Intervista ai Modena City Ramblers

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Tra impegno politico e sociale, i Modena City Ramblers sono tra le band più affermate e seguite nel panorama musicale italiano. Si raccontano in esclusiva per Plindo in una lunga intervista esclusiva in occasione delle “Giornate del lavoro”.

Intervista ai Modena City Ramblers

I Modena City Ramblers non hanno certo bisogno di presentazioni: chiunque segua, anche solo occasionalmente, la scena musicale italiana – magari con un occhio di riguardo al panorama underground e indipendente – li avrà per lo meno sentiti nominare. In oltre vent’anni di carriera, niente sembra frenare la band che con il suo “combat folk” continua a infiammare i palchi italiani e non solo, tenendo viva la memoria storica e i valori del nostro Paese e portando all’attenzione del pubblico tematiche delicate e scottanti.

In occasione della loro esibizione durante le “Giornate del lavoro” fiorentine (leggi recensione), abbiamo avuto il piacere di conoscere e intervistare Francesco “Fry” Moneti (violino, banjo e chitarra). Ma ora bando alle ciance: parola all’artista.

I Modena City Ramblers sono attivi dal 1991. In oltre vent’anni di carriera molte cose sono cambiate: dovendo tracciare un bilancio, cosa è cambiato e cosa è rimasto lo stesso nella band?

Nel gruppo non è mai venuta meno la curiosità, la capacità di sorprendersi. Sono elementi fondamentali: chi non ha voglia di conoscere e di spingersi sempre più in là non potrà mai fare questo mestiere. Quello che è cambiato, chiaramente, è la line-up: in così tanti anni è inevitabile che ci siano delle modifiche, degli allontanamenti, dei ricongiungimenti. La passione e l’idea sono rimaste comunque immutate, nonostante le tempeste che abbiamo attraversato sia come band che come Paese. Ma siamo ancora qua, con la stessa voglia di suonare e approcciarci al mondo che avevamo nel 1991.

Leggendo i giornali, la sensazione è che la situazione politica e sociale in Italia non sia poi così diversa da quella del ’91: scandali, corruzione, malcostume. Tutto questo ha prodotto maggior disaffezione nei cittadini: visto che i vostri testi dimostrano un forte impegno nel sociale, hanno ancora un senso in un clima simile o i vostri appelli rischiano di cadere nel vuoto?

Probabilmente hanno molto più senso ora, vista la disaffezione dilagante, piuttosto che vent’anni fa quando il pubblico recepiva ogni parola del tuo discorso; era come se si parlasse tutti la stessa lingua. Adesso è sicuramente più difficile, perché si è banalizzato tutto e ai giovani mancano punti di riferimento politici, sociali ed etici. Quello che certo è che è proprio nel dna della band parlare di certe tematiche e certi argomenti, per cui se non avessimo percorso la strada musicale ci saremmo dedicati a quelle battaglie per altre vie. Quindi direi che c’è più bisogno adesso di parlare di certi argomenti, proprio per la disaffezione e la minor partecipazione alla vita pubblica. L’urlo deve essere chiaro e forte, deve arrivare a chiunque.

Il tema dell’evento del quale siete ospiti è il lavoro. Come vedete la situazione? E come vivete, dall’interno, la crisi del mercato musicale?

Noi abbiamo la fortuna di avere un lavoro e di fare un lavoro che ci piace, che non è poco. Tutti i giorni ci confrontiamo con persone non altrettanto fortunate: giovani ma anche quarantenni che, dopo vent’anni di attività, si ritrovano senza nulla e magari hanno anche una famiglia da mantenere, un mutuo da pagare. Come dei pesci piccoli in un oceano, in un mare magnum di insicurezza e instabilità. I giovani, poi, sono provati dalla piaga della fuga dei cervelli: prima andare all’estero era una possibilità, un’esperienza, un qualcosa in più; ora è una necessità, una costrizione vera e propria perché non si è valorizzati nel proprio Paese o mancano le opportunità di lavoro. L’economia funziona per cicli: l’Italia ha avuto un forte boom economico e quello che viviamo in questi anni è lo strascico, il “backfire” della crescita. Cerchiamo di guardare al futuro con speranza e ottimismo, ma al tempo stesso la paura e il disincanto sono forti: a nostra memoria non abbiamo mai attraversato un periodo così buio.

