The end of the f***ing world: ti piace vincere facile?

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Contagiato dal clima di euforia generale, ho deciso anche io di guardare The end of the f***ing world. Una serie tv pensata apposta per piacere a tutti, anche se con qualche ma di troppo. Vediamo perché!

The end of the f***ing world: ti piace vincere facile?

Con l’avvento di Netflix in Italia, le serie cult vanno e vengono di continuo. Ogni mese esce un nuovo prodotto che, per meriti oggettivi o accattivanti campagne di marketing, si impone come serie del momento. E io, da bravo serie tv addicted, non posso fare a meno che seguire il gregge. Perciò eccomi qui a parlare di The end of the f***ing world, tratta dall’omonimo fumetto di Charles Forsman e disponibile sulla piattaforma di streaming a partire dal 5 gennaio 2018.

The end of the f***ing world si inserisce nel filone teen drama che va tanto di moda negli ultimi anni. Protagonisti della serie sono due ragazzi, James e Alyssa. Psicopatico e con tendenze omicide lui, lunatica e annoiata lei. Poi l’incontro, l’amore (più o meno) e la fuga.

Insomma: una storia come tante altre, ma confezionata nel modo giusto. Un mix tra Skins, Shameless e 13 reasons why, con un pizzico di Bonny & Clide e una strizzatina d’occhio ad American born killers. È come se gli autori del fumetto prima, e della serie poi, si siano seduti a tavolino e abbiano creato un prodotto tarato su misura di quel sentimento di riscatto adolescenziale e di quell’odioso trend del “maiunagioia” di cui sono pieni i post Facebook dei teenagers di oggi (della serie: ti piace vincere facile?). Che poi, a pensarci bene, credo che le cose siano proprio andate così.

Se la storia in sé non è il massimo dell’originalità, ha almeno il pregio di chiudersi con un finale per certi versi inaspettato e coraggioso. Finale che spero non venga rovinato dalla possibilità di una seconda stagione, come alcuni rumors lasciano intendere.

Ma bisogna essere onesti e dare a Cesare quel che è di Cesare. The end of the f***ing world è una serie pensata per piacere. Non solo nella sceneggiatura ma anche nelle musiche, nella regia e nel montaggio.

La colonna sonora sprizza pubertà da tutti i pori: ci si potrebbe fare una playlist e farci i milioni. Altro che Calcutta! La regia è di alto livello: adrenalinica e frenetica, ma anche pacata e introspettiva all’occorrenza. La fotografia è un piccolo gioiello, con una cura maniacale della composizione delle inquadrature e una scelta cromatica decisamente british. Ottimo il montaggio, che conferisce un ritmo serrato e incalzante alle puntate.

E proprio il ritmo è uno degli elementi vincenti della serie. Le puntate durano appena 20 minuti e sono 8 in tutto – l’ideale per il binge watching. I tempi sono contingentati e ben gestiti, non ci sono momenti morti o cali nel ritmo: si va da un episodio all’altro senza nemmeno accorgersene, in un vortice di adrenalina. Da ciò si capisce come l’intera stagione sia stata pensata come un unico grande film e diviso poi in singole puntate. Certo, alla lunga queste ultime tendono a ripetere sempre lo stesso schema (dialogo tra James e Alyssa, situazione creepy, stacco musicale, dialogo interiore di James e Alyssa, risoluzione della vicenda, altro stacco musicale). E forse la resa sarebbe stata migliore se avessero realizzato un film. Ma hey, questa è l’epoca della serialità, per cui stacce.

Buona anche la prestazione attoriale dei due protagonisti, Alex Lawther e Jessica Barden, che, nonostante l’età (22 anni lui, 25 lei), sembrano a tutti gli effetti dei ragazzini. Carina anche la presenza di Gemma Whelan, alias la Yara Greyjoy di Game of Thrones.

Per concludere: The end of the f***ing world è una buona serie, senza infamia e senza lode. Fa il suo dovere, intrattiene e in alcuni passaggi riesce anche a far riflettere. È pensata per piacere ai più giovani perché fa leva – sempre in modo ironico e grottesco – sulle sensazioni che si provano durante l’adolescenza. E piace pure ai più grandi che, guardandola, non possono non ripensare con nostalgia a quegli anni passati tra i banchi di scuola.

Volete un consiglio? Guardatela a cuor leggero, senza aspettarvi nulla di eccezionale. E ricordatevi che il fatto che parlino tutti di una serie tv non la rende automaticamente la serie dell’anno.

Questa me la devo tatuare.

A cura di Daniele Mu

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