Intervista ai Gatti Mézzi

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Il duo pisano dei Gatti Mézzi fa tappa all’Auditorium Flog e, prima di salire sul palco, si racconta in un’intervista esclusiva ai microfoni di Plindo.

Intervista ai Gatti Mézzi

I Gatti Mézzi, alias Tommaso Novi e Francesco Bottai, sono uno di quei gruppi che li ascolti una volta ed è subito amore. Sarà per il piglio della lingua toscana, sarà per il ritmo sfrenato delle note che si rincorrono sul pianoforte, sarà per la capacità di colpire con poche parole e poche note sussurrate. Quel che è certo è che, ascoltandoli, ti ritrovi in un mondo in bianco e nero, a metà anni ’60, come dentro un film di De Sica (quello bravo). In occasione del concerto all’Auditorium Flog di Firenze, ci siamo incontrati e abbiamo scambiato due chiacchiere.

Per chi non vi conosce: da dove viene il nome e come è nato il gruppo?

“Gatti Mézzi” in pisano vuol dire “gatti fradici, ubriachi”. Il tutto è nato un po’ per scherzo nel 2005, ormai dieci anni fa, quando ci siamo incontrati. Io (Francesco, ndr) suonavo in un’altra band e avevo composto “Caciucco blues”; Tommaso ha sentito il pezzo, gli è piaciuto – tant’è che lo suoniamo ancora oggi coi Gatti – e così abbiamo deciso di metter su un progetto che cercasse di tradurre in musica il vernacolo, il “dialetto” pisano. Nel corso del tempo ci siamo raffinati ed evoluti, sia musicalmente che a livello di testi, ma volevamo comunque un nome che fosse immediato, semplice, scherzoso e senza troppe pretese, che desse l’idea di qualcosa nato e cresciuto nei vicoli storici della città. Ed ecco qui i Gatti Mézzi.

Si può dire che siate entrambi cantautori: come nascono i pezzi?

Tutti e due scriviamo e componiamo, non c’è nessuna divisione di ruoli. Capita che uno dei due scriva un testo, ci metta due accordi sotto, lo faccia sentire all’altro e poi ci si lavori insieme per costruire la canzone finita. Inizialmente era molto buffo, perché ci sentivamo al telefono per scambiarci il materiale: chiamate interminabili, le bollette erano un incubo. Però se il pezzo ci piaceva anche così, con l’audio disturbato e il ronzio metallico del telefono, allora voleva dire che effettivamente funzionava. Adesso questo capita ancora di tanto in tanto, ma in genere ci incontriamo di persona. In sostanza quindi ognuno presenta le sue idee, le confronta con quelle dell’altro e così nascono i pezzi.

Da dove nasce l’idea di scrivere in pisano?

Col vernacolo tutto è più semplice: bastano tre parole per esprimere un concetto che con l’italiano spiegheresti in una frase. Il dialetto è più immediato, rapido, arriva dritto al punto ed è anche più intimo. Lo stesso vale per l’italiano “alto”: prendi De Gregori. A noi piaceva la schiettezza del pisano e abbiamo visto che si sposava bene con il nostro sound, quindi perché no? In ogni caso il nostro prossimo album sarà in italiano, ma va fatta una precisazione: anche se i testi sono in italiano – dice che funziona bene come lingua (ridono) – rimane una enorme differenza tra noi e gli altri cantautori che nascono con questo modo di scrivere; noi arriviamo a quel risultato da un percorso totalmente differente e guardiamo il mondo da tutta un’altra prospettiva.

Intervista ai Gatti Mézzi

Il fatto di cantare in dialetto è un limite o un vantaggio quando suonate in giro per l’Italia?

Entrambe le cose, è inutile negarlo. È vero che il vernacolo è immediato e spontaneo, e questo è indubbiamente un vantaggio, ma è anche vero che non tutti lo capiscono e alcuni pezzi più “stretti” sono praticamente incomprensibili fuori dalla Toscana. C’è da dire però che, in questi casi, dove non arriva il testo arriva la musica: questo lo abbiamo notato soprattutto all’estero, dove anche se il pubblico non capisce quello che tu dici viene preso dal sound e si lascia trasportare dalle emozioni.

Proprio parlando dell’estero: quali sono state le reazioni e l’accoglienza che avete ricevuto?

