Smetto quando voglio – Ad Honorem

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Da semplice commedia a manifesto di un’intera generazione: “Smetto quando voglio – Ad Honorem” segna il ritorno della banda di criminali più improbabile d’Italia.

Smetto quando voglio – Ad Honorem

Siamo giunti al terzo e ultimo capitolo della saga creata nel 2014 da Sydney Sibilia & co. In “Smetto quando voglio – Masterclass” avevamo visto la banda di Pietro Zinni conquistare la scena criminale romana e finire in carcere per una serie di reati (tra i quali il famigerato assalto al treno: “un reato di difficile configurazione”). In “Ad Honorem” ritroviamo la stessa banda impegnata ad evadere nientepopodimeno che dal carcere di Rebibbia per sventare un attentato.

I toni si fanno più cupi, la drammaticità cresce. “Ad Honorem” è sicuramente un film più maturo, con un contenuto ancora più tragico rispetto ai primi due capitoli, concettualmente diviso in due parti: una prima parte più lenta, riflessiva, in cui è il sentimento a farla da padrona; e una seconda parte più frenetica, action, nella quale si concentra buona parte dell’elemento comico della pellicola. Una comicità amara, quella infusa da Sibilia, capace di esprimere l’amarezza di un’intera generazione e di esorcizzare la gravità di una situazione ingiusta e opprimente.

Come già Breaking Bad, anche “Smetto quando voglio” rappresenta l’urlo di rabbia di quelle migliaia di persone che, in Italia e non solo, si sentono messe ai margini di una società che ha promesso loro così tanto per dare, poi, così poco. Laureati, altamente specializzati, costretti ad una vita di sacrifici mai ripagati, derisi e sfruttati, i nostri protagonisti decidono di ribellarsi alla condizione dell’uomo moderno mettendo le loro conoscenze al servizio dell’illegalità. D’altronde dovranno pur tirare a campare, o no? Ecco quindi che Pietro Zinni, un Walter White cacio e pepe, mette in piedi una banda di cervelloni che, in poco tempo, conquista il mercato della droga romano.

In “Ad Honorem”, Pietro e i suoi dovranno fronteggiare Walter (una curiosa scelta di nomi, non trovate?) e sventare il suo progetto di vendetta. Come Pietro, anche Walter è un uomo di scienza a cui l’accademia e la società hanno voltato le spalle. Ma il movente delle sue azioni è molto più intimo e profondo, ha origine da una ferita insanabile. Ed è per questo che, nonostante Walter rappresenti il villain della pellicola (concedetemi questa libertà), lo spettatore non può che empatizzare con lui e quasi giustificare la sua follia omicida.

La gravità della vicenda si risolve solo nel finale. Un finale per certi versi aperto, nel quale molte domande sono lasciate all’immaginazione dello spettatore, che vuole lanciare un seppur debole messaggio di speranza per le generazioni future e per quelle attuali. “Dai, coraggio, possiamo farcela!”, sembra suggerire lo scambio di battute che precede i titoli di coda.

Dovendo scegliere quali sono i punti di forza di “Smetto quando voglio”, quindi, ne individuerei due: la sceneggiatura e la scrittura dei personaggi. Il tema affrontato è attuale e trattato in maniera superba, in un continuo oscillare tra il comico, il tragico e il grottesco. La narrazione è sapientemente costruita: tutto si tiene insieme, minuto dopo minuto i pezzi del puzzle si combinano e si realizza come niente, sin dal primo film, sia avvenuto per caso.

Per quanto stereotipati e macchiettistici, i personaggi sono ben scritti e interpretati. Su tutti spiccano Alberto Petrelli e Pietro Sermonti, rispettivamente interpretati da Stefano Fresi e Pietro Sermonti, che regalano alcuni tra i momenti più memorabili della trilogia. Come non parlare, poi, del Murena di Neri Marcorè e dello stesso Walter Mercurio, alias Luigi Lo Cascio? Convincono meno, invece, Giampaolo Morelli nei panni di Lucio e Marco Bonini nei panni di Giulio, che scontano un minor approfondimento psicologico e sembrano fare più da tappezzeria.

La regia di Sydney Sibilia non è di certo operaia. Volutamente sporca e rozza in alcuni passaggi – ma tanto a noi la qualità c’ha rotto il cazzo: viva lammerda! –, in altri si lascia andare a movimenti di macchina e piani sequenza che rivelano un gusto autoriale. Come non parlare, poi, della fotografia fluo, tutta spinta sui toni del giallo e del verde, vero e proprio marchio di fabbrica del film? O della colonna sonora, con “The scientist” dei Coldplay che accompagna la scena più struggente della pellicola? O ancora delle numerose citazioni, tra “Breaking Bad” a John Wayne passando per Sergio Leone e per il filone poliziesco?

“Smetto quando voglio – Ad Honorem” è un ottimo film, capace di affrontare in maniera approfondita e mai banale uno dei temi più delicati e drammatici degli ultimi decenni. E lo fa con il sorriso amaro di chi, da un lato, fa autoironia sulla propria condizione e, dall’altro, lancia più di una stilettata a chi di dovere. Non un film perfetto, per carità; ma sicuramente la prova che in Italia ci sono ancora tante persone appassionate e desiderose di fare, ma che stentano a trovare le giuste opportunità.

Insomma: “Smetto quando voglio – Ad Honorem” non è il film che meritiamo, ma il film di cui abbiamo bisogno.

A cura di Daniele Mu

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