Stranger Things 2: Quando il sequel supera l’originale

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I motivi di preoccupazione erano tanti ma, ancora una volta, i Duffer Brothers non deludono: se possibile, la seconda Stranger Things è anche migliore della precedente.

Stranger Things 2: Quando il sequel supera l’originale

Potrà sembrare un’esagerazione, ma tant’è: sarà l’adrenalina ancora in circolo, o l’entusiasmo di chi ha divorato la serie in due giorni; sta di fatto che questo è ciò che penso e difficilmente cambierò idea. Ho letteralmente adorato la prima stagione di Stranger Things, perché aveva tutto quello che si poteva chiedere ad una serie tv: una bella storia, una narrazione organica e strutturata, un ritmo serrato ed incalzante e una regia fenomenale.

Per non parlare, poi, di quel gusto vintage per gli anni Ottanta e della capacità di restituire orgoglio e riscatto a una categoria – quella del “nerd” e, più in generale, dello “sfigato-emarginato” – in cui un giovane degli anni Ottanta-Novanta non può non riconoscersi. Mi è piaciuta talmente tanto che, quando ho saputo che Netflix avrebbe realizzato un sequel, ho avvertito un brivido lungo la schiena. Ebbene: la seconda stagione di Stranger Things non solo recupera tutti gli elementi vincenti della prima, ma li arricchisce ulteriormente e riesce addirittura a spingere più in là l’asticella della qualità, confermando Stranger Things come il fenomeno cult del momento.

La narrazione riprende circa un anno dopo rispetto ai fatti della scorsa stagione. Will è tornato dall’Upsidedown, ma qualcosa in lui non va: è rimasto troppo tempo al suo interno e ora – come lasciava intendere il finale – è diventato una sorta di tramite tra i due mondi. Ancora una volta, solo l’aiuto dei suoi amici e della sua famiglia gli permetterà di salvarsi. Il nemico non è più rappresentato solo dalle creature che popolano il Sottosopra e che, come nella prima stagione, divorano ferocemente uomini e animali. No: questa volta il nemico è il Demogorgone in persona, il “Mind Flayer”, un mostro tentacolare che avvolge Hawkings e distrugge tutto ciò che tocca. Un mostro lovecraftiano, un essere malvagio e terrorizzante perché va oltre la comprensione umana, per lanciarci nella sfera dell’ignoto e dell’intellegibile.

Se, nella precedente stagione, il gruppo dei “perdenti” – qualcuno ha detto IT? – lavorava unito e compatto per salvare Will, questa volta gli autori hanno scelto una strada diversa. Il gruppo si fa più fragile, tanto che in alcuni passaggi sembra sul punto di sgretolarsi; i personaggi vengono mostrati in genere in gruppi di due o tre alla volta e la stessa Eleven rimane separata dagli altri per buona pare del tempo. Ciò consente un maggiore approfondimento psicologico dei protagonisti: questa seconda stagione, ancor più della prima, assume i tratti di un racconto di formazione, volto ad esplorare la mente dei protagonisti e a sviluppare situazioni e dinamiche le cui basi erano state gettate in precedenza. Abbiamo Mike e Will, entrambi impauriti e soli di fronte a un mondo dal quale si sentono, per motivi differenti, esclusi; Lucas e Max, la nuova arrivata, il cui rapporto è costruito in maniera sapiente nel corso delle puntate; Dustin e Steve, tra i personaggi migliori dell’intera stagione; Nancy e Jonathan, la cui evoluzione – per quanto prevedibile – è stata realizzata in maniera naturale e non invadente; Joyce e Bob, quest’ultimo impossibile da non amare. Infine, abbiamo il toccante rapporto tra Eleven e Hopper, che vede nella ragazzina la figlia che ha perso anni orsono. Molto interessante anche il tuffo nel passato di Eleven che, proprio grazie a Hopper, diventa ogni giorno sempre più umana e va alla ricerca delle proprie origini, alla scoperta della propria famiglia. I vari personaggi si ricongiungono nel poderoso finale di stagione – un mix di adrenalina e tensione che culmina in un finale che, ci scommetto, ha portato alle lacrime più di uno spettatore.

Al sapiente lavoro di costruzione e approfondimento dei personaggi si affiancano una storia ben costruita e una gestione dei tempi pressoché perfetta: l’effetto è quello di un lungo film diviso a puntate. C’è un unico calo nel ritmo: gli avvenimenti mostrati nella settima puntata costituiscono una digressione rispetto alla linea narrativa principale che però, per quanto possano apparire fuori contesto, costituiscono un tassello essenziale ai fini della trama e che, ne sono sicuro, avranno importanti implicazioni per il futuro della serie. A questo si aggiunga l’atmosfera vintage che, forse ancor più che nella prima stagione, circonda la serie: i ragazzini sono un po’ cresciuti e D&D lascia il posto alla sala giochi, con i “nuovissimi” Dragon’s Lair e Dig Dug. Numerosi sono i riferimenti ai film del periodo che, a vario titolo, hanno influenzato la serie: dal già citato IT a Stand by me, al quale si rifà il dialogo tra Dustin e Steve sui binari del treno; da The warriors ai Goonies, con tanto di presenza del caro Sean Astin, passando per Mad Max, Ghostbusters ed E.T..

Sul piano tecnico c’è poco da dire: una regia e una fotografia ispirate, un montaggio al cardiopalma, una colonna sonora – composta in prevalenza di hit del tempo – di primo piano. Unica pecca la CGI, usata in maniera massiccia, che in diverse occasioni risulta un po’ troppo plasticosa e finta. Ottime, infine, le prestazioni attoriali. A colpire sono soprattutto i giovani protagonisti, in particolare Noah Schnapp nei panni di Will e Millie Bobby Brown nei panni di Eleven; ma anche Winona Ryder e David Harbour, nei panni della madre di Will e del capo della polizia Jim Hopper, regalano delle prestazioni intense ed emotivamente toccanti.

Stranger Things 2 spazza via la concorrenza e si afferma come una tra le serie migliori del 2017. Gli ideatori, Matt e Ross Duffer, riescono a non cadere nel banale e nel già visto sviluppando una storia coerente, organica e ambiziosa, ampliando la portata degli eventi mostrati nella prima stagione e scavando in profondità nella psicologia di ogni singolo personaggio.

Il motivo del suo successo non sta solo nella trama avvincente e ben sviluppata o nel citazionismo che la caratterizza, no. Più che una serie tv, Stranger Things costituisce una vera e propria esperienza di vita, nella quale il “perdente” diventa l’eroe. Nel far questo, parla a migliaia di “sfigati” e li fa sentire parte di una grande famiglia, rivolgendo loro un messaggio tanto semplice quanto rassicurante: tenete duro, andrà tutto bene.

A cura di Daniele Mu

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