Lo Hobbit: la battaglia delle Cinque Armate

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Nani, Elfi, Orchi: Peter Jackson ci fa rivivere per l’ultima volta le atmosfere della Terra di Mezzo con l’ultimo capitolo de Lo Hobbit.

Lo Hobbit: la battaglia delle Cinque Armate

Vado al cinema convinto di vedere il capitolo conclusivo de Lo Hobbit e invece mi trovo davanti un mix tra God of War e Prince of Persia. Nonostante aspettassi questo film con ansia, da grande fan di Tolkien quale sono, devo ammettere che sono rimasto profondamente deluso dalla pellicola girata da Peter Jackson.

Lo dico subito: sarò estremamente emotivo e ci saranno diversi SPOILER, quindi se non volete rovinarvi la sorpresa non proseguite e tornate solo dopo aver visto il film!

Dopo l’arrivo dei Nani alla Montagna Solitaria e l’incontro con Smaug, in questo film vediamo la Compagnia alle prese con il risveglio del drago e con la battaglia che, come previsto, occupa gran parte del film. La sensazione complessiva è che sia un film troppo, veramente troppo lungo: ci sono pochi avvenimenti, spalmati su quasi tre ore. Si tratta purtroppo di una pecca inevitabile e ben nota già da tempo: la scelta di fare di un racconto di per sé breve una trilogia è sembrata in partenza discutibile, e tale impressione trova pienamente conferma in questo capitolo.

Altrettanto noto al pubblico è il massiccio impiego di CGI (immagini generate al computer), che invade prepotentemente lo schermo e – permettetemi – lascia interdetti: è mai possibile che Il signore degli anelli, uscito quindici anni fa, risulti più realistico di questa trilogia? Caro Peter, ma ti rendi conto che sembra di vedere il filmato di un videogioco per Play-Station 2 e non un film? Per la cronaca: no, non mi sono ancora dimenticato lo Smaug dorato o il cavallo spastico di Legolas del capitolo precedente, anche se per fortuna in questo caso non si arriva a tanto.

A livello tecnico, Jackson si mantiene sui suoi standard per ciò che riguarda la regia. La fotografia accesa e vivida, complice anche la CGI, può piacere come non piacere: ogni tanto ammetto che sembri troppo stucchevole per i miei gusti. La colonna sonora, che in più parti riprende i temi della precedente trilogia sebbene non sia allo stesso livello, ormai è una garanzia; ho apprezzato anche i momenti di silenzio, a mio avviso molto azzeccati ed inaspettati.

Mi ha stupito invece il montaggio che, specie nella prima parte, ho trovato caotico e confusionario con passaggi bruschi e privi di senso da un’ambientazione all’altra. Ciò che veramente mi ha infastidito, da fan, è la sceneggiatura: che senso ha introdurre tante linee narrative se poi non vengono portate a conclusione? Mi spiego meglio: per allungare il brodo, Jackson ha deciso di inserire alcune parti presenti nelle Appendici dell’opera di Tolkien. Fin qui tutto bene. Il punto è che, dal mio punto di vista, le narrazioni vengono buttate lì a caso e non trovano una chiusura. Perché introdurre il ritorno di Sauron e lo scontro con il Bianco Consiglio, se poi la vicenda non viene ulteriormente sviluppata nel corso del film e addirittura, dopo la prima mezzora, non se ne parla più? Personalmente, ma credo che in molti la pensino così, non vedevo l’ora di vedere il passaggio al «lato oscuro» di Saruman; e invece sono rimasto a bocca asciutta. Vabbè, ma almeno la storia principale la porteranno avanti, direte voi.

Poveri illusi! Smaug esce di scena dopo pochi minuti: d’accordo, nessun problema. La battaglia occupa buona parte del film: perfetto. Vedere la fine della battaglia, o per lo meno rendersi conto che sia finita, è chiedere troppo? So bene che l’arrivo delle aquile è il messaggio universale per «e mò son cazzi per tutti», però speravo almeno facessero capire che la battaglia fosse finita: bastava un’inquadratura. E invece no, l’attenzione si concentra su Thorin, Fili e Kili e dopo, quasi per caso, ci accorgiamo che tutto è finito. Bella roba. E i lombrichi giganti cosa sarebbero?

