The Neon Demon – La rinascita di Nicolas Winding Refn

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Dopo il passo falso di Solo Dio perdona, il regista danese torna a stupire con The Neon Demon. Un thriller ai confini dell’horror, capace di mettere a nudo con precisione chirurgica le contraddizioni della società contemporanea.

The Neon Demon – La rinascita di Nicolas Winding Refn

Nicolas Winding Refn è uno dei miei registi contemporanei preferiti. Di più: nella mia totale ignoranza in ambito cinematografico, credo sia uno dei giovani registi più validi attualmente in circolazione. Ho amato alla follia Bronson e Drive e apprezzato Valhalla Rising. Dopo, lo scivolone di Solo Dio Perdona che mi ha fatto prendere un bel colpo. Anni di silenzio, un’attesa infinita per questo The Neon Demon, film che fin da subito ha suscitato curiosità e ha alimentato il mio hype.

E poi eccolo qui. Con The Neon Demon, Refn torna ai livelli a cui ci ha abituato nel passato. Ci sono tutti gli elementi dello stile del regista danese: simbolismo, violenza, estetica, musica. Refn osa, e si spinge in un territorio per lui inesplorato. The Neon Demon è un thriller psicologico, ai confini dell’horror vecchio stampo (le influenze di Dario Argento mi sembrano evidenti), ambientato nel mondo della moda. È il suo primo film che vede una donna come protagonista: al centro troviamo la giovane Jesse che, grazie alla sua bellezza glaciale, diventa una delle modelle più desiderate del panorama – cosa che le procura l’odio delle sue avversarie più mature, che temono di essere diventate “roba vecchia”. Da qui la spirale di violenza che porta all’amaro finale.

Come si vede, la trama del film non è niente di speciale – anzi. Refn riesce però a manipolarla e a renderla accattivante. Come suo solito, la narrazione lascia molto all’interpretazione dello spettatore. Se siete alla ricerca di lunghi spiegoni, allora lasciate perdere. Refn è ermetico ed evocativo. Espone l’essenziale, sta al pubblico interpretare ciò che accade sullo schermo e trovarne i significati. La storia di Jesse diventa semplicemente il pretesto per trasmettere messaggi di portata universale; l’intero film non è altro che una fredda riflessione sul settore della moda e, in generale, sulla società contemporanea – una società svuotata, priva di identità e di valori, in cui apparire è meglio che essere, in cui la bellezza è tutto. Questo morboso attaccamento all’estetica, a un pericoloso giocattolo di vetro, porta l’individuo a perdere contatto con la sua umanità e a regredire fino a diventare un animale feroce, un puma, guidato solo dal proprio egoismo e da desideri atavici.

The Neon Demon è intriso di simbolismo. Si potrebbero passare ore intere a discuterne, e probabilmente per trovare tutti i simboli utilizzati non basterebbero una decina di visioni. Il triangolo è sicuramente l’elemento più importante della pellicola. Esso rappresenta il passaggio di Jesse dall’adolescenza alla maturità, dall’ingenuità alla consapevolezza del suo corpo – con tutto quello che questo comporta. Diventa simbolo di seduzione, quando dal blu si tinge di rosso e vediamo la ragazza che, in una sorta di visione erotica, bacia se stessa riflessa nello specchio. Un altro simbolo è il puma, che rappresenta la sensualità e la ferocia della “femme fatale”; dopo averlo visto nella sua stanza Jesse si convince di essere una predatrice, ma scoprirà ben presto di essere in realtà la preda di un gioco pericoloso. Sapiente anche l’utilizzo simbolico dei colori, specie del blu e del rosso, e del sangue che rappresenta il filo conduttore della pellicola, la cui scena iniziale – Jesse che, con lo sguardo fisso nel vuoto e ricoperta di sangue, fissa la camera – anticipa il vortice di violenza del finale.

A una narrazione pressoché perfetta si aggiunge un comparto tecnico eccelso. Il gusto estetico di Refn è fuori dal comune, e lo conferma ancora una volta in questa pellicola: una regia pacata, controllata, quasi a prendere le distanze dagli eventi narrati; una fotografia fredda, tagliente, spietata come le azioni dei personaggi; una cura maniacale delle immagini e delle inquadrature, piccole opere d’arte anche prese singolarmente. Geniale anche la colonna sonora, con quel sound elettronico che ormai è diventato il marchio distintivo del regista. Insomma, la tecnica c’è ma non si sente: niente è fine a se stesso, tutto è funzionale alla narrazione. La recitazione è ottima: Elle Fanning è sbalorditiva e, con il suo fascino, è capace di catturare su di sé l’attenzione del pubblico. Sembra semplicemente nata per interpretare questa parte, come lo stesso Refn ha confermato. Ottime anche la performance di Jena Malone (Ruby) e di Keanu Reeves.

Con questo film, Refn dimostra ancora una volta il suo talento e recupera brillantemente dal passo falso commesso in precedenza The Neon Demon è un film complicato, sicuramente non per tutti. È un film evocativo, che parla per immagini e che richiede uno sforzo attivo da parte del pubblico; un piccolo capolavoro, che meriterebbe più riconoscimenti di quelli che ha ricevuto. Può piacere come può non piacere, ma al di là del gusto personale si deve riconoscere l’innegabile qualità della pellicola. Speriamo che, in futuro, i critici di Cannes se lo ricordino.

La bellezza non è tutto. È l’unica cosa

A cura di Daniele Mu

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