The Shape of Water: la fiaba, il diverso, l’amore

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Guillermo Del Toro torna al cinema con The Shape of Water. E con lui torna una poetica fatta di fiabe, gusto gotico, celebrazione del diverso e amore per il cinema. Scopriamo insieme pregi e difetti della nuova pellicola del maestro.

The Shape of Water: la fiaba, il diverso, l’amore

Se parlassi di questo, se lo facessi, che cosa vi direi?

Con queste parole si apre The shape of water, ultima fatica cinematografica firmata Guillermo Del Toro. Una fiaba gotica, di quelle a cui ormai ci ha abituato il regista messicano, destinata probabilmente a sbancare ai prossimi Oscar.

The shape of water è una fiaba nel senso più classico del termine. È una fiaba nella costruzione del racconto. È una fiaba nella dinamica narrativa. È una fiaba persino nei personaggi, nelle loro azioni, nella contrapposizione dicotomica tra bene e male. Infine, è una fiaba perché mette al centro l’amore e la sua forza travolgente che gli permette di superare ogni avversità.

E allora se parlassi di The shape of water, se lo facessi, che cosa vi direi?

Vi direi che è un film che merita di essere visto anche solo per la bellezza delle sue immagini. Una regia sublime, così aggraziata che ci si dimentica di trovarsi in una sala cinematografica e sembra di essere dentro al film. Una fotografia avvolgente, giocata sui toni dell’azzurro e del verde, che ricoprono un importante ruolo simbolico nella narrazione. Una colonna sonora delicata e toccante.

Vi direi che è un film dal profumo vintage, un vero e proprio tributo al cinema di altri tempi, ricco di citazioni e richiami, capace di giocare coi generi come solo un poeta della macchina da presa sa fare.

O vi dovrei parlare della potenza dirompente della fiaba? Della sua capacità di tenere col fiato sospeso il pubblico, di superare ogni barriera razionale e di arrivare direttamente al cuore? Del messaggio della pellicola, che è un messaggio di amore incontrastato e di riscatto per il diverso e l’emarginato? O non lo so, vi parlerei della crudeltà dell’uomo, del suo essere naturalmente votato alla volontà di dominare l’altro e di schiacciarlo, di controllare o distruggere ciò che non riesce a comprendere?

Se parlassi di The shape of water, se lo facessi, che cosa vi direi?

Vi direi che non è un film perfetto e che, anzi, è un gradino sotto il capolavoro assoluto di Guillermo Del Toro: Il labirinto del Fauno. Vi direi che mi sarei aspettato un impegno maggiore in fase di scrittura, che manca l’approfondimento del contesto storico-sociale che caratterizza le sue pellicole, che i personaggi sono piatti e unidimensionali, che la trama è così semplice e lineare che già dalle prime immagini si capisce perfettamente come andrà a finire. O vi parlerei di alcune punte di crudo realismo e di rivoltante violenza che spezzano bruscamente l’atmosfera sognante della pellicola e riportano lo spettatore alla desolante realtà.

Vi parlerei di tutto questo, sì.

Ma le parole non possono esprimere ciò che rappresenta questo film. Un film muto, in cui sono le immagini a comunicare e a dire più di mille parole. È giunto il momento che io taccia. Se volete sapere cosa è The shape of water, quale turbinio di emozioni mi abbia suscitato, quanto abbia adorato ogni singolo fotogramma, quanto mi abbia deluso ogni singola carenza, allora non vi resta che andare al cinema e lasciarvi travolgere dalla potenza delle immagini e dalla poetica di Guillermo Del Toro.

A cura di Daniele Mu

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