Silence: lo scontro di civiltà secondo Martin Scorsese

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Dopo averci lavorato per 28 anni, Martin Scorsese riesce finalmente a dirigere Silence, uno dei film più maturi – sebbene non tra i migliori – del regista italoamericano.

Silence: lo scontro di civiltà secondo Martin Scorsese

Premessa: Martin Scorsese è probabilmente il mio regista preferito, quindi questa non sarà una recensione totalmente equilibrata. Inutile dire che, quando ho saputo che finalmente avrebbe girato Silence – film su cui lavorava da 28 anni –, sono stato sopraffatto dall’hype. Anche perché Silence viene dopo un (quasi) capolavoro come The Wolf of Wall Street, e ne rappresenta la perfetta antitesi. Insomma, la curiosità mi stava divorando; e anche questa volta devo riconoscere che l’ultimo lavoro del maestro mi ha (quasi) del tutto soddisfatto.

Portogallo, 1633. Due gesuiti, Padre Rodrigues (Andrew Garfield) e Padre Garupe (Adam Driver), intraprendono un lungo viaggio che li conduce in Giappone, dove prosegue la persecuzione verso i convertiti al cristianesimo. Obiettivo della missione è ottenere informazioni su Padre Ferreira (Liam Neeson), loro mentore, del quale non si hanno notizie da tempo. E del quale si dice abbia rinnegato la fede cristiana per abbracciare quella buddista.

Il viaggio non è solo fisico ma anche, e soprattutto, spirituale. Lo spettatore segue da vicino le vicende dei due gesuiti, in particolare di Padre Rodrigues. Si ritrova calato, come il gesuita, in una realtà a lui totalmente estranea, quasi inospitale, sicuramente contraddittoria; una realtà che sfugge alla sua comprensione, che rinnega il sistema di valori che struttura la sua identità. Una palude che divora tutto ciò che le è estraneo e che farà vacillare la sua fede in Dio e nell’uomo.

Come spesso accade in film di questo tipo, Silence si presta a più interpretazioni. Quella religiosa, che contrappone la cultura cristiana a quella buddista, è sicuramente quella più evidente; ma a ben vedere ci sono più piani interpretativi che rimandano ad un incontro-scontro tra culture, visioni del mondo e sistemi valoriali differenti. Cristianità e buddismo, spiritualismo e materialismo, occidente ed oriente.

In molti hanno criticato Scorsese accusandolo di aver fatto un film di propaganda cristiana. Da agnostico, non sono d’accordo: è sicuramente vero che la prima parte della pellicola si concentra sulle toccanti vicende dei due gesuiti e sulle terribili persecuzioni subite dalle comunità cristiane giapponesi, costrette a vivere nell’ombra e nell’anonimato; ma la seconda parte fa emergere chiaramente le ragioni dei nipponici, che hanno visto l’arrivo dei gesuiti come un tentativo di colonizzazione.

Non è forse vero, in fondo, che i cristiani vedevano i non credenti come dei selvaggi, dei blasfemi, degli esseri inferiori o, nella migliore delle ipotesi, degli individui da convertire e guidare verso la salvezza nella parola di Dio? E non è forse, questo, un atteggiamento profondamente eurocentrico, che presuppone la superiorità del cristianesimo – di più: dell’occidente, dell’Europa – nei confronti di qualunque altro sistema di valore? E se oggi, a più di 300 anni dai fatti raccontati, ci ritroviamo a vivere gli stessi problemi in forme differenti, allora significa che non abbiamo appreso una lezione costata la vita a migliaia di esseri umani.

Sono concetti complicati, che meriterebbero un approfondimento impossibile in questa sede e che Scorsese affida alle riflessioni interiori di Padre Rodrigues e, soprattutto, ai ripetuti dialoghi con Padre Ferreira sul finale; dialoghi che, da soli, meritano la visione del film.

A colpire non sono solo i dialoghi, ma anche e soprattutto i silenzi. Silence si basa sul silenzio: l’assordante silenzio di Dio di fronte ai terribili dolori dei suoi fedeli, reso nella pellicola dalla quasi totale assenza di colonna sonora. Gli unici suoni sono quelli della natura, affiancati dai canti dei monaci buddisti. Il silenzio e il ritmo lento, inesorabile, del film esprimono al meglio quel dolore, quella riflessività e quella spiritualità di cui il film è intriso.

Ottime le prestazioni attoriali: quelle di Garfield e Driver, sicuramente, ma a spiccare è Neeson che, pur avendo un ruolo tutto sommato ridotto nell’economia complessiva, regala alcuni tra i momenti più alti ed emotivamente intensi della pellicola. Ottima anche la regia – seppure Scorsese ci abbia abituato a lavori migliori – che raggiunge l’apice proprio nelle scene iniziali, centrali e finali riguardanti le torture, complici anche una fotografia e una messa in scena di spessore.

Per quanto mi sia piaciuto, non posso sicuramente dire che Silence sia un film perfetto. Ma neanche me lo aspetto, vista la filmografia e l’età di Scorsese. La regia, come già accennato, è più “anonima” di quanto mi aspettassi; la lunghezza può essere forse eccessiva, sebbene le tre ore non le abbia sentite più di tanto. Ma ciò che mi ha lasciato con l’amaro in bocca è il montaggio, che ho trovato meno curato del solito e, in alcuni casi, ridondante e confusionario: non sono il solo ad aver notato il ripetersi di una scena in particolare, errore che non mi sarei mai aspettato in un film del genere. Altrettanto deludente, a mio avviso, è stata la gestione del personaggio di Padre Garupe, che vediamo poco in scena e che, proprio per questo, Driver non può mettere in scena come avrebbe potuto.

Silence è un po’ il Mission di Scorsese, sebbene non riesca a raggiungerne lo spessore e il risultato finale sia un gradino sotto il capolavoro di Roland Joffé. Un film non per tutti, ma che mi sento caldamente di consigliare a chiunque voglia riflettere e mettersi in discussione come cristiano, come europeo, come uomo; un film sofferto, riflessivo, spirituale che, pur con tutti i limiti e i difetti del caso, aggiunge un tassello importante nella carriera di uno dei registi più brillanti del Novecento, che aspetto al banco di prova con The devil in the white city e – soprattutto – The Irishman.

Io prego, ma sono sperduto.  Alla mia preghiera risponde il silenzio.

A cura di Daniele Mu

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