Intervista ad Alea

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Sonorità soul, voce black e tanta, tanta energia: la musica di Alea sembra essere fatta su misura per l’estate!

Intervista ad Alea

Ci sono generi musicali che nascono e muoiono nella durata di uno schiocco di dita. E poi ci sono generi musicali immortali, capaci di stupire ogni volta come se fosse la prima. È il caso del soul, di quel sound nato negli anni Sessanta nell’America nera, che affonda le proprie radici nella cultura jazz. E che Alea, artista a trecentosessanta gradi, ripropone in una versione moderna e fresca, che riesce a coniugare i tratti essenziali del genere con le contaminazioni della musica pop.

Il risultato è «Spleenless», un album intelligente, magistralmente realizzato, in grado di soddisfare tutti: dall’ascoltatore più esigente, che vi troverà una ricercatezza stilistica di prim’ordine, all’ascoltatore semplice, che vuole solo lasciarsi trascinare dal ritmo e dall’energia della musica.

Se dovessi descrivere la tua persona e la tua musica, quali parole useresti?

Mi descrivo semplicemente come una persona che sa bene da dove viene ma non ha idea di quello che le accadrà, che sa quello che vuole oramai ma che non sa se riuscirà mai ad ottenerlo. Così, nell’attesa di costruire il suo futuro incerto (come il il nome stesso indica: Alea) si vive a pieno il suo presente, finalmente. Sono una donna che ama la musica, la poesia e l’arte. Così non faccio altro che mettermi a raccontare con la musica e le mie parole ciò che vivo, come mi sento in questo preciso contesto storico, come vedo gli altri, e lo faccio naturalmente così come viene, senza porre paletti di alcun genere… in tutti i sensi.

Con le tue canzoni riesci ad unire in maniera magistrale il mondo del jazz e del soul con sonorità più propriamente pop. Qual è la reazione del tuo pubblico, specie di quello giovane, al sound che proponi?

Grazie infinitamente per il “magistrale”. In realtà, proprio non ponendomi alcun paletto mentale, faccio venir fuori il mio mondo musicale, tutto ciò che ho ascoltato nella mia vita. La mia musica è il risultato di ciò che sono: un’anima black e radici nella mia terra.
Sarei una bugiarda se vi raccontassi che la mia musica è facilmente vendibile, che abbraccia un largo bacino di utenza e che tocca le vette delle classiche. Sappiamo bene che Spleenless non è proprio un disco simile a tutto ciò che che sentiamo oggi in radio o che fa milioni di visualizzazioni web, ma allo stesso tempo il risultato di questo disco è stato inaspettato perché è piaciuto molto alla critica, il pubblico che mi segue è aumentato, ho ricevuto molte parole piene di affetto da gente che non mi conosceva ma si sentiva accanto a me solo per aver ascoltato i miei brani, e questo è bellissimo! La gente durante i miei live mi ascolta con attenzione ed una volta finito il concerto ha ancora voglia di ascoltarmi e prende con sé una copia del mio disco. Di tutto il resto…francamente me ne infischio, anzi, sto già scrivendo il prossimo disco che sarà ancora più black! Non faccio musica per il web probabilmente, faccio musica per provare e far vivere emozioni. Ed è bellissimo emozionarsi.

Negli ultimi anni mi sembra che molti artisti stiano riproponendo sonorità vintage, a voler sottolineare la modernità della musica nata quasi un secolo fa. Quale credi che sia il “segreto” di questa longevità? Pensi che questo rivolgersi al passato possa essere frutto di un esaurimento di idee, come se “tutto sia già stato detto”?

La musica che sento oggi in radio non mi piace, non “Mi fa volare”! E credo che molta gente la pensi come me andando a ricercare nel passato oltreoceano qualcosa che possa risanare le proprie orecchie. Per fortuna in Italia stanno prendendo piede artisti di qualità ma con ancora poco spazio. Ora in Italia c’è il boom del cantautorato indie, che poi così indie non è, ma per fortuna Madre Natura ci ha donato Brunori Sas. Allo stesso tempo sento che il soul, l’R’n’B e il nu-soul stanno riprendendo piede, quindi incrociamo le dita! Dopo che si tocca il fondo c’è sempre la risalita.

Ascoltando la tua voce è facile cogliere le influenze di artisti come Ella Fitzgerald e Etta James. Nel panorama italiano qual è la cantante a cui sei più legata?

