Vinyl – Un “trip” nei psichedelici Seventies

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Era una delle serie tv più attese del momento: con Vinyl, Mick Jagger e Martin Scorsese ci guidano nei tortuosi anni ‘70 in un’overdose letale di sesso, droga & rock n’roll.

Vinyl – Un “trip” nei psichedelici Seventies

Gli anni Settanta sono un vero e proprio vaso di Pandora, un infinito serbatoio dal quale attingere per costruire storie da far (ri)vivere al grande pubblico. Dopo il film del 2015 “Vizio di forma”, anche la serie televisiva Vinyl decide di ripercorrere le convulse vicende della decade attraverso un taglio del tutto particolare.

Come suggerisce il nome, la serie di HBO si cala nell’industria musicale americana seguendo le vicende del produttore Richie Finestra e della sua American Century Records. In particolare, questa prima stagione si concentra sull’ascesa dei Nasty Bits, una punk-rock band scapestrata che Finestra cerca – non senza enormi difficoltà – di guidare verso il successo mondiale.

La serie – prodotta tra gli altri da Martin Scorsese e Mick Jagger – getta lo spettatore nel vortice dei Seventies, in un ciclone autodistruttivo e nichilista che sembra inghiottire tutto ciò che lo circonda. Protagonista assoluto è, ovviamente, la musica; e questo non solo per una colonna sonora assolutamente di alto livello, una accurata selezione di brani cult del periodo – se ve lo state chiedendo: no, non ci sono pezzi dei Rolling Stones – ma anche, e soprattutto, grazie alla sceneggiatura. La scrittura degli episodi è strutturata in modo tale che quasi in tutte le puntate i protagonisti interagiscano con i “big” della musica rock del momento, i quali vengono ripresi durante le loro esibizioni o nel backstage del locale di turno: si va dai Led Zeppelin a Bob Marley, da Elvis a David Bowie – in memoria del quale è stata dedicata una intera puntata.

Va da sé che alla musica si affianca l’uso e abuso di droga e alcol. Sì, perché in Vinyl si trovano tutti i tratti caratteristici della società e della cultura del periodo: musica, gioco d’azzardo, droghe, alcol, hippie, controcultura, pop-art, emancipazione femminile, mafia, omicidi – impossibile non notare, da questo punto di vista, l’influenza di Martin Scorsese. La cocaina è la principale dipendenza di Finestra e, se da un lato la polverina bianca gli è indispensabile per dirigere una compagnia sull’orlo del fallimento, dall’altra è anche all’origine dei suoi tumultuosi problemi coniugali e legali.  La serie offre non solo uno spaccato dell’industria discografica e delle enormi difficoltà di una label di medie dimensioni di fronte a colossi ben più affermati e famelici, ma comporta anche un viaggio nella sfera privata di Richie che vede il suo matrimonio andare a pezzi, e si trova ad essere vittima e carnefice al tempo stesso della sua dissoluzione.

Altri punti di forza della serie sono sicuramente dati dalla regia e dal montaggio. Oltre al pilot – della durata di ben due ore – magistralmente diretto dallo stesso Scorsese, nel corso delle puntate allo spettatore vengono regalate alcune chicche degne di nota – basti pensare ai diversi piani sequenza che lo guidano nei corridoi della ACR. Quanto al montaggio, poi, è stato fatto un lavoro certosino per sincronizzare la performance visiva degli artisti sul palco con la colonna sonora, in modo che tutto fosse perfettamente in simbiosi (che sia anche questa opera di Scorsese, che ha fatto della cura al dettaglio il marchio di fabbrica del suo “New York, New York”?).

Se la sceneggiatura ha i pregi di cui si è parlato, al tempo stessa rappresenta la principale pecca della serie. Dopo un pilot convulso, con un ritmo frenetico, in medias res, che getta lo spettatore nel corso degli eventi senza tanti fronzoli, la scrittura (affidata a Terence Winter) rallenta notevolmente e, specie nella prima parte della stagione, sembra quasi inconcludente. Non poche volte mi sono trovato a domandarmi «tutto molto bello, ma di cosa stiamo parlando? Dove vogliono andare a parare?». Per una serie esordiente così a lungo attesa, il rischio bocciatura era dietro l’angolo. Per fortuna le cose vanno meglio nella seconda parte della stagione, che vede un ritmo decisamente più sostenuto e una scrittura a mio parere più ispirata e coinvolgente, che ha il suo apice nelle ultime tre puntate.

Per concludere, Vinyl è una serie che mi sento caldamente di consigliare agli appassionati di musica e, in generale, ai nostalgici di uno dei periodi più floridi e contraddittori dello scorso secolo. Così come florida e contraddittoria è la serie stessa, che mantiene un andamento ambiguo e incerto prima di imboccare la giusta direzione e trovare la sua cifra stilistica. E, una volta messa sui giusti binari, si rivela appassionante e travolgente.  

A cura di Daniele Mu

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