Sembra quasi che queste scene siano state tagliate per essere poi incluse nella versione estesa, tradizione ormai irrinunciabile per i fan. Se così fosse, però, è stato fatto un lavoro di montaggio pessimo in quanto si decapitano parti estremamente importanti e delle quali il pubblico fremente aspetta di vedere sviluppi e implicazioni. Il punto non sono le libertà che ci si è presi nella realizzazione dei film o le differenze col libro: sono del parere che carta e pellicola siano differenti, e che ciò che va bene alla prima non per forza sia adatto alla seconda. Qui mancano proprio lo sviluppo e la conclusione delle linee narrative; e in quasi tre ore il tempo di portarle avanti adeguatamente lo si sarebbe trovato senza problemi. Speravo di non trovare queste pecche, visto che tra l’altro tra gli sceneggiatori c’è un certo Guillermo Del Toro. E invece…

Un altro aspetto che non mi ha convinto è la caratterizzazione dei personaggi: non mi pronuncerò sulla patetica storia d’amore tra Kili e Tauriel, ma non avevo mai visto Gandalf essere sfruttato così male in un film: decisamente poco incisivo, poco presente e ben lontano dalla figura dello Stregone che tutti conosciamo. Così come Saruman, Galadriel ed Elrond, i quali compaiono quasi per caso e spariscono altrettanto casualmente dopo una delle sequenze più belle del film.

Legolas probabilmente pensava di essere in God of War o Super Mario Bros. Finalmente, dopo cinque film, finalmente finisce le frecce; in compenso acquisisce il potere di infrangere qualunque legge fisica esistente, e chi ha visto la pellicola sa a cosa mi riferisco. Alfrid, in versione macchietta, riesce a strappare qualche sorriso ma alla lunga risulta pesante – e anche lui sparisce nel nulla a circa metà film. Speravo che Beorn avesse maggior spazio, vista la latitanza del precedente capitolo: invece si limita a paracadutarsi e sparisce nel giro di un battito di ciglia.

Naturalmente non ci sono solo critiche: ho trovato ottima la caratterizzazione di Thorin e l’approfondimento della sua psicologia; così come mi è piaciuto molto Bilbo – anche se meno presente e meno gravato dal peso dell’anello di quanto mi aspettassi. Ho apprezzato anche la valorizzazione del personaggio di Bard e ho adorato alla follia Thranduil, il quale ha reso perfettamente la natura degli Elfi silvani, così come i riferimenti a Morgoth e ad Aragorn. Il finale, poi, che chiude il cerchio ricollegandosi insieme al primo capitolo di entrambe le trilogie – accompagnato dalla meravigliosa canzone cantata (ascolta qui) dal «nostro» Pipino – è stato un colpo al cuore: brividi assicurati.

Ciononostante le lacune sono troppe, e non posso sorvolare. Si tratta di un buon film che ha però innumerevoli difetti e lascia i fan con l’amaro in bocca. Sicuramente speravo in un lavoro più maturo e completo e, seppur abbia per me un fortissimo valore affettivo e non possa certo dire che sia una pellicola orribile, rimango perplesso e un po’ deluso. Lo rivedrò fra qualche tempo, magari a conclusione di una maratona Tolkien, e chissà che non cambi idea.

Per ora posso solo dire: «è un buon film, ma non si applica».

Nonostante tutto vorrei ringraziare Peter Jackson, che ha dato anima e corpo ad uno dei lavori letterari più importanti del Novecento e mi ha catapultato nell’universo della Terra di Mezzo, accompagnandomi dall’infanzia fino ad ora e lo farà anche negli anni che verranno. Sapere che non vedrò più quelle ambientazioni e quei personaggi sul grande schermo mi dispiace; ma è un dispiacere agrodolce, malinconico. Perché ho imparato che, in un’avventura, l’importante non è la destinazione ma il viaggio.

«Casa è alle spalle e il mondo avanti,
le strade da seguire tante.
Nell’ombra, il mio viaggio va,
finché luce nel cielo sarà»

A cura di Daniele Mu
Caporedattore

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