In Italia Giorgia è l’unica che ha portato il vero soul americano e lo ha fatto diventare per un po’ il nostro pane quotidiano, ma oltre a lei sin da piccola sono stata una profonda amante di Mia Martini, Elisa e Fiorella Mannoia. Stop. Per il resto ho ascoltato tanto New Orleans.

Se potessi duettare con un grande cantante o musicista, contemporaneo o del passato, chi sceglieresti e perché?

Tutti gli artisti che prendo come modello sono del passato, quindi sono molti… moltissimi! Il primo in assoluto è Ray Charles per il quale provo un amore incommensurabile sin da bambina, tenendo conto che a 2 anni canticchiavo sempre “I got a woman” con un inglese inventato. Però in vita ce ne sono ancora molti con i quali mi piacerebbe collaborare, da Herbie Hancock a Esperanza Spalding, da D’Angelo a Cammariere. Ma lasciamo stare, sono solo sogni…

Nelle ultime edizioni sei stata ospite fissa del palco di Casa Sanremo. Hai mai pensato di partecipare al festival come concorrente?

Certo che sì! Ma forse non è proprio il mio mondo, anche se non si sa mai. Intanto mi sono goduta il Festival di Sanremo senza l’ansia della gara, ed è stata una tra le più belle esperienze che ho fatto.

Nel frattempo continuo a fare le mie piccole cose: il nuovo disco, tanti live e… udite udite… un tour Europeo del quale svelerò i particolari a breve sulle mie pagine social. Se poi verrà anche Sanremo ben venga, ma non mi fermo seduta ad aspettare, questo è certo.

Il genere da te proposto si presta particolarmente bene alla trasposizione cinematografica, come dimostra recentemente il successo planetario di La La Land. Hai mai pensato di gettarti in questa avventura? Ti piacerebbe scrivere la colonna sonora per un film?

Caspita, sì, sarebbe bellissimo! Per questo motivo studio come una pazza in quest’ultimo periodo: per diventare una brava… buona compositrice, e magari un giorno proporre la mia musica anche al cinema. Per ora mi limito a guardarlo, devono passare ancora tanti anni, magari infiniti, non mi sento di certo all’altezza… ma questo è anche un mio problema, non mi sento mai all’altezza per nulla.

Buona parte dei tuoi testi sono in italiano, nonostante il tuo sia un sound nato negli Stati Uniti. Credi che la lingua che usi possa essere un limite, anche nell’ottica della diffusione della tua musica a livello internazionale, oppure un elemento di attrazione per il pubblico straniero?

Sinceramente non ne ho la più pallida idea. È una domanda che mi sono posta per il prossimo disco. Di certo la forza di Spleenless è stata anche questa: comunicare affinché tutti capiscano il messaggio che si vuole dare nel testo ma in un vestito musicale estero. Inoltre ho anche superato il testo italiano, mettendo un brano nel mio dialetto. Credo di poter essere più comunicativa nella mia lingua, quando scrivo in inglese ho sempre un po’ paura che le metafore che uso possano non essere ben comprese per il modo in cui le riporto, infatti chiedo sempre una consulenza ad amici madrelingua. Ma allo stesso tempo penso che per farsi ascoltare all’estero sia più adatto l’inglese… vedrò come reagirà il pubblico in Europa e vi faccio sapere!

L’ultima domanda ha un carattere più propriamente sociale. Da donna immagino che sarai toccata dalle notizie di discriminazioni e violenze che affollano le cronache quotidiane. C’è un messaggio che ti senti di lanciare a chi ci legge?

Non è un discorso che si può affrontare in due righe. È una realtà mondiale che supera, in forme diverse, le differenze culturali, una realtà senza tempo e senza luogo unico. Ho personalmente visto la paura negli occhi delle donne, ho conosciuto uomini senza rispetto, senza ragionevolezza, senza umanità. Non siamo il sesso debole, siamo il sesso che dà sempre una seconda possibilità, che ha la speranza che tutto possa cambiare, che deve dare protezione ed aiuto senza poi rendersi conto che dovremmo aiutare noi stesse. Sto preparando da un anno uno spettacolo proprio sulle Donne e per questo sono felice per questa domanda e vi inviterò sicuramente ad assistere quando lo spettacolo sarà realtà, ed allora avrete la mia reale risposta a questa domanda in tutta la sua interezza.

A cura di Daniele Mu

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