Anathema live @ Alcatraz, Milano

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Me l’avevano detto: vedere dal vivo gli Anathema è un’esperienza catartica che ogni appassionato di musica dovrebbe compiere almeno una volta nella vita.

Anathema live Alcatraz, Milano

Gli Anathema sono una band inglese in attività dal 1990, capace di passare dal doom metal a un mix di progressive-alternative-post rock. Oddio, scritto così è un bel macello. Etichette a parte, il gruppo propone un sound etereo ed avvolgente in cui il fattore decisivo è l’emotività: gli intrecci vocali di Vincent Cavanagh e Lee Douglas, i fraseggi e gli arpeggi di chitarra, i tappeti di tastiere. Per non essere travolto dalle emozioni devi essere una specie di Gargoyle.

Mea culpa: questo è stato il mio primo concerto degli Anathema, nonostante li segua da diversi anni. Mi rendo perfettamente conto che la setlist non è stata delle migliori, decisamente squilibrata a favore dell’ultimo album, “Distant Satellites”, che per quanto carino ho trovato decisamente sottotono rispetto ai loro standard; e mi ha lasciato veramente allibito la presenza di John Douglas che, sostituito (in parte) alla batteria dall’ex (in parte) tastierista Daniel Cardoso, ha passato quasi due ore a picchiettare di tanto in tanto il timpano diventando parte integrante della scenografia.

Ma che ci volete fare, per tutta la durata del concerto ho avuto la pelle d’oca. Hanno sfondato una porta aperta, da qualche parte dentro di me – e di tutto l’Alcatraz – e hanno fatto irruzione. In alcuni momenti ho dovuto trattenere la lacrimuccia, lo confesso.

La band, in perfetta forma, ha suonato senza sbagliare un colpo. Notevoli le prestazioni dei già citati Vincent e Lee, ma anche la chitarra di Danny è stata impeccabile. Pregevole l’inserimento di uno dei pezzi più amati dai fan, “Are you there?”, suonata per l’occasione interamente in acustico, così come il secondo encore con l’evergreen “Fragile dreams” che, pare, non sentiremo più dal vivo. Non voglio sapere quanti bambini sono stati concepiti durante le due “Untouchable”.

Insomma: poteva andare meglio sicuramente, ma artisti di questo calibro sono proprio incapaci di fare male qualcosa anche se si impegnassero. E poi si sa, “la prima volta non si scorda mai”.
Infine, vorrei spendere anche due parole sugli opener: gli austriaci Mother’s Cake. Chiunque abbia partecipato a una lezione di musica sa che le prime massime che l’insegnante di turno dirà sono: “Quando scrivete una canzone scegliete un tempo, date una struttura semplice e piazzateci un ritornello orecchiabile”.

Ecco, probabilmente i Mother’s Cake quel giorno erano assenti. E hanno fatto benissimo: il loro sound è un crossover tra progressive rock, funky, blues e mille altre cose ancora. Prendete Jimi Hendrix, aggiungetegli un pizzico di Stevie Ray Vaughan e James Brown, una spruzzata di Jeff Buckley e Red Hot Chili Peppers, condite a piacere con cambi di tempo e passaggi che metteranno a dura prova la tenuta del vostro sistema nervoso, et voilà! Il piatto è servito.

Veramente un’ottima band, un po’ penalizzata dall’acustica – ma era davvero difficile fare di meglio – che non mancherà di far parlare di sé nella scena.

Daniele Mu
Capo Redattore

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