Per quanto riguarda il mercato musicale, nel settore la crisi c’è da molto tempo. Il downloading selvaggio ha danneggiato tantissimo la musica; ormai si fa l’album quasi solo per dare un nome al tour e per vendere qualche copia ai fan più accaniti. Della grande fetta di torta ora sono rimaste poche briciole, insomma. Noi, ma anche i nostri fratelli come la Bandabardò o gli Après la classe, abbiamo la fortuna di avere un grande riscontro live – anche se negli anni c’è stato un calo, dovuto anche alla chiusura di molti locali e alla crisi dei “luoghi” della musica live. Negli anni ’90 formavi un gruppo e come per magia ti si aprivano davanti le porte di decine di locali; adesso è tutto ridotto all’osso. Oggi mancano gli spazi: immaginate se i Beatles avessero fatto “Sergeant Peppers” in questi anni… Probabilmente non sarebbero diventati i Beatles.

Tornando al piano sociale, una delle battaglie che più sta a cuore ai Modena City Ramblers è la questione palestinese. Pensate che la musica possa aiutare il processo di pacificazione?

Noi, in collaborazione con una associazione di Arezzo, siamo stati tre volte a suonare in Palestina – un posto veramente stupendo. La situazione, lì, è incandescente: una matassa enorme dalla quale non si riescono a prendere i fili principali. La cosa che ci è rimasta più impressa sono i check-point, con le conseguenze psicologiche che questo comporta. Finché non ti ci trovi non puoi capire: arrivando al check-point vieni assalito da un senso di panico e claustrofobia. Immaginate le popolazioni del posto, chi deve conviverci ogni giorno e ogni giorno arriva là per andare al lavoro o ricongiungersi alla famiglia, non sapendo se riuscirà a passare o se verrà respinto. Si è instaurato un vero e proprio regime di terrorismo psicologico.

Quanto alla musica, da ragazzi probabilmente avremmo detto che sì, potrebbe gettare un ponte tra le due parti e contribuire a risolvere la situazione; oggi siamo più disincantati. Sicuramente la musica può aiutare, può intrattenere, ma non basta assolutamente. Parte del ricavato di “Gocce”, un nostro album, è stato destinato alla costruzione di canali per raccogliere l’acqua piovana e la costruzione di tre aule musicali in una città vicino Gerusalemme, dove i ragazzi e i bambini possono rifugiarsi per dimenticare gli orrori che vivono quotidianamente e divertirsi. Portare la musica, l’intrattenimento è importante, ma non può bastare. Che, se vogliamo, è anche un modo per lavarsi la coscienza; ma purtroppo è la dura verità. La musica e l’arte in generale sono solo delle luci in una notte troppo, troppo buia.

I Modena City Ramblers hanno un sound ben definito e immediatamente riconoscibile, grazie anche all’uso di strumenti propri della tradizione folk. La sensazione è che, invece, il mercato musicale stia andando verso un’altra dimensione, sempre più omologata ed “elettronica”. Come vi collocate in questo contesto?

In realtà non direi che la situazione sia così disastrosa: sono molte, anzi, le band che stanno recuperando gli strumenti folk anche nel pop – magari facendone una sorta di “pop colto”. Sicuramente è vero che la direzione della musica mainstream è l’elettronica e che i concerti che vanno per la maggiore sono i DJ set: costano poco, portano un sacco di persone. Ma per ogni DJ che suona c’è una band rock che sta a casa, seppur chiaramente anche i DJ abbiano il diritto di suonare. In ogni caso c’è spazio per altre sonorità, che prendono piede anche nel panorama italiano. Il fatto stesso che noi, Casa del vento, Bandabardò e Après la classe ci siamo ritagliati e costruiti una nostra piccola grande nicchia dimostra che sì, la strada principale è indubbiamente quella, ma ci sono anche tante altre diramazioni che tornano ad essere percorse.

Il vostro ultimo lavoro si intitola “Tracce clandestine” e comprende pezzi originali, cover e brani registrati dal vivo. Da dove è venuta l’idea di un progetto così diverso dal solito?

