Revenant – Redivivo

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Alejandro Iñárritu torna al cinema con Revenant, un capolavoro assoluto con una potenza e poesia fuori dal comune.

Revenant – Redivivo

Revenant era sicuramente uno dei film più attesi dell’anno. La sola idea di una collaborazione tra Iñárritu, reduce da un capolavoro quale Birdman, e Di Caprio – uno dei miei attori preferiti – mi mandava in estasi. Quando ho scoperto che Tom Hardy avrebbe fatto parte del cast, beh, a stento ho trattenuto l’esultanza. Sapevo che, con premesse di questo genere, Revenant non avrebbe potuto deludermi; e infatti si è confermato uno dei film più belli e, passatemi il termine, maestosi degli ultimi anni.

Missouri, 1823. Hugh Glass è un cacciatore di pelli; il suo gruppo subisce un attacco da parte degli indiani d’America ed è costretto a fuggire per mettersi in salvo. A seguito di una colluttazione con un’orsa, Glass rimane gravemente ferito. Ormai in fin di vita, i compagni decidono di lasciarlo indietro con il figlio Hawk, unico affetto dell’uomo, dell’amico Bridger e del cacciatore Fitzgerald. Dopo una serie di eventi, Glass si ritrova da solo e in fin di vita. Da quel momento in poi deve cercare di sopravvivere per tornare al villaggio dei suoi compagni e ottenere vendetta.

Buona parte della pellicola, della durata di circa due ore e mezzo, è occupata proprio dal lungo e difficoltoso viaggio di Glass. Dopo una prima parte caratterizzata dall’azione convulsa, il ritmo rallenta per lasciar spazio al viaggio – fisico, ma anche spirituale – del protagonista, per poi tornare ad accelerare nel finale. Ciò che colpisce del film è, innanzitutto, l’enorme potenza visiva. Non solo le ambientazioni sono incredibili – tra neve, fiumi e laghi gelati e foreste di conifere, quasi ad assumere un valore simbolico – ma il tutto è sostenuto e valorizzato da una regia e da una fotografia che rendono Revenant una vera e propria opera d’arte. Iñárritu mostra ancora una volta tutta la sua poetica con una serie di inquadrature mozzafiato, campi lunghi sulla natura morta e un numero infinito di piano sequenza. La bravura nel regista sta proprio nella capacità di dosare i virtuosismi con cognizione di causa: non appesantiscono mai la narrazione e, anzi, sono perfettamente funzionali ad essa in quanto permettono la totale immersione dello spettatore nella vicenda. Il lungo piano sequenza iniziale, quello del combattimento con l’orsa o quello della rocambolesca fuga nel fiume catapultano lo spettatore nel centro dell’azione, catturandolo e creando l’illusione che si trovi lì insieme a Glass. La fotografia, poi, è da manuale. Il direttore della fotografia, Emmanuel Lubezki, ha deciso di utilizzare solo luce naturale e questo conferisce un’aria decisamente più realistica alla pellicola. Le difficoltà tecniche derivanti dalla decisione – a partire dal fatto che, spesso, la troupe era costretta a girare per poche decine di minuti ogni giorno sfruttando la luce ottimale – sono state ampiamente ricompensate da un lavoro finale di rara bellezza. La colonna sonora, nella sua semplicità e ridondanza, è il valore aggiunto ad un film stilisticamente perfetto.

Revenant ha fatto molto discutere anche per la recitazione, soprattutto grazie alla «maledizione dell’Oscar» di Di Caprio. «Sarà la volta buona, o anche quest’anno la statuetta gli scivolerà dalle mani?». Beh, inutile dirlo: ancora una volta Di Caprio mostra di essere uno dei migliori attori in circolazione, con una interpretazione a dir poco monumentale. Per tutto il film percepiamo la sua sofferenza, fisica e interiore, il dolore di uomo distrutto a cui è stato tolto tutto, la rabbia e il desiderio di vendetta, la disperazione. E per comunicare tutto questo non ha neanche avuto bisogno delle parole: per buona parte della pellicola, infatti, sentiamo solo il suo respiro affannoso. Se devo essere sincero non l’ho trovata la sua interpretazione migliore – ho preferito di gran lunga quelle in Shutter Island, Django, The wolf of Wall Street, per citarne alcuni – ma rimane un’ottima prova, anche per le condizioni a cui è dovuto sottostare durante le riprese (a venti gradi sotto zero, con la febbre, ha dovuto immergersi in un torrente gelato e mangiare fegato crudo). E a tutti i critici vorrei dire questo: provateci voi a rendere così realistica la scena dell’attacco dell’orso, quando sopra vi trovate un omino infilato dentro una tutina in polistirolo blu.

Altra grande interpretazione è quella di Tom Hardy nei panni di Fitzgerald. Quando un attore riesce a farti odiare un personaggio fin dalla prima scena in cui compare, fin dalla prima parola che dice, allora vuol dire che ha fatto bene il suo lavoro. Hardy mette in scena un personaggio calcolatore, freddo, spietato ed egoista senza alcuna sbavatura e con una maestria incredibile, tanto da rubare più volte la scena allo stesso Di Caprio. E chissà che l’Academy non decida di premiare un altro fra i giovani attori più talentuosi in circolazione, con alle spalle film must-see quali Mad Max: Fury Road, Bronson, Locke e Warrior. Una menzione va anche a Domhnall Gleeson, che abbiamo visto in film come Harry Potter, Frank e Star Wars.

Revenant è un film imponente, poetico e crudo allo stesso tempo che, oltre a raccontare un viaggio fisico, racconta anche il cammino spirituale del protagonista. Un film non alla portata di tutti, caratterizzato da un ritmo lento difficile da digerire e che punta molto sulla potenza delle immagini e dell’impianto tecnico per rapire lo spettatore e creare un rapporto empatico con Glass. Un film non perfetto, per carità – in alcune parti ciò che accade risulta poco realistico, e questo stona con l’impianto complessivo della pellicola per altri versi di un realismo totale – ma che rappresenta una vera e propria esperienza sensoriale a trecentosessanta gradi. Chi si aspetta un film d’azione probabilmente rimarrà deluso, ma chi riuscirà a farsi trasportare dalla poetica di Iñárritu rimarrà a bocca aperta, estasiato dalla visione. Perché, secondo me, Revenant mostra ciò che il cinema è nella sua accezione più alta: pura arte. E in un momento di difficoltà come quello attuale, ce n’è disperatamente bisogno.

Non ho paura di morire. Sono già morto.

A cura di Daniele Mu

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