House of Cards – Stagione 5: il giocattolo si è rotto?

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Ripetitività, banalità, irrealismo: qualcosa in House of Cards sembra non funzionare più a dovere. E ora il futuro della serie sulla politica statunitense è più incerto che mai.

House of Cards – Stagione 5

House of Cards è una delle mie serie tv preferite di sempre. Insomma: come si fa a non amare una serie tv realizzata da Netflix con protagonisti Kevin Spacey e Robin Wright, incentrata sulla politica americana e chiaramente ispirata al Principe di Machiavelli? Ogni anno aspetto l’uscita della nuova stagione come un bimbo può aspettare il regalo sotto l’albero di Natale. Ogni anno, fino ad ora.

Sì, perché già la scorsa stagione – che, per la cronaca, ho finito in due giorni. Ah, il binge watching! – mi aveva lasciato con qualche perplessità di troppo, ma tutto sommato non c’avevo prestato troppa attenzione. La quinta stagione, invece, proprio no. Non ci siamo. Non dico che sia brutta, né sono tra chi sostiene che ormai House of Cards non abbia più nulla da dire. Solo che – come dire? – non c’è più quell’effetto “wow” che avevano le prime stagioni.

Avevamo lasciato Frank e Claire Underwood alle prese con la minaccia terroristica dell’ICO e con una campagna elettorale più agguerrita del previsto, che rischiava seriamente di mettere in pericolo l’elezione del Presidente. La storia riparte esattamente da queste premesse, con la lotta al terrorismo che assume un ruolo centrale nella prima metà di stagione per lasciare poi progressivamente spazio alle vicende interne alla Casa Bianca.

Il problema, però, è che la narrazione soffre di numerose lacune e risulta frammentaria, come se in fase di scrittura gli autori non sapessero come farla proseguire e come collegare fra di loro gli eventi. Abbiamo dei piccoli buchi di trama, o comunque scivoloni, sparsi qua e là che minano la credibilità dello storytelling; archi narrativi troppo frettolosamente accantonati; personaggi con del potenziale inespresso che potevano sicuramente essere meglio gestiti (un esempio su tutti è Will Conway, che ha una parabola a dir poco indegna per la caratura del soggetto).

Un altro problema, forse anche più grave, è dato dalla ripetitività degli eventi. Si è fortemente indebolito l’effetto-novità, il colpo di scena è depotenziato. La serie ci ha già abituato a tutto e non siamo più disposti a stupirci di niente. Tutto diventa incredibilmente prevedibile, anche i momenti più inquietanti e drammatici ci lasciano per lo più indifferenti. Lo stesso plot twist del finale – che poi tanto plot twist non è, visto che si limita a ripresentare una situazione già vista qualche puntata prima. A conferma del fatto che gli autori hanno perso un po’ di brillantezza – è stato accolto quasi con fastidio: “eccoci, ora dovrò aspettare un altro anno. Vabbè, poco male, passo a vedere Twin Peaks”.

A questo si aggiunga che la veridicità dei fatti narrati, da sempre la chiave di volta di House of Cards, in questa stagione è seriamente messa in discussione.

Attenzione: fin dalla prima puntata ci sono degli eventi totalmente fantasiosi e surreali, che infatti a me non sono mai piaciuti proprio perché rompono l’atmosfera pragmatica e realistica della serie. C’è stato però un crescendo, soprattutto a partire dalla quarta stagione, che a questo punto inizio a trovare fastidioso e inopportuno. A meno che, ovviamente, non siamo disposti ad accettare passivamente tutto quello che viene descritto: la mia impressione è che ormai, nel disperato tentativo di mantenere accattivante un personaggio cinico, spietato e amorale come Frank Underwood, gli scrittori abbiano imboccato la strada di una iperbole che si distacca sempre più dalla realtà e rischia di sfociare nel grottesco. E la stessa preoccupazione la ho per Claire, che nelle puntate finali mi ha fatto venire i brividi (in senso negativo).

Se i contenuti iniziano a scricchiolare, dove House of Cards non perde un colpo è la messa in scena. La regia si mantiene sugli alti standard a cui ci ha sempre abituato: solida, monolitica, pomposa, fatta di movimenti di camera lenti, lunghe carrellate e piani sequenza che sembrano infiniti. La fotografia cupa, desaturata, tendente ora all’azzurro ora all’ocra, continua a farla da padrona. Un po’ sottotono forse la colonna sonora, ma ammetto di non averci prestato troppa attenzione. Quanto alle interpretazioni, beh, cosa c’è da dire? Kevin Spacey ormai è Frank Underwood, Robin Wright ormai è Claire Underwood. I monologhi di Frank, nei quali come da tradizione rompe la quarta parete e si rivolge direttamente allo spettatore, sono qualcosa di fenomenale come sempre. Ottime le prestazioni anche di tutti gli altri, da Michael Kelly (Doug Stamper) a Joel Kinnaman (Will Conway), seppure – come già detto – abbiano avuto forse meno spazio del dovuto.

In definitiva, la quinta stagione di House of Cards mostra i primi segni di cedimento. Nonostante non sia una stagione interamente da buttare, si colloca un gradino sotto lo standard delle precedenti stagioni e non riesce a nascondere l’impressione di essere una serie stanca, che ha bisogno di un restyling per rimettersi in carreggiata. Vedremo cosa gli autori hanno in mente, anche se lo scenario aperto dal finale mi fa sorgere non pochi dubbi. La strada da seguire, a mio avviso, è quella di piantarla con gli intrighi da soap opera e di ritornare a quello che la serie era riuscita a fare così bene nelle prime stagioni: parlare di politica, gettando una luce sul dietro le quinte della Casa Bianca.

A cura di Daniele Mu

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