Intervista a Jack Jaselli

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Dopo l’Hard Rock Cafè Rising e il tour coi Negramaro, Jack Jaselli è tornato con «Monster Moon», l’album della maturità. Ecco cosa ha raccontato ai nostri microfoni.

Intervista a Jack Jaselli

«Monster Moon» segna il ritorno sulle scene di Jack Jaselli. Dopo un album interamente acustico, il cantante e chitarrista milanese affronta un deciso cambio di rotta, scegliendo un sound che unisce le radici blues e soul con il rock e il pop.

Puoi parlarci di Monster Moon, il tuo nuovo album? Tra l’altro so che dietro il nome si nasconde un piccolo aneddoto, ce lo puoi raccontare?

L’album ha avuto un processo di gestazione abbastanza lungo, circa otto mesi. Quando siamo partiti per registrarlo avevamo ben quaranta canzoni, era la prima volta in cui dovevamo scegliere tra così tanto materiale. Alla fine ne abbiamo tenute dieci, più una che abbiamo scritto a Los Angeles con il nostro produttore, Ran Pink.

Il titolo, Monster Moon è legato sia ad un aneddoto che alla stessa scrittura dell’album. Le canzoni parlano tutte del “lato notturno”, quel lato istintivo e oscuro delle emozioni; quindi in qualche modo la figura della luna era già dentro i pezzi. Quanto all’aneddoto, durante le registrazioni (che si sono svolte a luglio 2015) ci sono state due lune piene. È una cosa abbastanza rara, e la seconda luna piena nello stesso mese viene chiamata “blue moon” – tant’è che di una cosa rara si dice che succede “once in a blue moon”. A settembre, quando stavamo concludendo i lavori, c’è stata la “red moon”, la luna rossa molto vicina alla Terra. Insomma, la luna era ovunque intorno a noi e continuava a darci segni. E dato che una canzone si chiamava Monster Moon abbiamo deciso di dare questo nome all’album.

Leggendo i testi si nota che sono introspettivi, riflettono sui rapporti umani e sulle emozioni. C’è un testo nell’album a cui sei particolarmente attaccato?

Mi sento particolarmente legato a “Kintsukuroi”, che in realtà mi è costato qualche lavata di capo per via del titolo impronunciabile (ride). Il kintsukuroi è l’arte giapponese che consiste nella riparazione di oggetti rotti attraverso la lacca o l’oro; che è un modo per dire che le cose rotte non necessariamente devono essere buttate o smettono di funzionare, ma possono diventare anche più preziose. Lo stesso vale anche per le persone: uno può avere cicatrici e ferite, ma se ci lavora sopra e le guarisce può diventare anche migliore di quanto fosse prima. Chiaramente questo ha anche un risvolto nelle relazioni, e il pezzo parla proprio di come a volte sia difficile creare dei legami duraturi. Ma con un po’ d’impegno si riesce a creare anche dei rapporti molto forti.

Rispetto al precedente lavoro, quasi interamente acustico, Monster Moon presenta un sound più propriamente elettronico con tutta la band dietro. A cosa è dovuto questo cambio di stile?

Al fatto che ci eravamo rotti le palle di suonare in acustico (ride)! No, a parte gli scherzi: il precedente album era acustico, con solo due chitarre e una batteria che quasi faceva da percussione, senza basso, registrato in presa diretta in una grotta che dava sul mare. Dopo due anni di tour, in cui ogni sera suonavamo seduti sugli sgabelli, ho realizzato di sentire il bisogno di una band alle spalle e di volere un sound elettronico. Naturalmente la parte acustica è stata fondamentale, perché il modo di scrivere i pezzi, di arrangiarli e di intrecciare le chitarre è stato la base per questo nuovo album.

Ascoltando le tue canzoni si sentono richiami a Ben Harper, Jeff Buckley e alla tradizione soul-blues americana. Quali sono le tue principali fonti d’ispirazione?

Negli anni più recenti sicuramente Ben Harper e Jeff Buckley sono tra le mie influenze principali, ma anche il grunge, i grandi classici (Beatles, Rolling Stones), il soul e il blues. Poi come musicisti abbiamo influenze molto diverse, ma quelli che hai citato sono sicuramente tra i miei più grandi maestri.

La tua musica e i tuoi video ricordano molto un certo stile di vita, tipicamente americano: il surf, il mare, la vita nella natura. Alla luce di questo, come vivi il rapporto con una società sempre più frenetica e caotica, che quasi divora l’individuo?

Cerco di fuggire dalla realtà – fa parte della mia musica, della mia natura andare via per dei lunghi periodi di tempo. Capita spesso che i pezzi li scriva in viaggio; magari trovo un bar qualsiasi e chiedo se posso fare una serata, anche solo per provare le nuove canzoni. Quindi sento il bisogno di scappare da tutto e da tutti, specie quando sto a Milano per la quale provo un rapporto di amore-odio. La musica da questo punto di vista è uno strumento di evasione potentissimo.

A questo proposito: cosa significa per te fare musica?

Significa fare ciò di cui ho bisogno, e farlo nel modo in cui ho bisogno. Ad esempio abbiamo rinunciato ai talent o a cantare in italiano quando ci è stato espressamente chiesto. In un certo senso abbiamo rinunciato a far parte del mondo della musica indie italiana, che ha un suo circuito che però ci ha sempre visto come troppo “mainstream”, mentre quelli “mainstream” ci vedevano come indie. In ogni caso credo di essere sempre stato onesto nel mio modo di fare musica, tanto che se non suono sto male: ho provato a fare altro e a fare un altro lavoro per qualche tempo, ma stavo troppo male.

Tra le altre cose, tu e la tua band avete aperto per i Negramaro a San Siro e all’Olimpico. Cos’hai provato a suonare in posti sacri come quelli?

Sono state esperienze incredibili. Tra l’altro San Siro oltre a essere grande è molto alto, quindi quando sei sul palco circondato da migliaia di persone sembra quasi che ti cadano addosso o ti vogliano fagocitare. I giorni prima sono stato malissimo, ero agitatissimo. Poi in realtà dopo che abbiamo fatto il sound-check e abbiamo preso un po’ di confidenza col posto me la sono proprio goduta. È stata una sensazione pazzesca, anche perché in quei contesti tu dai qualcosa al pubblico che te la restituisce enormemente amplificata. Noi eravamo solo un gruppo di spalla, però i Negramaro hanno un pubblico veramente in gamba che ci ha accolto benissimo e ci ha fatto sentire a casa nostra.

A cura di Daniele Mu

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