Intervista a Diego Esposito

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Continua il nostro viaggio nella musica emergente italiana. Questa volta abbiamo fatto due chiacchiere con il cantautore Diego Esposito.

Intervista a Diego Esposito

Voce, chitarra e poco più. Non ci sono molti fronzoli in «…è più comodo se dormi da me», l’album di esordio di Diego Esposito. Del resto, tutto il resto finirebbe per risultare superfluo: c’è l’espressività della voce, a tratti sussurrata e a tratti graffiante, ma sempre spontanea e sincera; c’è il gusto musicale di arrangiamenti che, dietro l’apparente semplicità, nascondono il lavoro e la passione di chi, la musica, la conosce e la fa; ci sono le immagini evocate dalle parole, che fanno viaggiare la mente e la portano in luoghi sconosciuti a provare sensazioni che, invece, conosciamo fin troppo bene perché sono parte di tutti noi.

E allora mettiamoci comodi e facciamoci trasportare in un vecchio eliporto.

Quando hai iniziato comporre la tua musica? Ti ricordi ancora la prima canzone che hai scritto?

Ho scritto la mia prima canzone a 14 anni circa. Non ricordo bene come facesse, ricordo che era veramente brutta. Sono partito da un livello abbastanza basso di scrittura e composizione, fortunatamente credo di essere migliorato nel tempo.

Non per fare lo splendido, ma – sinceramente – ho trovato l’album veramente ben fatto e mai banale. Ci puoi raccontare qualcosa sull’album e sul Diego Esposito cantautore?

“…è più comodo se dormi da me” è il risultato di molti anni di ricerca e di vita vissuta. Alcune delle canzoni dell’album le ho scritte anni fa, alcune invece sono più recenti. Ho arrangiato questo disco in sala prove, con la mia band, che ormai è la mia famiglia. Durante il mio percorso ho conosciuto Zibba, che si è proposto di farmi da direttore artistico per questo disco. Il suo apporto sicuramente è stato fondamentale, per me è stato come andare a scuola.

Non credo di scrivere concetti difficili da capire, non mi piacciono le parole complicate. Spesso scrivo di getto quello che mi passa per la testa in un determinato momento, poi magari risistemo qualcosa dopo. Mi piace parlare per immagini perché credo che siano più immediate delle parole.

Una cosa che mi ha sempre colpito nella musica è il fatto che la voce dica tanto della persona. Ho sempre pensato che il cantante sia più esposto, che abbia meno filtri rispetto agli altri musicisti, che la voce sia uno strumento più intimo e diretto. Da cantante e musicista, tu come la pensi?

Ci ho messo tanto tempo prima di accettare la mia voce. Fino a qualche anno fa odiavo andare in studio, mi faceva quasi paura l’idea di riascoltarmi. Oggi inizio a farci pace, ho imparato ad accettare me stesso e, di conseguenza, anche la mia voce. Alla fine è questa e non posso cambiarla.

Quello del “cantante” è un mestiere difficile, perché è li davanti e ti racconta quello che è, ci vuole coraggio a mettere a nudo le proprie emozioni. Io ad esempio ho mal di stomaco da sempre prima di un concerto, poi fortunatamente il concerto inizia e butto fuori tutto quello che ho dentro. Questo mi fa stare bene e non c’è cosa che mi faccia stare meglio, non importa se sono in un Palasport o alla “Sagra della Chiocciola”.

Negli ultimi anni si sono sollevate molte voci critiche nei confronti dei talent show. Anche alla luce della tua esperienza alle Home-visit di X-Factor, come pensi che i talent abbiano influenzato la musica e gli artisti, specie i più giovani che muovono i primi passi sulla scena musicale?

I Talent sono programmi televisivi e la musica c’entra ben poco con la televisione. Nonostante questo la mia esperienza è stata positiva, ho conosciuto tanti nuovi amici che sento ancora oggi. La TV ti da una grande visibilità. Questo semplifica molte cose, però è importante avere una buona base e una buona dose di esperienza prima di partecipare ad un Talent, anche perché non tutti quelli che hanno partecipato ad uno di questi programmi sono rimasti noti nel tempo.

Il segreto è lavorare sempre e cercare di migliorarsi, poi se le cose devono arrivare, arrivano… forse.

Quanto è difficile, per un giovane artista, riuscire ad esibirsi live? La partecipazione a San Remo e X-Factor ha cambiato qualcosa, da questo punto di vista?

Diciamo che non è facilissimo. Non ci sono troppi posti dove fare concerti, specialmente se sei uno sconosciuto. Per anni ho suonato nei posti peggiori del mondo perché ho deciso che volevo fare il musicista e nient’altro, quindi mi ritrovavo a suonare nelle situazioni più assurde, come bar, ristoranti… insomma, posti con un pubblico che certo non è lì per ascoltarti. Ora va un po’ meglio, ma XFactor e Sanremo mi hanno aiutato per altre cose, non tanto per i live.

Hai mai avuto esperienze musicali all’estero? Se sì, hai notato qualche differenza nell’approccio del pubblico alla musica live e alle realtà emergenti?

Due anni fa ho fatto due concerti a Pechino, in Cina. I cinesi mi guardavano come se fossi un extraterrestre, erano molto attenti durante i concerti. Sono un popolo molto particolare, è stata una bellissima esperienza. Qualche mese fa invece sono stato a New York, questa volta in veste di compositore.

Ho avuto la fortuna di scrivere le musiche di “Something”, uno spettacolo dei “Liberi di… Physical Theatre”, una compagnia italiana che ha portato questo show al New Victory Theatre di New York. È davvero un’emozione incredibile ascoltare le proprie musiche a Broadway!

In Italia ci sono molte manifestazioni dove ho trovato un pubblico attento alla musica emergente. Alla base c’è la cura delle cose, le persone vanno abituate all’ascolto.

C’è un traguardo nella tua carriera che vuoi raggiungere a tutti i costi, succeda quello che succeda?

Non ho un traguardo specifico che voglio raggiungere. Spero di migliorare e fare cose che mi diano soddisfazione. Sono felice del mio presente, mi auguro di avere la voglia e la costanza di andare avanti che ho oggi.

A cura di Daniele Mu

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