Millelemmi, mille storie rap di Firenze

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Il lampredotto è un’arte, e ha il suo profeta: è Millelemmi, il rapper che ha messo in metrica la poesia del prodotto più amato dai veri fiorentini, “nait en dei”.

Millelemmi, mille storie rap di Firenze

Un rap “made in Firenze” che sta spopolando le classifiche, una “cortellaha” che lascia il segno.

« Il mio è rap in italiano fatto da un fiorentino»

Come nasce il progetto Millelemmi?

«Nasce dall’unione della trasposizione letterale del numero “1000” ed il plurale del sostantivo maschile “lemma”, che è una voce del dizionario che trova come significato “voce del dizionario”. Per un paroliere della mia portata mille lemmi sono in realtà pochi ma è perfetto per realizzare il chiasmo sillabico».

Quali sono le tue influenze artistiche?

«Ho un modo di indagine apparentemente sconclusionato, seguo percorsi che compiono salti diametralmente opposti. Quello che però mi viene naturale è fare i collegamenti successivi e quindi potrei citarti Dare iz a darkside di Redman e The Unseen di Quasimoto, i classici greci e latini, i cult movies hip hop come Stylewars, Fellini, Dino Risi ed Elio Petri, Marinetti e Depero, Fosco Maraini, il dolce stil novo, Sly and the Family Stone, George Clinton e Sun Ra, D’Annunzio, Ciampi, Conte e Martino ma anche Sergio Caputo, Tognazzi, Gassman e Proietti, Chet Baker, Jeanne Lee, Jodorowsky, la storia occulta e la geometria sacra… ci sono già di sicuro degli illustrissimi omessi».

Come mai la scelta di un rap in vernacolo?

«Partiamo dall’assunto che in Italia la lingua, così come il cibo, cambia se ci si sposta anche di soli venti chilometri; sommiamo la peculiarità del rap di essere l’espressione spontanea ed originale rappresentativa di un individuo, il che lo porterà a rappare con i modi della sua zona, attraverso i quali definirà il suo stile unico grazie anche ai suoni che li caratterizzano; ecco quindi che risulterà normale per ogni rapper del globo suonare molto “locale”. Possiamo dunque affermare che il mio è rap in italiano fatto da un fiorentino. Il vernacolo in fondo è altro, teatro, aulico o quantomeno in disuso».

Quanto è presente Firenze nella tua musica e come vedi la città da un punto di vista culturale?

«È presente in quanto è il teatro della mia vita quotidiana. La cultura a Firenze ha moltissime facce di cui solo due sono ben famigerate: una è la lodatissima città-cartolina fatta di capolavori, vetrine e lustrini; l’altra è la città che non riesce o non vuole stare al passo coi tempi dove i teatri falliscono, le librerie chiudono ecc… e qui si apre il grande circo delle lamentele. Ma vorrei parlare della Firenze che fa musica, piena di avanguardisti invidiati un po’ dappertutto, della città dell’Accademia delle Belle Arti che continua a sfornare talenti che vengono rimpianti solo quando se ne vanno una volta finiti gli studi, ma per lo più ignorati finché “bighelloni” di casa. E poi ci sono piccole realtà che difficilmente comunicano fra di loro ma che esistono e vanno scovate, cosa che io trovo giusta ed affascinante. A morte invece chi non valorizza, disprezza e reprime, istituzioni in primis!».

Esci con un’etichetta indipendente fiorentina, com’è nata questa collaborazione?

«Persino all’interno del panorama hip hop sono considerato un outsider o uno trasversale non collocabile mai in qualcosa di specifico, spesso col risultato di essere escluso o di autoemarginarmi. Fresh Yo è un etichetta che non si accontenta del già sentito, non va sul sicuro, cerca pietruzze che non erano ancora balzate all’occhio degli altri, le lucida e dona loro un valore riconoscibile ed apprezzabile. Direi che è nata quindi in maniera piuttosto naturale ed empatica».

L’album è stato recensito molto bene su tutta la stampa specializzata. Quali pensi siano i tuoi punti forti?

«Forse dovrebbero essere gli altri a rispondere a questa domanda. Da parte mia credo di offrire un attitudine spontanea e semplice, cosa che nel panorama strettamente rap è merce rara. Inoltre metto a disposizione dell’ascoltatore un lessico forbito ed un utilizzo forte di espedienti letterari inseriti in un contesto semplice e questo dà modo di divertirsi con la forma, magari riascoltando più volte per coglierne le particolarità. Ovviamente non è per l’orecchio di tutti e questo mi va bene, altrimenti vorrebbe dire che sono nazionalpopolare. Mi arrivano moltissimi apprezzamenti da gente che di solito non ascolta rap o che non lo ascolta più».

L’hip hop sta vivendo in Italia il suo momento d’oro, per la serie meglio tardi che mai. Successo duraturo o fenomeno passeggero?

«Credo fenomeno duraturo. Dopo le varie fasi di morti e reincarnazioni del genere nella penisola pare che siamo arrivati alla svolta finale, su questo sembrano essere d’accordo tutti. Poi queste cose le decidono i numeri di mercato, e sembrano esserci».

Progetti per il futuro?

«Molti: dei video estratti da “Cortellaha”, fare un bel viaggio, il mio nuovo disco solista e qualche collaborazione».

Come ti è venuto in mente di fare il rap del Lampredotto?

«Così come con le altre canzoni: era già lì, io l’ho solo presa al volo e le ho dato una forma».

A cura di FUL – Firenze Urban Lifestyle

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