IT – Il ritorno di Pennywise 27 anni dopo

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Avete presente la mini-serie del 1990 su IT? Dimenticatela. Dopo aver visto il film di Andrés Muschietti sarà come se non fosse mai esistita.

IT – Il ritorno di Pennywise 27 anni dopo

“Che palle con questi reboot e remake”. “A Hollywood non hanno più idee”. “Perché scomodare film di culto rischiando di fare più male che bene?”. Quante volte avete sentito o detto frasi simili? Anche io, il più delle volte, la penso così. Ma questa volta è diverso. Questa volta si tratta di It.

Non so se vi è capitato di rivedere la mini-serie del 1990, prima trasposizione di uno dei libri più famosi di Stephen King. Io l’ho rivista da poco e, con tutto il rispetto per il cult che è, devo dire che è imbarazzante. Va bene il budget limitato, va bene che non era una produzione cinematografica, va bene tutto: ma è veramente invecchiata male. L’idea che Andrés Muschietti prendesse in mano quella pentola d’oro che è il libro di King e la portasse sul grande schermo, con tutti i crismi del caso, mi ha fin da subito rapito. E, dopo la visione, non posso che confermare il giudizio iniziale – anche se con qualche piccola riserva.

A mio avviso IT è un ottimo film. Ho trovato appropriata la scelta di suddividere la storia in due blocchi omogenei: il meccanismo del flashback continuo funziona decisamente meglio sulla carta che al cinema. Così come ho trovato appropriata la scelta di ambientare questo Capitolo I negli anni Ottanta, anziché nei Cinquanta – come nell’opera originale –, anche per sfruttare quel mood nostalgico che sembra aleggiare intorno agli Eightees. In secondo luogo, ed è forse il punto più importante, la pellicola è riuscita a cogliere e a riproporre l’atmosfera del libro di King: per chi ha letto l’opera prima è come trovarsi catapultati nelle pagine del romanzo, in mezzo a quei bambini e a quei luoghi che ha solo potuto immaginare. L’atmosfera inquietante, la tensione continua, il contrasto tra l’innocenza dei “perdenti” e il male che attanaglia Derry – tutto questo è presente nel film e traspare da ogni inquadratura. Sarebbe sbagliato considerare IT un film horror: si tratta di un film di formazione, nel quale assistiamo alla crescita di un gruppo di ragazzi costretti ad affrontare qualcosa di malvagio e troppo, troppo grande per loro. Certo, i continui jumpscare danno quella botta di adrenalina che ci si aspetta da un horror o da un thriller ben fatto; ma il cuore della narrazione è il legame tra Bill, Bev, Ben, Richie, Eddie, Stan e Mike.

IT, la creatura, non è altro che il riflesso di tale legame, come dimostra benissimo la scena madre posta sul finire della pellicola.

Veniamo ora ai personaggi. Iniziamo proprio da IT: spaventoso, inquietante, grottesco. Esattamente come me lo sarei aspettato e, sono pronto a scommetterci, come anche lo stesso King lo aveva immaginato. Un IT lontano anni luce da quello impersonato da Tim Curry, quest’ultimo più affabile e giocherellone, che spero possa sostituirlo presto nell’immaginario collettivo (da notare, peraltro, i piccoli omaggi al “vecchio” Pennywise presenti in vari momenti). Ottima l’interpretazione di Bill Skarsgård che, aiutato dal make-up e dai bellissimi costumi, regala una performance di rara bellezza pur comparendo tutto sommato poco rispetto alla durata totale della pellicola. Ottime anche le performance del “club dei perdenti”, a partire da Finn Wolfhard (il Mike di Stranger Things che, non a caso, è evidentemente ispirato proprio a IT) che ci restituisce un Richie Tozier in splendida forma e, con le sue battute, spezza la tensione e strappa ben più di qualche sorriso. Notevole anche la prova di Sophia Lillis nei panni di Beverly, forse il personaggio più complicato da mettere in scena: un’innocenza accompagnata da una sensualità nascente ma già dirompente; una bambina segnata da un rapporto conflittuale e traumatico col padre, come emerge in maniera chiara in quelle che sono alcune tra le scene più intense della pellicola.

Non solo la narrazione; a convincere è anche il comparto tecnico. La regia di Muschietti è solida e i movimenti di camera contribuiscono ad alimentare l’inquietudine di alcune scene, come quella – spettacolare – nella casa abbandonata. Devo ammettere però che la scelta di dividere la narrazione per blocchi e il costante ricorso al jumpscare possono risultare fastidiosi e non convincere del tutto. L’elemento migliore è forse la fotografia: cupa, sbiadita, giocata sui toni del grigio e del nero, ai quali si contrappongono brutalmente il giallo della mantellina del piccolo Georgie e il rosso – il rosso dei palloncini di Pennywise, certo, ma anche il rosso del sangue che sgorga da un lavandino e inonda un bagno, in pieno stile Shining. Per non parlare, poi, della cura con cui sono realizzate le location e alcune sequenze: il covo di It, in particolare, con quella pila di corpi galleggianti, mi ha fatto venire la pelle d’oca. Non ho trovato particolarmente incisiva la colonna sonora che, però, si amalgama al meglio con la regia e con il montaggio nei punti di massima tensione. Quanto alla CGI, pur non essendo delle migliori e risultando piuttosto invasiva in alcuni frangenti, nel complesso è stata utilizzata in maniera ponderata.

Passando ora alle “piccole riserve” di cui parlavo prima, ci sono alcune scelte che non mi hanno entusiasmato particolarmente. Si tratta di piccolezze nell’economia complessiva della pellicola, che nascono più che altro dal confronto col libro: per quanto fedele al testo, infatti, il film presenta notevoli differenze. Passino le differenze nei modi in cui It si mostra ai ragazzini; ma la caratterizzazione di diversi personaggi è traballante e si lascia dietro elementi importanti ai fini della trama: penso a Ben, del quale non viene mai mostrato il talento innato per l’architettura; oppure a Stan, del quale solo in parte emerge il carattere razionale, lucido e calcolatore che lo contraddistingue nel libro. Oppure ancora a Henry Bowers, del quale non convince a pieno il rapporto poco esplorato con il padre e la scena che lo vede protagonista sul finale, che lascia diversi dubbi sul proseguo del suo arco narrativo. Pesa, inoltre, l’assenza di Derry – che, nel libro, sembra essere una entità a sé stante che tende ad opprimere e a divorare i suoi. Infine, si notano le assenze di alcuni passaggi cruciali quali il rito di Chud e, soprattutto, la spiegazione sulle origini di It che, stando a quello che si vede nel film, risultano incomprensibili.

Potrei continuare a parlarne per ore, ma credo sia meglio chiudere qui. In conclusione, IT di Andrés Muschietti è un ottimo film, che coglie lo spirito dell’opera originale e ne permette la piena fruizione anche a chi non l’ha mai letta. Non credo, però, che sia la miglior trasposizione possibile dell’opera di King: ci sono troppe omissioni che, a mio avviso, meritavano di essere inserite.

Post scriptum: mi rivolgo ai ragazzi di 15 o 16 anni. Per favore: se andate al cinema, siete pregati di guardare il film anziché stare tutto il tempo al telefono o a parlare fra di voi, perché avete paura e dovete esorcizzarla in qualche modo. Va bene l’urletto nelle scene inquietanti, va bene la risata al momento opportuno, poi basta. Altrimenti mi troverò costretto a farvi galleggiare. Tutti.

A cura di Daniele Mu

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