Stranger Things – Un tuffo negli anni Ottanta

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Con Stranger Things, Netflix realizza un prodotto di grande spessore. Un mix perfetto tra sci-fi, thriller e horror; il tutto in un’ambientazione tipicamente anni Ottanta.

Stranger Things – Un tuffo negli anni Ottanta

A Netflix piace vincere facile. Negli ultimi anni non ha sbagliato niente quando si è trattato di serie tv – basti pensare all’enorme successo del filone supereroistico inaugurato da Daredevil e Jessica Jones. Stranger Things non fa eccezione. La serie è diventata in poco tempo un vero e proprio cult e, grazie anche alla perfetta combinazione di sci-fi, thriller e horror, è destinata a mio avviso ad entrare negli annali come uno tra i migliori prodotti seriali mai realizzati. Il motivo di tale successo è presto detto.

Prima di tutto, Stranger Things si basa su una scrittura solida. La trama, di per sé semplice, è scritta e sviluppata in maniera brillante: in un laboratorio vengono condotti esperimenti al limite del sovrannaturale. Durante uno di questi esperimenti, si apre una sorta di passaggio per un’altra dimensione – l’Upsidedown. Malvage creature si risvegliano e si lasciano dietro una scia di sangue, trascinando con sé anche il piccolo Will. Da qui in poi, la famiglia del ragazzino ed i suoi giovani amici si lanciano in un disperato tentativo di salvarlo, nel quale viene coinvolta anche una anonima ragazzina chiamata causticamente Eleven. La sceneggiatura è praticamente perfetta, e la scrittura di ogni puntata ben bilanciata in modo che non ci siano momenti vuoti o cali qualitativi. La prima puntata si apre col botto e si tiene su ritmi altissimi; si assiste quindi ad un rallentamento, funzionale alla narrazione, che prepara per il climax che esplode negli ultimi quattro episodi – i quali si concludono quasi sempre con un immancabile cliffhanger. La riuscita è assicurata; la tensione è tale che, dopo ogni puntata, lo spettatore è automaticamente spinto a vedere quella successiva. Proprio il finale presenta qualche piccola incertezza, ma sono sottigliezze che si perdonano facilmente visto il livello generale della serie.

Abbiamo poi un comparto tecnico di prim’ordine. Troviamo una regia e un montaggio di altissimo livello, capaci di creare tensione e di far saltare dalla sedia il pubblico semplicemente alternando le varie sequenze o indugiando su alcuni dettagli della scena. Ennesima dimostrazione che un horror può – e, anzi, deve – far paura anche senza jump scares e stupidi espedienti di questo tipo. La fotografia, cupa e desaturata, ci fa calare in quella realtà claustrofobica; ottimo il contrasto, nella luminosità e nella gestione dei colori, tra il mondo reale e l’Upsidedown. La colonna sonora è un enorme tributo alla musica degli anni Ottanta, tra grandi cult del periodo – dai The Clash ai Joy Division – e tappeti di musica elettronica che farebbero contento persino il caro Refn.

Le prestazioni dei protagonisti, poi, sono al top; a colpire è soprattutto Winona Ryder che, nei panni della madre di Will, si mostra in forma come non mai e regala una prestazione di una intensità sorprendente. Notevole, da questo punto di vista, è il fatto che i personaggi sono a mala pena abbozzati. L’approfondimento psicologico è affidato a sporadici flashback; l’empatia e il coinvolgimento sono immediati e non richiedono troppe spiegazioni, che avrebbero solo rischiato di appesantire la narrazione. Significativo anche il fatto che, per quanto peso abbiano gli adulti, i veri protagonisti finiscono per essere proprio i ragazzini. La stessa Eleven rappresenta una sorta di deus ex machina, una supereroina diversa dal classico stereotipo offertoci dai cinecomics, che non ha bisogno di muscoli e super-forza per salvare i suoi amici.

La ciliegina sulla torta viene per ultima. Stranger Things sembra – e con tutta probabilità è così – una serie creata a tavolino per un pubblico di nostalgici del cinema d’altri tempi. L’intera serie è disseminata di citazioni e riferimenti a prodotti di culto degli anni d’oro del cinema: da ET a I Goonies, da Stand by me a La cosa, da Alien a X-Files.

Non mancano poi i riferimenti al mondo dei nerd, coi quattro ragazzini impegnati in estenuanti sessioni di D&D e riferimenti costanti a Star Wars (la locandina promozionale ricorda tantissimo quella della saga di fantascienza per eccellenza), a Star Trek, al Signore degli Anelli, a Lo Hobbit e a vari cinecomics di casa Marvel. La stessa regia, così come le ambientazioni e i costumi, ricalcano fedelmente lo stile di quel periodo; il tutto è però reso moderno da un gusto per l’horror che, se ha le sue fondamenta in Carpenter e in Argento, richiama alla mente anche l’estetica più contemporanea de Il labirinto del Fauno di Guillermo Del Toro.

Il perfetto mix di tutti questi elementi rende Stranger Things un vero capolavoro del piccolo schermo. In attesa di saperne di più sulla seconda stagione non resta che procedere al binge-watching più selvaggio, magari guardandola più e più volte per cogliere tutti i riferimenti sparsi nelle puntate.

A cura di Daniele Mu

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