Mad Max: Fury road

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George Miller torna al cinema rispolverando il suo Mad Max e riscrivendo le regole dei film d’azione. Da oggi niente sarà più lo stesso.

Mad Max: Fury road

“Minchia zio, bordello”. Questa è l’unica cosa che sono riuscito a pensare dopo aver visto “Mad Max: Fury road”: sì perché, dopo due ore intere con l’adrenalina a palla e il sedere incollato alla poltroncina del cinema, praticamente non capivo più niente.

“Mad Max: Fury road” è la rivisitazione del franchise creato e diretto da George Miller negli anni ‘80 che aveva come protagonista Mel Gibson. La prima cosa da dire sul film è che, in sostanza, la trama è inesistente. Non scherzo: siamo in un futuro post-apocalittico, in cui l’umanità è regredita e si è organizzata in comunità spesso in lotta tra loro e dai tratti autoritari. Max è un ex poliziotto, ossessionato per aver perso la famiglia anni prima, che fugge nel disperato tentativo di rimanere in vita. Viene catturato e utilizzato come “sacca di sangue” prima di incontrarsi con Furiosa e unirsi nel suo viaggio verso le fertili Terre Verdi. Fine. Il resto sono inseguimenti, macchine, moto, esplosioni, proiettili, esplosioni, cazzotti, esplosioni, proiettili. Ed esplosioni. Ah, e anche un tizio che suona una chitarra sputa-fiamme appena uscito dalla sfilata del carnevale di Viareggio.

Figata.

George Miller, ormai settantenne, dopo tre perle del calibro di “Babe, maialino coraggioso” e i due “Happy feet”, ha deciso di rispolverare il suo marchio di fabbrica e tornare a sfornare un filmone – demenza senile? Pillole corrette con LSD? Chi lo sa. Sta di fatto che ha realizzato quello che, in molti, considerano il miglior film d’azione degli ultimi anni. Perché? Perché fondamentalmente fa quello che un film d’azione dovrebbe fare: tenerti incollato allo schermo col cuore in gola. La pellicola scorre che è una meraviglia, due ore che sembrano volare; riesce a mantenere un ritmo costante, con pochissimi cali di prestazione – cosa per niente facile con una sceneggiatura ridotta all’essenziale. Ti tiene costantemente sui 5000 giri, ti fa scendere a 3000 e appena inizi a prendere fiato via, su di nuovo a 5000.

Ciò che più mi ha colpito del lato tecnico sono la fotografia e la colonna sonora. La fotografia è accesa e saturata: le scene nel deserto sono dominate dai colori della terra e trasmettono una sensazione di aridità e desolazione; le scene in notturna sono gelide, taglienti, glaciali. Su tutto trionfano gli occhi azzurro profondo di Charlize Theron, che bucano lo schermo e sembra ti seguano in ogni momento. La colonna sonora è un mix di schitarrate ignoranti, dubstep, elettronica alternato a sezioni di piano e violino; accompagna perfettamente ogni scena e ha un ruolo centrale nel mantenere l’adrenalina alle stelle. Notevole la scelta di inserire le parti di chitarra in perfetta simbiosi con le immagini, che ricorda per certi versi lo stile usato in Birdman. La regia e il montaggio completano il quadro con un ritmo frenetico ed estenuante.

Gli attori danno vita ad una performance eccellente. Tom Hardy (Max) si conferma a mio parere uno degli attori più capaci di oggi, creando un personaggio che non ha bisogno di parlare per rimanere impresso e che, con la sua fisicità e presenza scenica, sarebbe in grado di reggere lo schermo praticamente da solo – come ha mostrato di saper fare in Locke, ad esempio. Charlize Theron si pone sulla stessa linea, presentando un personaggio duro, dai tratti quasi mascolini, gelido ma estremamente umano; come già detto, poi, la profondità del suo sguardo da solo dovrebbe essere motivo sufficiente per vedere il film. Anche i co-primari svolgono un lavoro niente male, basti pensare al giovane Nicholas Hoult che interpreta Nux. La loro abilità sta nel riuscire a creare dei personaggi forti, colossali e allo stesso tempo umani, nonostante una sceneggiatura che più che altro è un canovaccio, e a dargli un approfondimento psicologico di tutto rispetto – rendendoli espressivi e comunicativi senza che debbano aprire bocca. E, credetemi, non è per niente facile.

“Mad Max: Fury road” è un film che funziona, fa il suo dovere e lo fa alla grande. I più scettici diranno che, in quanto reboot, è l’ennesimo frutto di quella crisi di scrittura che sembra attanagliare Hollywood da diverso tempo – e non hanno tutti i torti. Ma mi viene da dire: e chi se ne frega? Nel suo genere è un gioiello che ha contribuito a dare una ventata di freschezza in un ambiente sempre più statico e in crisi d’identità; rappresenta la pietra angolare, il nuovo punto di partenza per l’action movie. Come dire: c’è modo e modo di fare un film basato su esplosioni e cazzotti; e questo è il modo giusto.

Capito, Michael Bay?

“Il mondo crollava, e ognuno di noi a modo suo era a pezzi. Difficile capire chi fosse più folle: io o gli altri?”

A cura di Daniele Mu

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