La teoria del tutto.. O quasi

Condividi con i tuoi amici su:

«La teoria del tutto», biopic su Stephen Hawking, è tra i film più acclamati del momento. Sarà all’altezza delle aspettative?

La teoria del tutto.. O quasi

Aspettavo con ansia «La teoria del tutto», pellicola sulla straordinaria vita di Stephen Hawking; e devo dire che mi è piaciuto. A metà. Come c’era da aspettarsi, infatti, più che concentrarsi sulle ricerche scientifiche dell’astrofisico, ci si concentra quasi esclusivamente sulle sue vicende personali: dall’insorgere della malattia – l’atrofia muscolare progressiva – che lo porterà alla paralisi totale fino alla fine del suo primo matrimonio.

La prima parte del film scorre bene e introduce lo spettatore nel vivo della storia: si inizia, senza troppi fronzoli, con un giovane Stephen alle prese con la carriera universitaria a Cambridge e con l’amore travolgente per Jane Wilde, studentessa di lingue. Il modo in cui viene introdotta la malattia è estremamente delicato e per niente invasivo: fin dall’inizio si notano i segnali della patologia, ai quali il protagonista quasi non dà peso. Avrebbero potuto esagerare i sintomi e sfociare nel patetico, ma il regista James Marsh è riuscito a tenere ben salde le redini del film.

Anche la progressione dell’atrofia è ben gestita: capiamo la rabbia e le enormi difficoltà incontrate da un brillante studente che, con un’aspettativa di vita di due anni, si vede all’improvviso negare il proprio futuro e che si rinchiude nell’isolamento volontario quasi per paura che gli altri, affezionandosi a lui, possano rimanere feriti al momento della sua morte. Grazie alla perseveranza di Jane e al carattere forte e intraprendente di Stephen, vediamo il giovane genio riprendere possesso della propria vita e, nonostante il progressivo deterioramento fisico ma non mentale, concludere gli studi e metter su famiglia. Non mancano peraltro le scene comiche, che smorzano la tensione e strappano più di una risata.

La seconda parte, a mio avviso, perde un po’ il ritmo e subisce una brusca accelerata. Si raccontano molti eventi, e la narrazione spesso risulta superficiale e poco approfondita. Ci si concentra questa volta prevalentemente su Jane che, abbandonati gli studi per accudire il marito e i figli, vive di frustrazioni e rinunce. Più volte il matrimonio sembra vacillare, specie in seguito all’entrata in scena di Jonathan, uomo di chiesa che si offre di aiutare la donna e tra i quali evidentemente nasce qualcosa. Vediamo poi Hawking entrare in coma, perdere anche l’uso della voce e riacquistarla grazie ai prodigi della tecnica – fino a quando si dota del sintetizzatore vocale che tutti noi conosciamo. Il finale, nel quale lo vediamo vacillare per un attimo e rimpiangere la giovinezza, è tuttavia consolatorio e carico di riflessioni importanti che non potranno non colpire il pubblico.

Punto forte del film sono gli attori protagonisti: Eddie Redmayne, giovane attore britannico noto per la performance nei «Miserabili» che qui interpreta Hawking, dà vita ad una performance assolutamente di alto livello. Notevole in particolare la gestualità e la capacità di comunicare attraverso il corpo, fondamentale per rendere al meglio il personaggio: il modo in cui all’inizio muove le labbra o i tremiti alle mani, l’espressività degli occhi e, infine, il modo in cui rende la paralisi sono veramente notevoli, specie considerando la giovane età (33 anni). Non sorprende dunque la sua vittoria ai Golden Globe, ed è altrettanto probabile un bis agli imminenti Oscar.

Anche Felicity Jones, che qui interpreta Jane, si distingue per bravura e bellezza ed esprime in maniera delicata la sofferenza derivante dal suo dovere di moglie-badante, lacerata interiormente da un lato dal suo orientamento cattolico e dall’altro dalla necessità di lasciarsi andare. Meritata la candidatura agli Oscar.

La regia, come già anticipato, conferisce una certa solidità al film che però sembra perdersi nella seconda parte. Molto interessanti comunque alcune scelte, in particolare nelle inquadrature e nelle soluzioni visive – ad esempio la pupilla che si trasforma in un buco nero quando Stephen, davanti al focolare domestico, ha l’intuizione che darà il via alla sua teoria sulla nascita dello spazio o la scelta di introdurre alcuni «filmati familiari» nel corso della pellicola. La fotografia, estremamente accesa e satura, può risultare stuccosa e conferisce al film un aspetto quasi fiabesco, surreale; ottimo il montaggio. Ciò che colpisce è l’aspetto sonoro: non tanto la colonna sonora, che rimane comunque piacevole, quanto la gestione dei silenzi che riesce a creare suspense e garantisce un forte coinvolgimento emotivo permettendo allo spettatore di identificarsi con i protagonisti.

Le principali critiche riguardano, come già detto, una eccessiva frammentarietà della seconda parte e una cattiva gestione dei tempi narrativi. Sempre in materia di tempo, ho trovato discutibile la scelta di non aver rimarcato più di tanto il fatto che Hawking avesse «sconfitto» la morte: chiaramente tutti sappiamo come sono andate le cose, ma qualche riferimento in più non avrebbe guastato e, anzi, avrebbe aggiunto valore alla narrazione. Deludente infine il fatto che ci si concentri ben poco sulle ricerche scientifiche del soggetto: capisco che non si volesse appesantire eccessivamente il film e che si volesse puntare sulla creazione di una storia sensazionale al fine di colpire l’emotività dello spettatore – e aggraziarsi la giuria degli Academy, che sappiamo avere un debole per le storie strappalacrime – ma intitolare una pellicola «La teoria del tutto» e vedere accantonate quasi totalmente le indagini su spazio-tempo e buchi neri, beh, infastidisce non poco.

In definitiva si tratta di un buon film, recitato magistralmente e che garantisce spunti di riflessione continui – ad esempio sulla religione, sebbene anche tale aspetto sia sviluppato in maniera sommaria, ma anche dilemmi etici riguardanti la vita e la morte – ma che presenta alcuni difetti a mio giudizio evidenti che non permettono di gridare al capolavoro e lo collocano un gradino sotto «The imitation game». Il confronto è quasi inevitabile, dato che si tratta di due biopic e che sono due tra i film più papabili per i prossimi Oscar: Cumberbatch e Redmayne recitano entrambi ottimamente mentre la Jones fa mangiare la polvere alla Knightley e, quanto al film nel complesso, non me ne voglia il signor Hawking ma io sto dalla parte di Mr. Turing.

Ma, evidentemente, solo il tempo ci darà una risposta.

A cura di Daniele Mu
Capo Redattore

Condividi con i tuoi amici su:

SEGUICI ANCHE SUI SOCIAL NETWORK.

È sufficiente un solo click!!