True Detective: quando il cinema approda sul piccolo schermo

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Una stagione, otto puntate: tanto è bastato a True Detective per entrare nell’Olimpo delle serie cult.

True Detective: quando il cinema approda sul piccolo schermo

«If the only thing keeping a person decent, is the expectation of divine reward, then, brother, that person is a piece of shit».

Questa frase rende perfettamente l’idea di che cosa sia True Detective: una serie cinica, cruda, violenta, spregiudicata. Nelle sue otto puntate accompagneremo i detective Rust Cohle e Marty Hart nel viaggio che li porterà a risolvere un intricato delitto, che unisce efferatezza e misticismo attribuendo alla catena di morti un valore fortemente simbolico, quasi religioso. Ma li accompagneremo soprattutto in un viaggio spirituale, psicologico, osservando l’evoluzione interiore, la costruzione del loro rapporto, il tentativo di cercare un posto in un mondo spietato.

True Detective è un crime che non vuole essere un crime: chi si aspetta un semplice poliziesco rimarrà deluso. Il ritmo è lento, quasi soporifero; il crimine passa in secondo piano, se non in terzo: diventa il pretesto per assistere alle vicende dei protagonisti, per la loro metamorfosi. Rust, anti-eroe per eccellenza, è uno dei personaggi più belli mai creati per una serie: con un passato traumatico nel dipartimento antidroga, reduce dalla morte della figlia e dal conseguente divorzio con la moglie, rimane intrappolato nel passato e nei sensi di colpa. Affoga tutte le sue ansie e frustrazioni nel cinismo più spietato, nel disincanto totale e nel lavoro: così la risoluzione del caso diventa un percorso di espiazione, di purificazione autodistruttiva dalla quale cerca la morte per ricongiungersi finalmente con i suoi affetti.

Marty, un buon detective ma pessimo padre di famiglia: per riuscire a convivere con i drammi del mestiere si rifugia nell’alcol e nel tradimento, o per lo meno questo è ciò che racconta a se stesso per giustificarsi. Istintivo, manipolatore, ossessivo verso tutto e tutti, con il suo comportamento manda all’aria un matrimonio e non si rende conto dei problemi che causa alle figlie adolescenti. Eppure non è malvagio, in fondo è un brav’uomo: perché bene e male non esistono, non ci sono categorie assolute, non c’è bianco o nero ma un universo infinito di grigi, come un cielo stellato in Alaska.

Il serial killer, antagonista in una serie senza eroi, compare solo per mezzora: eppure anch’egli è un protagonista a tutti gli effetti. L’aria di mistero che lo circonda; il modo in cui viene tratteggiato per tutta la stagione e in cui lo vediamo in una puntata, quasi per sbaglio, senza sapere chi sia realmente; come viene presentato in tutta la sua follia e in tutto il suo degrado in quei pochi minuti conclusivi: sono espedienti sufficienti alla costruzione della sua figura, a renderlo un protagonista silenzioso.

Punti di forza del prodotto scritto da Nic Pizzolatto e diretto da Cary Fukunaga sono, innanzitutto, sceneggiatura e caratterizzazione dei personaggi. Pizzolatto è abilissimo nel lanciare false piste, nel disseminare di indizi l’intera stagione, nel lasciare in sospeso una serie di questioni. È abilissimo a giocare col tempo, intrecciando tre piani temporali che si dipanano solo nelle ultime due puntate. È abilissimo nel dipingere un quadro così complesso in soli otto episodi. Fukunaga, dal canto suo, crea una regia cruda ma al tempo stesso delicata e malinconica: non spicca per virtuosismo, è totalmente in funzione della narrazione e ci fa calare nelle atmosfere immobili, quasi vitree della Louisiana. È una regia solida, compatta, che si concede pochi vizi ma quando lo fa regala delle perle che meriterebbero di finire nella storia del cinema: mi riferisco naturalmente al finale della quarta puntata, con un piano sequenza di sei minuti – ripeto: SEI MINUTI – degno del miglior Scorsese o Hitchcock; alla scelta di non mostrare alcuni dettagli, facendoci assistere solo alle reazioni devastanti dei personaggi; oppure ancora ad alcune inquadrature dell’episodio conclusivo, di una potenza visiva incredibile. La fotografia, poi, è eccellente: sembra quasi di osservare l’azione da dietro un velo che soffoca lo spettatore e ne offusca la vista. Molti anche i riferimenti colti, dalla filosofia di Nietzsche alla letteratura di Lovecraft e Chambers per ciò che riguarda lo «Yellow king» e «Carcosa», simboli del male più puro e atavico che alberga nell’uomo.

Il livello attoriale, neanche a dirlo, è altissimo: Matthew McConaughey e Woody Harrelson offrono due tra le loro migliori interpretazioni. Specie il primo, con un’inespressività così accentuata da risultare espressiva, e un accento biascicato e atono irresistibile (a tal proposito mi sento di consigliare caldamente la visione in lingua originale). La colonna sonora, a partire dalla spettacolare canzone d’apertura, rafforza il senso di desolazione e ansia costante ed è un gioiello a sé stante.

Quanto al finale mi limito a dire che ha fatto e continua a far discutere: un finale agrodolce, quasi irreale e non in linea con quanto accade, carico di emozioni – dalla rabbia alla frustrazione, dal sollievo alla rassegnazione. Un finale che racchiude il senso di tutta la serie, che riaccende una flebile speranza nella capacità della luce di penetrare le tenebre e che, speriamo, permetta a Rust di ritrovare quella pace che tanto a lungo ha cercato.

Si tratta di un prodotto di spessore e qualità, un vero e proprio film spalmato in otto ore. Probabilmente non perfetto, visti gli interrogativi irrisolti e un finale che ha fatto storcere il naso ad alcuni (non è il mio caso); ma dimostra ancora una volta che le serie tv stanno sempre più riducendo il divario a cinema.

Non ci resta che attendere fiduciosi – e con una paura non indifferente – la seconda stagione che vedrà protagonisti Colin Farrell, Taylor Kitsch e Rachel McAdams.

«Come on inside, little priest».

A cura di Daniele MU
Capo Redattore

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