È una specie di regalo che ci siamo fatti e che abbiamo fatto ai fan. È un album prevalentemente di cover, canzoni rifatte col nostro sound. In genere durante i sound-check facciamo cover; dato che non abbiamo mai avuto l’opportunità di far sentire al pubblico questi pezzi, abbiamo deciso di inciderli per il pubblico. All’interno del CD ci sono pezzi come “Per i morti di Reggio Emilia”, “Rock the casbah” dei Clash, alcuni brani di Springsteen. Da una parte è un modo per mostrare a certe persone che i Modena City Ramblers non sono – come spesso ci definiscono – degli ubriaconi, ma che sono molto altro; che, oltre al banjo o al violino, ci sono anche le forti influenze punk e rock. Dall’altra è un modo per far scoprire ai nostri fan brani e artisti che, magari, non conoscono. Un ragazzino di sedici anni ascolta uno di questi pezzi, è incuriosito, e va ad ascoltare l’originale o a comprarne il cd. Ci piace pensare che “Tracce clandestine” sia un modo per portare la buona musica al pubblico, in una sorta di passaggio del testimone.

Il vostro è un pubblico numeroso, che comprende giovani e meno giovani. Che differenza trovate tra il suonare in Italia e il suonare all’estero? Il fatto che molti testi siano scritti in italiano è un limite?

In Italia abbiamo la fortuna di giocare in casa: il pubblico ci conosce, è affezionato, ha i nostri album. A volte suoniamo bene, altre volte meno: a loro importa poco, gli basta essere lì e divertirsi. C’è un rapporto diretto, emotivo, quasi viscerale. Suonare all’estero è come tornare agli inizi: abbiamo un buon seguito anche in Irlanda, Olanda, in Spagna o in Inghilterra, ma buona parte del pubblico non ci conosce. Allora dobbiamo suonare e cercare di convincere le persone, puntare sulla scenografia, sulla situazione, sul clima che vogliamo ricreare. Al primo brano la gente batte il piede, al secondo lo batte un po’ più convinta e alla fine si ritrovano tutti a ballare. Sicuramente fare sold out a Dublino, Amsterdam o Barcellona ha un peso maggiore che farlo in Italia, semplicemente perché all’estero siamo meno conosciuti e, quindi, un risultato del genere ci riempie d’orgoglio. Quanto alla lingua: effettivamente abbiamo dei testi in inglese o in spagnolo, ma la maggior parte sono in italiano. È chiaro che il pubblico capirà un quarto di quello che diciamo, ma cerchiamo di stregarlo con la musica e con la nostra allegria.

Avete qualche progetto per i prossimi mesi?

Il tour ci terrà impegnati fino a ottobre, dopodiché stiamo organizzando una serie di date all’estero con i 99 Posse. Ogni sera suoneremo per un’ora a testa e poi faremo alcuni brani insieme, quindi sarà un grande spettacolo. Più in là dovremmo fare un altro tour con Stéfane Mellino, che ha collaborato con noi in “Tracce clandestine” e con il quale ci siamo trovati molto bene. E poi penseremo a un nuovo disco.

Curiosità personale: Francesco, ho letto che hai partecipato a “Gangs of New York”. Come è stato lavorare accanto a Martin Scorsese, Leonardo Di Caprio, Cameron Diaz, Liam Neeson e Daniel Day-Lewis?

Sì, ho fatto la comparsa in alcune scene e suonato il violino in “Uncle’s Tom religion”, che è parte della colonna sonora. Scorsese è uno dei più grandi registi di sempre, è stata la realizzazione di un sogno. E poi ha origini calabresi, quindi tra un chack e l’altro faceva il pieno di ‘nduja. Sono stato con loro per circa dieci giorni ed è stato fantastico: mi ricordo le lunghe chiacchierate con Daniel, appassionato di boxe come me. Un momento lo vedevo in scena a fare la parte del villain, ed era talmente convincente da farmi venire paura sul serio; il momento dopo eravamo tutti insieme a ridere e scherzare. Vedendolo recitare di persona ho potuto rendermi conto della sua bravura e della sua caratura artistica. Di fronte a certe persone non puoi fare altro che toglierti il cappello e inchinarti.

Intervista a cura di Daniele Mu

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