Vizio di forma: i Seventies secondo Paul Thomas Anderson    

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Vizio di forma è un vortice, un fiume in piena che travolge lo spettatore e lo tiene incollato alla poltrona.

Vizio di forma: i Seventies secondo Paul Thomas Anderson    

Poche volte mi trovo in difficoltà nel dover parlare di un film. «Vizio di forma» è l’eccezione alla regola: non so proprio da dove iniziare. Per cui penso che mi siederò qui, davanti al PC, mi accenderò una canna e mi farò trasportare dal flusso (tranquilli, in realtà non fumo. Forse).

Los Angeles, 1970. Larry “Doc” Sportello è un investigatore privato hippy e fattone. Viene contattato dalla sua ex, Shasta Fey Hepworth, la quale cerca di impedire che Mickey Wolfmann, imprenditore edilizio miliardario con il quale attualmente ha una relazione, venga internato in una struttura di riabilitazione da parte della moglie e dell’amante di lei. Durante le indagini Doc scopre un traffico di stupefacenti facente capo alla Golden Feng ed entra in contatto con i numerosi «casi umani» della città.

Vizio di forma è l’adattamento cinematografico diretto da Paul Thomas Anderson – alla regia di perle quali Magnolia, Il petroliere e The master – tratto dall’omonimo libro di Thomas Pynchon. La trama può apparire tipica di un giallo o di un noir, e in effetti lo è; se non fosse che essa passa quasi in secondo piano, diventando un pretesto per descrivere una realtà e fare uno spaccato di un periodo storico ben preciso.

La pellicola ruota intorno agli anni ’70, alle contraddizioni dell’America divisa tra hippy e borghesi, tra investigatori libertini e poliziotti moralisti. Lo spettatore è catapultato in un vortice, in una spirale dalla quale sembra impossibile uscire – esattamente come Doc con la sua erba. È un trip vero e proprio, costantemente sospeso tra sogno e realtà, e riesce difficile capire se ciò che si vede è frutto della fantasia allucinata del protagonista o stia succedendo davvero. Ancora adesso ho dei dubbi su alcune scene. Il senso di vertigine è ampliato poi dalla prolissità dei dialoghi e dai vaneggi della voce narrante, che accompagna tutto il film descrivendo le situazioni fuori di testa in cui si trova il protagonista e spiegando al pubblico ciò che gli passa per la testa. In molti hanno paragonato Vizio di forma a Il grande Lebowski e Paura e delirio a Las Vegas; mai paragone fu più azzeccato. Si trovano infatti l’eccentricità e l’umorismo proprio di questi due film, tanto che anche nelle scene più propriamente noir o drammatiche è quasi impossibile rimanere seri; più volte l’intera sala è scoppiata a ridere per qualche battuta o per le espressioni fumate di Doc.

Come sempre con Anderson la regia si tiene su livelli elevati, con inquadrature ricercate e mai banali, dinamiche e traballanti per rafforzare il senso del trip, zoomate e primissimi piani che neanche Sergio Leone; anche il montaggio gioca un ruolo importante nel trasmettere tale sensazione. La fotografia, poi, è qualcosa di spettacolare: sgranata, ruvida, dai colori accesi e psichedelici come quegli anni, conferisce un tono decisamente vintage alla pellicola che sembra girata proprio nei Seventies. La colonna sonora, poi, sebbene non sia originale – e sia, per questo, un po’ paraculo – è un fantastico concentrato di pietre miliari del periodo. Cosa ci volete fare, sono un nostalgico dell’epoca.

Il cast è decisamente stellare: Joaquin Phoenix, con le sue basette prorompenti, le camicie sgualcite e i piedi callosi e sporchi, è l’icona perfetta degli eccessi del periodo, capace di piangere solo quando vede distruggere la sua erba. È un personaggio complesso, dalla psicologia difficilmente penetrabile, ancora legato a Shasta e annebbiato dalla droga. Con tutte le sigarette che ha fumato durante le riprese, Phoenix si sarà giocato almeno dieci anni di vita. Katherin Waterson, ossia Shasta, interpreta una ragazza fragile e instabile che si mette in una brutta situazione e tenta in ogni modo di uscirne. Anch’essa è molto legata a Doc, seppure risulti difficile parlare di amore convenzionale fra i due. Josh Brolin interpreta il tenente della omicidi Christian “Bigfoot” Bjornsen, ritratto del perfetto poliziotto figlio di puttana che fa da contraltare a Doc; si scoprirà poi che, in realtà, anche lui ha un cuore. Benicio Del Toro veste i panni di Sauncho Smilax, eccentrico avvocato di Doc; Eric Roberts quelli dell’imprenditore di successo Mickey Wolfmann. Owen Wilson poi è Coy Harlingen, sassofonista infiltrato in varie operazioni costretto ad abbandonare la famiglia per non metterla in pericolo.

Vizio di forma è un film difficile, che non piacerà a tutti. Necessita di più visioni per poter sciogliere quell’intreccio di nomi e relazioni tra i personaggi che, durante la visione, pare quasi incomprensibile. Lascia disorientato lo spettatore, incapace di discernere il reale dal trip, portandolo in un mondo fatto di eccessi e vertigine dal quale, per la verità, non vorrebbe uscire più; folgorato dalle luci al neon e dai fasti – e dalle contraddizioni – di un periodo ormai andato. Del tutto meritate le nomination agli Oscar per la miglior sceneggiatura non originale e i migliori costumi.

Se vi piacciono i film sopra le righe, l’umorismo becero ma pur sempre raffinato ai confini con il grottesco, la psichedelia e i capelli lunghi, le canne – ops – e i mitici Seventies, allora Vizio di forma è il film per voi.

«Non preoccuparti, il pensare viene dopo»

A cura di Daniele Mu
Capo Redattore

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