Abbiamo fatto un tour internazionale suonando in Francia, Belgio e Canada – un ritmo estenuante, addirittura avevamo undici concerti in tredici giorni. Roba da pazzi (ridono). In Francia e Belgio si è sempre in Europa, e la mentalità non è poi così diversa da quella italiana. Anche perché c’erano un sacco di italiani: chi ci ascoltava magari sentiva nei nostri brani qualcosa di Conte o della nostra tradizione, quindi non c’era poi tanta differenza. Diverso invece in Canada, dove comunque sia c’è una mentalità più americana: lì chiaramente nessuno o quasi conosceva le nostre radici e la nostra lingua, per cui era importante che la musica arrivasse dritta al cuore. E l’ha fatto: abbiamo avuto risposte molto positive. C’è da dire anche che in Canada, per quanto possa sembrare strano, sono messi peggio di noi in Italia a livello organizzativo: non esiste il cachet, hanno problemi con gli impianti, i locali lasciano a desiderare… Ma non si lamentano. A noi italiani piace fare i piagnoni e lamentarci per qualunque cosa (ridono), in Canada sanno che la situazione è quella ma non si scoraggiano, suonano e basta. Tra l’altro in quell’occasione abbiamo suonato con Marco Calliari, un cantautore di origine italiana che canta in italiano. A volte noi aprivamo per lui, e a volte lui apriva per noi: è stata una bellissima esperienza.

Alcuni vostri pezzi sembrano usciti da qualche film, e difatti da poco avete concluso la collaborazione con il regista Roan Johnson. Come è nato questo incontro?

Con Roan ci conosciamo da una vita, si può dire che siamo cresciuti insieme anche se lui è di qualche anno più grande. Francesco aveva già partecipato nel suo primo film importante, “I primi della lista”. Nel 2011 abbiamo composto un brano chiamato “Morirò di incidente stradale”, e quando Roan l’ha sentito “gl’è garbato un monte” – anche perché ci sono un sacco di riferimenti personali, a situazioni realmente vissute da tutti noi – e ha deciso di inserirlo nel film. Non contento, ha deciso di farci realizzare tutta la colonna sonora. Abbiamo avuto grande libertà e autonomia nella composizione: lavoravamo principalmente per immagini e ci siamo divertiti veramente un sacco.

Il vostro ultimo disco, “Vestiti leggeri”, è del 2013. Avete in cantiere qualcosa di nuovo?

Stiamo preparando il nuovo album, che dovrebbe – e sottolineo: dovrebbe (ridono) – uscire a novembre 2015. Come già detto sarà praticamente tutto in italiano, e sarà molto più intimo rispetto agli altri. Cambierà anche l’approccio compositivo: finora buona parte dei nostri brani erano strutturati e scritti come storie, dei veri e propri racconti che servono per far arrivare un messaggio. Nel nuovo album ci saranno poche storie; per il resto si tratterà di elenchi, descrizioni e analisi di situazioni. E ci sarà anche molto spazio per i sentimenti e le emozioni.

Domandone finale: Pisa o Livorno?

Pisa! (ridono) A parte gli scherzi, i livornesi sono più diretti e immediati mentre i pisani sono meno diretti e meno immediati… Diciamo che pensano prima di parlare, ecco (ride). Ci siamo divisi i compiti: a Livorno c’è il mare, a Pisa tutto il resto. A Livorno c’è tanta voglia di fare e ci sono tante idee, anche a livello musicale, ma mancano proprio le possibilità e gli spazi. Quindi alla fine per far qualcosa i livornesi devono venire a Pisa. In realtà sono due città molto più simili di quanto si potrebbe pensare, sono in qualche modo complementari. Cosa sarebbe Pisa senza Livorno? E cosa sarebbe Livorno senza Pisa? Probabilmente non esisterebbe nemmeno (ridono). Ma comunque la vera rivalità storica, per noi, è quella tra Pisa e Firenze e non tanto con Livorno. Anche perché c’è da dire che, in Toscana, le differenze culturali sono veramente minime. Le uniche eccezioni, appunto, sono proprio Firenze e Lucca.. Che c’entra Pisa con Lucca? Assolutamente nulla!

In ogni caso Pisa sempre e comunque (ridono).

A cura di Daniele Mu
Foto di Giada Divulsi

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