Lo chiamavano Jeeg Robot – Una speranza per il cinema italiano?

Condividi con i tuoi amici su:

Prendete un anti-eroe, dategli dei superpoteri e buttatelo nelle strade degradate e violente di Roma: «Lo chiamavano Jeeg Robot» dimostra che l’Italia non ha niente da invidiare ai più blasonati film hollywoodiani.

Lo chiamavano Jeeg Robot

Sono anni difficili, questi, per il mondo del cinema. Hollywood vive una innegabile crisi fatta di remake, reboot e film prodotti con lo stampino; e in Italia, tra una commedia di Muccino e un cinepanettone, la situazione non è molto migliore. È vero però che, a ben guardare, è possibile trovare pellicole di enorme spessore tanto all’estero quanto in casa nostra.

È questo il caso di Lo chiamavano Jeeg Robot, film del 2016 diretto da Gabriele Mainetti e interpretato da Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli e Luca Marinelli. Si tratta di un esperimento coraggioso, che – seguendo le orme de Il ragazzo invisibile – si inserisce nel filone dei cinecomics opportunamente rivisitato e riletto in chiave italiana. Sebbene infatti la pellicola presenti i tratti caratteristici di un cinecomic, per certi versi se ne distacca in quanto il suo obiettivo non è tanto quello di raccontare lo scontro tra eroe e villain (elemento che pure è presente), quanto quello di concentrarsi sulle vicende personali del protagonista, sulla sua evoluzione e trasformazione umana, possibile proprio grazie ai suoi poteri.

Enzo Ceccotti è un criminale romano che, per sfuggire all’inseguimento con la polizia, si getta nel Tevere dove rimane incagliato in alcuni barili contenenti sostanze radioattive. Tornato a casa, in preda agli spasmi e febbricitante, scopre di possedere una forza sovrumana. Sergio, uno dei membri della banda criminale guidata da Fabio Cannizzaro, detto «lo Zingaro», lo porta con sé in una missione durante la quale lo scagnozzo rimane ucciso. A questo punto la vicenda personale di Enzo si intreccia con quella di Alessia, figlia di Sergio, la quale soffre di evidenti disturbi mentali e mostra una folle ossessione verso l’anime Jeeg Robot. Tra i due nasce una relazione affettiva, che viene però minacciata dallo Zingaro. A questo punto Enzo, che in un primo momento usa i suoi poteri per compiere atti criminali in giro per Roma, decide di usarli per proteggere Alessia e sconfiggere Zingaro, che a sua volta acquista i suoi stessi poteri e minaccia di far saltare in aria uno stadio gremito di persone.

La trama di per sé è semplice. Ciò che colpisce, però, è la qualità della messa in scena e il coraggio con cui Mainetti affronta l’argomento e tratta un genere che, in Italia, risulta quasi del tutto inesplorato. Al centro del film vi sono i personaggi, in particolare quello di Enzo, che affronta una profonda evoluzione psicologica. Enzo, interpretato da Claudio Santamaria, è un criminale; un ladro da quattro soldi che rischia la galera per qualche spicciolo e che non consce neanche il funzionamento dei sistemi di sicurezza di un bancomat. Un uomo solo, burbero, che passa le giornate a mangiare budino e guardare film porno, senza però provare eccitamento, come se questa routine fosse una cosa normalissima. Ma, si sa, dietro la maschera da uomo duro spesso si nasconde un cuore tenero; ed è proprio Alessia che, con la sua ingenuità e la sua semplicità, distrugge l’armatura di «uomo duro» che Enzo si è costruito e gli fa riscoprire il sapore dell’amore, dell’altruismo, del sacrificio di sé per il bene altrui. Nell’arco della pellicola, la metamorfosi è completa: Enzo – o Hiroshi, come lo chiama Alessia – passa dall’essere un criminale da quattro soldi all’essere un eroe, disposto a rischiare la propria vita per difendere i più deboli, indossando quella maschera da Jeeg Robot che proprio Alessia gli ha regalato.

Personaggio speculare a Enzo è lo Zingaro, abilmente interpretato da Marinelli. Capo di una banda di quart’ordine convinto di essere un grande boss, di poter controllare Roma e di farla franca con la camorra; un pazzo psicopatico, violento e sadico, che non esita a uccidere brutalmente i suoi avversari e i suoi stessi amici. Un personaggio che, per follia e movenze, ricorda molto il Joker di Heath Ledger ne Il cavaliere oscuro. A questo si accompagna una regia convincente e perfettamente in linea con il genere messo in scena, con dei buoni effetti speciali – considerando peraltro il budget, non di certo altissimo – e con una colonna sonora che, per quanto straniante, calza a pennello con la narrazione. Sicuramente la pellicola presenta qualche ingenuità e sbavatura, specie sul finale che risulta un po’ raffazzonato e forse non si prende i tempi giusti, ma dopotutto sono scivoloni su cui si può soprassedere visto il livello generale del film.

Lo chiamavano Jeeg Robot è, secondo me, uno dei migliori film italiani degli ultimi anni. Non solo per l’innegabile qualità del prodotto, ma anche e soprattutto per il coraggio con cui regista e attori si mettono in gioco dimostrando che il cinema italiano ha ancora molto da dire, e che è possibile realizzare film sui supereroi che non siano ambientati a New York ma tra le degradate vie di Roma e Napoli – una specie di spaghetti-cinecomics. Bisogna solo non perdere le speranze e lottare perché progetti simili riescano a farsi strada tra il mare di mediocrità che li circonda.

Salvali tutti, tu che puoi diventare Jeeg.

A cura di Daniele Mu

Condividi con i tuoi amici su:

SEGUICI ANCHE SUI SOCIAL NETWORK.

È sufficiente un solo click!!