Intervista ai Tre Allegri Ragazzi Morti

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Dai pub di Pordenone a simbolo di un’intera generazione: i Tre Allegri Ragazzi Morti si raccontano per Plindo.

Intervista ai Tre Allegri Ragazzi Morti

I Tre Allegri Ragazzi Morti calcano i palchi di tutta Italia dal ’94 e, coi loro testi introspettivi e le loro maschere, hanno segnato profondamente la scena alternativa italiana e l’immaginario collettivo. A breve inizierà il nuovo tour invernale, che li vedrà protagonisti il 20 dicembre all’Auditorium Flog di Firenze.

Ciao Enrico! Ormai i TARM sono in circolazione da vent’anni e sono tra i big del panorama alternativo italiano. Sentite la responsabilità o il peso di questa posizione? Avete mai pensato che avreste raggiunto questo risultato agli inizi?

Direi che non sentiamo pesi o responsabilità. Probabilmente il lungo percorso ci ha reso trasparenti e ci ha permesso di mettere bene a fuoco i nostri intenti.

C’è stato un momento nel 1994 in cui ho avuto la netta visione di quanto fosse destinata a diventare popolare la musica dei Tre allegri, quindi direi che questi risultati erano in un certo senso previsti.

La vostra è una condizione particolare: i media vi danno buona visibilità, ma avete mantenuto sempre un certo distacco e una vostra identità precisa. È stato difficile non farvi “contaminare” e rimanere fedeli a voi stessi?

I media non ci hanno considerati per molti anni, quindi siamo diventati diffidenti, forse selvatici. Pensiamo che la musica stia da un’altra parte, dentro le persone. Soprattutto per questo non ci piace la critica, e non ci piace la commercializzazione della musica come prodotto. Quindi posso dire che ormai non siamo più contaminabili in alcun modo: siamo immuni, fedeli a noi stessi.

Nel corso degli anni avete sperimentato e vi siete aperti a nuovi orizzonti musicali (reggae, ska, addirittura dub), pur mantenendo un sound perfettamente riconoscibile. Quanto è importante la sperimentazione per voi? Spesso quando trovano la formula vincente i gruppi tendono a replicarla.

Sperimentare ci ha permesso di crescere come musicisti e anche come persone. Credo abbia inoltre aiutato il gruppo ad essere più identificabile ed amabile, cambiare spesso vestito ha fatto capire che il corpo è bello e la testa funziona bene.

I TARM non sono solo musica: i testi sono importantissimi per capire i brani e l’aspetto visivo/scenico (artwork, maschere, presenza scenica) è fondamentale. A quale dimensione date il primato nel processo creativo, e come legate fra di loro musica, testo e visione?

Le idee vanno a braccetto, quindi è un gioco di attesa. Siamo sicuramente innamorati delle canzoni, ma anche di ogni aspetto a loro vicino.

L’età media dei vostri fan continua a essere piuttosto bassa, e spesso i testi trattano tematiche adolescenziali. Avvertite mai un divario tra voi e quella fetta di pubblico così giovane?

Lo avvertiamo, certo, ma abbiamo anche capito che Tre allegri ragazzi morti sono un gruppo senza età. L’immaginario è stato tratto in modo così preciso fin dall’inizio che nessuno si aspetta altro.

Avete un forte legame con il territorio: raramente uscite dall’Italia e siete costantemente in tour. Quanto è importante per voi il contatto diretto con i fan, in un mondo sempre più virtuale?

Ci piace molto conoscere le persone che si avvicinano a noi. È un aspetto caratteriale che forse ci ha aiutato a stare in giro per così tanti anni senza farci male.

“La mia vita senza te” è un pezzo molto intimo, tra i miei preferiti degli ultimi lavori. Ci volete dire qualcosa a riguardo?

Il brano serve per non pensare al dolore della perdita di persone o cose. È un gioco, ma è al tempo stesso molto utile. E ha un giro di basso che non molla mai.

Se doveste fotografare la situazione musicale italiana cosa verrebbe fuori? È un malato grave o c’è qualche speranza di ripresa, magari proprio nel settore underground/indipendente?

C’è tanta roba in giro in questi anni e secondo me c’è anche qualità. La cosa importante è non perdere mai la voglia di divertirsi, che sta alla base di tutto.

Domanda conclusiva: progetti per il futuro? Avete già iniziato a lavorare a un prossimo album?

Abbiamo già un po’ di idee nel cassetto. Dobbiamo solo capire quando sarà il momento giusto per aprire quel cassetto!

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