True Detective, season 2: prova di maturità per Nic Pizzolatto?

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Tutto il mondo aspettava con ansia il ritorno di True Detective, serie rivelazione della HBO. Le aspettative erano tante: sarà riuscita a rispettarle o si è trattato di un flop annunciato?

True Detective, season 2: prova di maturità per Nic Pizzolatto?

Chi ha letto la mia recensione della prima stagione di True Detective sa perfettamente che la considero una delle migliori cose che si siano mai viste in tv, e che probabilmente è la mia serie preferita di sempre. Approfondimento psicologico, dramma, caratterizzazione dei personaggi, carisma, azione e livello tecnico fuori dal comune la rendono un gioiello difficilmente imitabile. E la seconda stagione, invece? Bene, se stavate cercando una review che confrontasse i due prodotti potete smettere di leggere. Farò un piccolo parallelo solo al termine, per il resto parto dal presupposto che True Detective è una serie antologica, con stagioni autoconclusive che, quindi, non hanno niente a che fare l’una con l’altra – e come tali andrebbero giudicate. Per cui: bando alle ciance.

La seconda stagione di True Detective prende le mosse dall’omicidio di un pezzo grosso, tale Ben Caspere; per risolvere il caso viene costituita una squadra composta dai due detective Ray Velcoro (Colin Farrell) e Ani Bezzerides (Rachel McAdams), affiancati dall’agente Paul Woodrugh (Taylor Kitsch). Le attività dei poliziotti si intrecciano ben presto con quelle di Frank Semyon (Vince Vaughn), uomo d’affari immischiato in vicende non proprio legali. La narrazione procede per gradi, muovendosi contemporaneamente su due piani differenti: da un lato viene descritto il progredire delle indagini, fino ad arrivare alla soluzione del caso; dall’altro vengono presentati i vissuti dei personaggi e i traumi che si portano dietro. Questa seconda stagione si caratterizza per tematiche propriamente thriller e poliziesche, con un Nic Pizzolatto che pare aver fatto una full immersion di Scorsese, De Palma e Mann prima di scrivere la sceneggiatura. Non è facile seguire gli avvenimenti, ricordarsi tutti i nomi e tenere a mente tutte le connessioni e i rapporti che si dipanano nel corso delle puntate; per farlo forse sarebbe opportuno appuntarsi tutto volta per volta e fare un bel rewatch. Il finale, dalla durata di un’ora e mezzo, dà finalmente un senso a tutto lasciando l’amaro in bocca allo spettatore.

La regia si tiene sempre su livelli piuttosto alti, con uno stile granitico e monumentale capace di subire brusche accelerate nelle scene d’azione – si pensi alla quarta puntata o alle ultime tre – grazie anche ad un montaggio degno di nota. La fotografia è cupa, desaturata, quasi a formare una patina tra i personaggi e lo spettatore e a tradurre visivamente quel distaccamento dalla realtà che tutti loro, chi più chi meno, sperimentano. Protagonista è la città, l’ambiente urbano col suo intrico di strade, autostrade e ferrovie degradate. La colonna sonora è degna di un buon film thriller e, come sempre quando si parla di HBO, non si può non spendere due parole sull’opening theme affidata alla calda voce di Leonard Cohen. Gli attori offrono una buona prova recitativa: Rachel McAdams e Taylr Kitsch mi sono sembrati in ottima forma; Vince Vaughn è riuscito a superare le mie resistenze soprattutto con le interpretazioni delle ultime puntate. La nota dolente è proprio Colin Farrell che, per quanto si sia impegnato, non mi ha convinto proprio per niente.

E qui arriviamo al vero punto debole di questa stagione: la caratterizzazione dei personaggi. Non mi pronuncio in merito a eventuali buchi di sceneggiatura perché, come detto, tenere a mente tutti i passaggi è estremamente complesso e dopo una sola visione non posso dire se torni tutto. Il vero problema è la scrittura dei personaggi, che spesso sembrano delle caricature di loro stessi. Su Bezzerides niente da ridire, così come su Semyon; Woodrugh purtroppo non gode dello spazio che meriterebbe, e questo fa sì che la sua storyline – che sulla carta è una delle più interessanti – risulti monca, poco approfondita. Quanto a Velcoro, beh, se volevano renderlo un personaggio affascinante, carismatico, con quell’aria del duro dal cuore d’oro, bello e maledetto (anche se con quei baffi, andiamo..), non ci sono proprio riusciti. Il nostro Ray è semplicemente poco credibile: un vissuto personale complicato, difficile, che in teoria avrebbe potuto davvero colpire emotivamente lo spettatore, non riesce in realtà a fare centro per il modo in cui il protagonista viene scritto e messo in scena; lo stesso Farrell risulta essere fuori parte e poco credibile nel 90% dei casi. Può darsi che sia solo una mia sensazione, ma Velcoro per me è un “no” grande quanto una casa; e non bastano di sicuro le bellissime scene delle ultime due puntate a cambiare il mio giudizio.

Altro punto debole sono i dialoghi, troppo spesso privi di contenuto e poco interessanti: il “wtf” è d’obbligo ogni volta che Velcoro apre bocca, come se Pizzolatto & Co. avessero cercato di rendere profonde frasi che in realtà profonde non sono. Non so come spiegarmi: dire “questa mela è rossa” con pathos ed enfasi assumendo un’espressione contrita non la rende una frase profonda e memorabile, rende solo ridicolo chi la pronuncia.

Ma allora la seconda stagione di True Detective è un abominio? No, fermi tutti: è un prodotto veramente valido che non ha nulla da invidiare ai rivali (serie tv e film) dello stesso genere; presenta però alcune pecche che potevano essere benissimo evitate con qualche attenzione in più. Detto questo, volendo fare un (superfluo) paragone tra la prima e la seconda stagione, quest’ultima risulta meno affascinante e meno curata della prima. I personaggi non sono così ben caratterizzati e non rapiscono il pubblico, quanto ai dialoghi siamo su due universi differenti; la narrazione procede per certi versi in maniera simile, sebbene la seconda stagione sia molto più lenta nei primi episodi (cosa che porta ad accelerare oltremodo nelle ultime puntate: i tempi potevano essere gestiti meglio); la prova recitativa è inevitabilmente migliore nella prima stagione. Quanto alle vicende, qui è puro gusto personale: a me sono piaciute entrambe, ma non dubito che ad alcuni le soluzioni della seconda stagione abbiano fatto storcere il naso.

In conclusione, la seconda stagione di True Detective presenta il problema di tutte le seconde opere: le aspettative del pubblico. Quando offri al mondo un prodotto di così alto livello, le aspettative che si creano sono talmente tanto elevate che, per quanto ti impegni, non riuscirai mai a soddisfarle. Qualunque cosa tu faccia, ci sarà sempre qualcuno pronto a dire “eh, ma la prima..”. Ma qui il problema non è solo di Pizzolatto, il problema è (soprattutto) del pubblico: se non ci fosse stata la prima stagione, questa seconda avrebbe suscitato reazioni ben diverse. Ma siccome al grande pubblico e alla critica il concetto di “serie antologica” non è molto familiare, e giudicare un prodotto per ciò che è (anziché confrontarlo con un altro che – a parte il nome – non ha niente a che fare con esso) risulta troppo difficile, allora si finisce per svalorizzarlo a priori. Perché alla fine, pur con tutti gli scivoloni e i difetti che sono presenti, questa seconda stagione di True Detective merita sicuramente più di quanto le viene riconosciuto.

“Oh, babe. You stopped moving way back there”

A cura di Daniele Mu

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