The Hateful Eight – Non il solito Tarantino

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The Hateful Eight è l’ottavo film di Quentin Tarantino. Un film diverso dal solito e più maturo, che però non tradisce i tratti caratteristici dello stile tarantiniano.

The hateful eight – Non il solito Tarantino

La genesi di The Hateful Eight è piuttosto travagliata. Basti pensare che, dopo il leak di alcune parti della sceneggiatura, Tarantino decise di non girare più il film; salvo poi cambiare idea e tornare sui suoi passi. Una reazione esagerata, potreste pensare voi. Ma se si considera l’impegno che il regista ha profuso per realizzare il suo ottavo film, e il valore affettivo che deve avere per lui, beh, allora si può benissimo capire lo sconforto che ha provato quando si è visto rubata e spiattellata in rete una parte del suo lavoro.

Il film è ambientato poco tempo dopo la guerra di secessione e, molto banalmente, ruota intorno alle vicende di otto personaggi “poco raccomandabili” che, vista la tormenta di neve, si trovano bloccati all’interno di un emporio nei pressi di Red Rocks. A parte l’introduzione e qualche sporadico flashback, l’intera vicenda si svolge all’interno del locale, con una scelta stilistica e un impianto quasi teatrale che rimandano direttamente a «Le Iene» e a «La Cosa» di John Carpenter.

La pellicola può essere idealmente divisa in due tempi. Un primo tempo caratterizzato da ritmi lenti, inquadrature statiche, movimenti di macchina fluidi e controllati, ambientato per la prima parte in esterni e che serve per introdurre gli «odiosi otto»; un secondo tempo caratterizzato da ritmi decisamente più alti e frenetici, dall’azione e dal trionfo della violenza. Devo ammettere che inizialmente mi sono trovato spaesato, visto che lo stile adottato da Tarantino è un po’ diverso da quello a cui ci ha abituato con altri film cult; ma, una volta superato lo stupore iniziale, mi sono calato completamente nella pellicola e non ho potuto che apprezzare l’enorme lavoro che è stato fatto.

La regia, infatti, è molto più statica di quanto mi sarei aspettato ma è curata fin nei minimi dettagli. Ogni inquadratura è studiata fin nel minimo particolare, i movimenti di macchina sono fluidi e lineari; la sensazione è quella di trovarsi proprio nella grande stanza accanto ai personaggi. Brillante l’idea di sostituire il classico campo-contro campo con il fuoco-fuori fuoco in alcune scene dialogate, come brillante è anche la composizione di molte inquadrature, che denota una raffinata ricerca per la simmetria e il bilanciamento. Ottima anche la fotografia, leggermente sovraesposta in modo da far risaltare meglio i colori dominanti – rosso, bianco, giallo. Il montaggio dà un tocco in più al film con la classica divisione in capitoli e con la decisione di inserire un lungo flashback nel Capitolo V per spiegare l’antefatto, spezzando così la linea temporale. Questa scelta, insieme all’espediente narrativo utilizzato nel Capitolo IV, chiama alla mente la destrutturazione della linea temporale adottata, ad esempio, in «Pulp Fiction». L’unica nota negativa, per quanto riguarda il lato tecnico (e non me lo sarei mai aspettato), riguarda la colonna sonora: Ennio Morricone mi ha leggermente deluso; non perché la musica non mi sia piaciuta (anzi, ho ancora in testa il groove portante), ma perché mi sarei aspettato qualcosa in più. In alcune parti mi è sembrata addirittura montata male, con la musica che finisce prima della scena. So che il maestro ha avuto poco tempo per lavorare al film e che molti brani sono stati presi da quelli scartati per «La Cosa», ma non ci posso fare niente. La musica non mi ha convinto a pieno.

Quanto agli attori, Tarantino è stato bravissimo a caratterizzarli al meglio e a renderli estremamente umani, vivi. Sappiamo poco e niente del loro passato o della loro reale identità; tutto ciò che ci serve sapere di loro è quello che emerge dai dialoghi e dai pochi flashback sparsi nella pellicola ma, nonostante questo, gli odiosi otto risultano curati nei minimi particolari. Samuel L. Jackson è stato a dir poco monumentale nei panni del Maggiore Marquis Warren, uomo nero che ha combattuto con i nordisti durante guerra di secessione. Kurt Russell, nei panni di John Ruth “Il boia”, si conferma fin da subito uno dei personaggi più carismatici (piccolo aneddoto: la chitarra che distrugge verso metà film era un pezzo d’antiquariato che valeva migliaia di dollari, e non un oggetto di scena come previsto). Ottima Jennifer Jason Leigh nei panni della criminale Daisy Domergue, così come lo è stato Walton Goggins nei panni di Chris Mannix – peraltro unico personaggio ad avere una vera e propria evoluzione, per certi versi inaspettata, nel corso della pellicola. Apprezzabile anche Michael Madsen nei panni di Joe Gage e Bruce Dern nei panni del Generale sudista Sanford Smithers. Nota negativa invece per Tim Roth, ossia Oswaldo Mobray. Non tanto per una sua prestazione deludente, anzi; a mio avviso è stato dato troppo poco spazio al suo personaggio, sulla carta molto promettente. Peccato, l’ho trovato uno spreco di potenziale.

Un’osservazione va fatta poi sulla questione politica. Non c’è dubbio che questo sia il film più politico di Tarantino, dove il regista si è tolto qualche sassolino dalla scarpa e ha espresso, in maniera neanche troppo velata, la sua posizione su una serie di tematiche calde quali il razzismo, la giustizia, il femminismo – temi già emersi in «Jackie Brown» o «Django Unchained», ma che qui trovano ancora più spazio. Quanto al femminismo, ho letto da più parti critiche circa la presunta misoginia del film. Credo che sia una interpretazione errata, in quanto la violenza subita da Daisy Domergue non deve essere letta in chiave sessista ma in una chiave più asettica, meccanica: quando Il Boia la colpisce non colpisce la donna, ma colpisce il criminale che deve essere ucciso in quanto tale, a prescindere dal genere.

In conclusione, The Hateful Eight è probabilmente il film più maturo di Quentin Tarantino. Per un verso è come se non fosse un solito film tarantiniano, per l’altro è come se fosse la cosa più intima, consapevole e compiuta che il regista abbia mai fatto. Un Tarantino che cita, ma lo fa quasi in maniera silenziosa; un Tarantino riflessivo e lento nella prima parte, che però non rinnega il suo gusto per il sangue ed esplode nella seconda parte. Insomma, gli elementi classici del suo cinema non mancano: ci sono gli attori-feticcio, ci sono i dialoghi (e che dialoghi!), c’è la sceneggiatura (e che sceneggiatura!), ci sono l’ironia e il black humour. E c’è la violenza, tanta violenza.

Personalmente non posso dire che questo sia il mio film preferito di Tarantino o che sia quello meglio riuscito; ma sicuramente è il lavoro in cui il regista ha messo tutto se stesso e si è messo in gioco come non aveva mai fatto, riuscendo a fare qualcosa di diverso – che non ricalcasse le atmosfere o la narrazione di «Django» – senza rinunciare al suo marchio di fabbrica.

A cura di Daniele Mu

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