Whiplash: la passione oltre ogni limite

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Sangue, lacrime, sudore: Whiplash è il film perfetto per chi ama la musica e la vive ogni giorno.

Whiplash: la passione oltre ogni limite

Mentre i cinema di tutto il mondo pullulano di proiezioni di 50 Sfumature di grigio, chiunque voglia andare a vedere Whiplash è costretto a fare una giravolta su se stesso, battere i talloni, ballare la breakdance e recitare un anatema: trovare questo film in sala è come sperare di trovare un acqua park in pieno deserto.

Andrew è un ragazzo al primo anno dello Shaffer, il conservatorio più prestigioso di Manhattan, e sogna di diventare un grande batterista. Ogni giorno segue le lezioni, si esercita e distrugge i CD di Buddy Rich a furia di ascolti. Viene notato dal professor Fletcher, che lo inserisce come secondo batterista nell’ensemble da lui diretto; l’obiettivo è quello di vincere all’imminente concorso presentando diversi brani, tra i quali Whiplash. Fletcher si rivela essere estremamente esigente e duro coi suoi allievi, che vivono nel terrore e nell’ansia: Andrew stesso vacillerà, ma deciderà poi di riprendere in mano le bacchette e tentare il tutto e per tutto.

Sebbene la trama possa apparire banale e semplice, e in effetti non spicca per complicatezza o originalità, Whiplash è un film potente. Entra dentro, scorre nelle vene e colpisce esattamente come vengono colpiti i piatti e le pelli. Il coinvolgimento può essere minimo per chi non è un grande appassionato di musica; ma per chi, come il sottoscritto, vive di musica ed è un «batterista mancato», beh, l’impatto è fortissimo. L’immedesimazione in Andrew è totale: sudiamo con lui, sanguiniamo come lui, proviamo rabbia e frustrazione e voglia di farcela ad ogni costo: perché quei double-time swing o quei 400bpm sono solo degli ostacoli da superare. E se si vuole diventare grandi si devono sopportare grandi sacrifici.

La regia è silenziosa: non si distingue per i virtuosismi ma confeziona un prodotto solido, con alcune inquadrature veramente magnifiche – ad esempio quelle da «sotto» lo strumento o i dettagli sul rullante sporco di sangue e il rallenty sul ride grondante di sudore. Il montaggio viene in soccorso, realizzando degli stacchi e delle sequenze veramente interessanti; molto curato anche il rapporto con la musica: raramente si notano differenze tra la musica e i movimenti di Andrew o degli altri musicisti, segno questo di un grande lavoro di coordinamento tra i settori. La fotografia, cupa e leggermente desaturata – quasi tutto il film si svolge in interni – trasmette un senso di ansia e frustrazione, quasi claustrofobica. La colonna sonora, appunto, è costituita quasi interamente dai brani eseguiti dall’ensemble: un vero piacere per le orecchie.

Gli attori offrono ottime interpretazioni riuscendo a reggere il film interamente sulle proprie spalle. Miles Teller, che interpreta Andrew, cresce col passare del tempo: inizialmente mi ha dato l’aria di essere poco espressivo e un po’ rigido, ma è bastato qualche minuto per farmi cambiare idea. Il suo è un personaggio complicato, sottoposto a forti pressioni e forti stress ma determinato a raggiungere il proprio obiettivo anche a costo di sacrificare la propria vita sentimentale; la sua caduta lo porterà a rialzarsi più deciso che mai e a mostrare al proprio insegnante quanto valga, in una sorta di competizione con se stesso e con il proprio mentore. J.K. Simmons, che interpreta il professor Fletcher, è in sostanza il servente Hartman di Full Metal Jacket in borghese: estremamente duro, violento, cinico e con un fardello sulla coscienza non indifferente, il suo obiettivo è spingere gli allievi oltre i propri limiti. Chi si accontenta è destinato a vivere nella mediocrità; compito di un insegnante è puntare all’eccellenza, tirare fuori dagli allievi solo il meglio, trovare il nuovo Buddy Rich. Anche se questo significa fare a pezzi una batteria o insultare madre, padre e tutti i parenti per le prossime otto generazioni. La sfida finale tra i due è un crescendo di intensità inaudita, un climax che trasforma lo spettatore in un tossicodipendente in crisi d’astinenza: «Ancora! Solo un altro po’!».

Whiplash è un film difficile da raccontare o spiegare: va visto e va vissuto. Attualmente è in corsa agli Oscar con cinque nomination, tra le quali quella a miglior film e miglior attore non protagonista a J.K. Simmons. Probabilmente non è un film perfetto: sarebbe potuto durare un pelino di più e sviluppare meglio alcuni passaggi – fosse stato per me sarebbe potuto durare tre ore e ne avrei voluto ancora. Ma, nonostante questo, mi ha rapito più di tanti film superiori a livello tecnico o di articolazione della trama. E forse è proprio in questo che sta la bellezza del cinema.

«Non esistono in qualsiasi lingua del mondo due parole più pericolose di “bel lavoro”»

A cura di Daniele Mu
Capo Redattore

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