The fall – la meraviglia della narrazione

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Il potere salvifico della narrazione, la potenza del cinema e la fragilità dell’uomo: The fall è uno dei film più delicati che abbia visto recentemente, una boccata d’ossigeno puro nel mediocre cinema moderno.

The fall – la meraviglia della narrazione

Spesso ci si lamenta che, negli ultimi anni, il cinema sia povero di contenuti e si limiti a produrre remake, reboot, sequel, prequel, sequel del prequel del reboot del remake “tratto da una storia vera”. Il film di cui voglio parlare oggi rientra perfettamente nel discorso: The fall è un film del 2006 diretto da Tarsem Singh, remake della pellicola bulgara “Yo Oh Oh” del 1981. Ciò che differenza questo dagli altri dello stesso filone è che è un film di una bellezza sconcertante, con una trama semplice ma ricca di messaggi e dramma, e una qualità tecnica fuori dalla norma.

In un ospedale di Los Angeles, nel 1915, la piccola Alessandria incontra un paziente, Roy Walker. L’uomo è uno stuntman nel cinema nascente e, proprio in seguito a un incidente avuto sul set, finisce per riportare una paralisi agli arti inferiori. Fra i due nasce un certo legame, e Alessandria va a trovarlo quotidianamente per assistere al racconto della “favola epica” che lo stuntman inventa per lei: protagonisti sono un ex schiavo, un esperto di esplosivi italiano, un guerriero indiano, Charles Darwin e un misterioso Bandito Mascherato che poi si rivela essere lo stesso Roy. Ben presto però si scopre che il paziente è intenzionato a conquistare la fiducia della bambina perché questa le procuri la morfina: paralizzato e tradito dalla ragazza che amava, in preda alla disperazione e alla rabbia, Roy intende suicidarsi.

La pellicola unisce realtà e racconto, alternando abilmente i due piani narrativi. Anzi: la narrazione della favola prende il sopravvento finendo per diventare essa stessa il fulcro del film, lasciando quasi in secondo piano le vicende della vita reale. La storia viene creata e alimentata dalla fantasia dell’uomo e della bambina, riempita dei contenuti e delle persone tratte dalla vita reale; quando le cose sembrano essere perdute – Roy proietta nel racconto tutta la sua rassegnazione e il suo sprezzo per la vita – solo l’intervento di Alessandria e tutta la sua voglia di vivere permettono la svolta decisiva nella narrazione e, forse, anche nella vita reale. Oltre a mostrare abilmente l’importanza dell’immaginazione, della fantasia e della narrazione – elementi che ricollegano il film ad altri, ad esempio “Big Fish” di Tim Burton – la pellicola si distingue per i messaggi e le riflessioni sul potere delle storie, sulla vita e sulla morte, sull’amore e sulla vendetta – in una parola, sulla fragilità dell’essere umani.

A livello tecnico The Fall si presenta come un vero e proprio gioiello. La regia è a dir poco sorprendente, la scelta delle inquadrature e la composizione delle immagini degne di un’opera d’arte. La fotografia opaca delle scene nella vita reale si alterna con quella accesa, esplosiva delle vicende narrate – come se questo piano fosse più vivido e “vivo” di quello reale. La colonna sonora, in tutta la sua semplicità, accompagna costantemente la pellicola.

La recitazione ben supporta un impianto tecnico di così alto spessore: la piccola Catinca Untaru regge bene la parte di Alessandria, seppur a mio avviso il doppiaggio italiano ne penalizzi la prestazione accentuandone la finzione; Lee Pace, nei panni di Roy, è semplicemente fantastico.

L’attore, che io personalmente ho conosciuto con Lo Hobbit (dove ho potuto apprezzarne la maestosità nei panni del Re elfico Thranduil), dà vita ad un uomo combattuto, dilaniato dal tradimento della donna amata che è fuggita – ironia della sorte – proprio con l’attore del quale egli era controfigura (“la gloria è degli attori, non delle controfigure”); la paralisi alle gambe, inoltre, sembra dover porre fine alla sua carriera: distrutto e senza più interesse nella vita, Roy è disposto a mettervi fine. Pace si conferma dunque un interprete di grande spessore, regalando alcuni passaggi di un’intensità emotiva inaudita.

Soave anche l’omaggio che la pellicola compie al cinema del passato che lo avvicina, ad esempio, a “Hugo Cabret” di Martin Scorsese: il film si apre e si chiude con delle scene in bianco e nero tratte da film muti dell’epoca, in ognuno dei quali la piccola Alessandria immagina di vedere recitare il suo amico Roy.

The Fall è un film delicato e toccante, una gemma che omaggia il cinema e l’importanza della narrazione per la vita stessa dell’uomo. I difetti, se ci sono, sono del tutto trascurabili di fronte alla monumentalità dell’opera. E sebbene io stesso condanni la vuotezza di buona parte del cinema contemporaneo, che si esprime anche nell’andare a ripescare prodotti del passato pur di non creare qualcosa di originale, devo riconoscere che, se tutti i remake fossero realizzati con passione e cura come questo, tutte le mie riserve cadrebbero come un castello di carte. Peccato solo che, di fronte a un diamante in un cinema che è sempre più bigiotteria spiccia, The Fall sia passato in sordina e abbia avuto meno di quanto si meriti.

“Chiedila a qualcun altro la tua storia.
Io non ho un lieto fine, mi dispiace”

A cura di Daniele Mu

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