati allo schermo e calibra sapientemente dramma, tensione e ironia. Interessante, poi, la scelta di giocare con la linea temporale attraverso continui flashback e sviluppando una struttura narrativa che intreccia tre piani temporali in maniera estremamente fluida. Azzeccata anche la scelta di inserire video e audio dell’epoca per dare un tono più documentaristico alla pellicola. Affascinanti anche i risvolti etico-morali, che dilaniano il protagonista e lo stesso spettatore, che emergono nella seconda parte e nel finale.

Pilastro del film è l’attore britannico Benedict Cumberbatch, noto al grande pubblico per la serie tv «Sherlock». Cumberbatch è stato abilissimo nel caratterizzare al meglio il personaggio, restituendone la complessità e il tormento interiore: è evidente lo studio della comunicazione non verbale, ogni movimento e ogni sguardo ci permettono di entrare in empatia con Turing. Egli stesso è un rebus indecifrabile per lo spettatore: inizialmente viene presentato come un genio sociopatico – per capirci: sembra un incrocio tra Sherlock e Sheldon, il che mi ha fatto storcere il naso – ma assume spessore e profondità psicologica col passare del tempo. Arriviamo a scoprire dei soprusi subiti da ragazzo; del suo amore adolescenziale stroncato brutalmente, il cui ricordo rimarrà sempre vivo e che trasferisce nella macchina da lui creata; della sua omosessualità, per la quale viene accusato di atti e condannato alla castrazione chimica. Dopo aver perso ogni ragione di vita, piegato dagli spasmi e dal dolore, arriva al tragico epilogo. (Piccola curiosità: Turing, che inventò il precursore degli attuali computer, si tolse la vita mangiando una mela avvelenata col cianuro. Steve Jobs, alcuni decenni più tardi, scelse una mela morsicata come simbolo della sua società. Strana coincidenza, non vi pare?) Se per tutto il film sono rimasto scettico circa la possibilità che Cumberbatch venisse insignito dell’Oscar, la sequenza finale ha fugato ogni dubbio. Interpretazione magistrale.

Interessante anche Keira Knightley, sebbene la nomination come miglior attrice non protagonista mi paia eccessiva. Molto bello il modo in cui viene affrontato il rapporto tra i due personaggi: una sorta di amore platonico, incontaminato e intellettuale, fatto di stima reciproca e comprensione; il regista è stato abile a bilanciarne gli svolgimenti, evitando di conferire un tono eccessivamente sentimentale alla pellicola. Ottima anche la performance di Charles Dance, attore dall’imponente presenza scenica conosciuto ai più per essere il Tywin Lannister di «Game of Thrones».

Il comparto tecnico è, a mio avviso, un gioiellino. Buona la regia che, pur non brillando per virtuosismi, conferisce una certa compattezza al film; la fotografia valorizza inquadrature e personaggi, e anche la colonna sonora – eseguita dalla London Symphony Orchestra – dà un enorme contributo a sostegno delle scene. Buoni anche gli effetti speciali, sebbene inizialmente paiano un po’ troppo macchinosi. Ma il vero punto forte è il montaggio che, come anticipato, intreccia i tre piani temporali con una fluidità disarmante: basta una parola a scatenare un flashback o un flash-forward, e la transizione è poi così rapida e naturale che sta allo spettatore cogliere il passaggio da un piano all’altro.

28Consigliata la visione in lingua originale: la voce e l’accento di Cumberbatch conferiscono valore aggiunto alla pellicola e le danno decisamente una marcia in più. La speranza è che porti a casa alcune delle statuette per le quali ha ricevuto la candidatura: sono meritate.

A cura di Daniele Mu
Capo Redattore

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