Linea 77 e Anthony Laszlo live @ Magnolia (MI)

L’indie con influenze di garage rock degli Anthony Laszlo che abbraccia il crossover affermato dei Linea 77. Cose in comune poche: la lingua italiana e qualcosa da dire. Ma gli ingredienti bastano per creare una serata esplosiva al Circolo Magnolia.

Linea 77 e Anthony Laszlo live @ Magnolia

Voi avete quei gruppi che ogni tot avete bisogno di sentire live? Io ne ho molti, tra questi i Linea 77. Fortuna vuole che ogni anno suonino in un posto raggiungibile, e sabato 25 aprile me li ha portati al Circolo Magnolia di Segrate. In apertura Anthony Laszlo, gruppo che avevo sentito nominare ma di cui non sapevo nulla.

Arrivo alla venue inutilmente in anticipo, ma quando iniziano a suonare ed entro nel tendone faccio due scoperte inaspettate: la prima, è che la transenna è già tutta occupata; la seconda è che a fare tutto quel casino sono solo in due. Anthony (e) Laszlo sono un cantante/chitarrista con una pedaliera da fare invidia ad uno shoegazer, ed un batterista con uno solo piatto, un ride grande come un’astronave.

La scoperta è piacevole: i pezzi attingono dall’indie e dal garage rock, ma passano quasi in secondo piano rispetto all’energico spettacolo del duo. Il clue dell’esibizione si raggiunge quando Anthony finisce lo show salendo in piedi sulla cassa di Laszlo, per poi lasciargli la chitarra, scendere aggrappandosi ad uno dei microfoni della batteria (e spostandolo: alcuni dicono che il fonico sia svenuto) ed andare a “spippolare” con la pedaliera, mentre il batterista suona batteria con una bacchetta ed un piede, e chitarra con l’altra bacchetta. Caotico.

Nel frattempo la sala si riempie, l’attesa per gli headliner è quasi spasmodica. Infatti, appena i Linea 77 salgono sul palco capisco che la seconda fila non è posto per me: il pogo si scatena quasi subito.

Personalmente Oh!, l’ultimo album della band, non mi ha entusiasmato; va da sé che la prima parte della scaletta, incentrata su questo lavoro, mi lascia un po’ a bocca asciutta. Purtroppo però, anche alcuni dei maggiori successi non mi danno soddisfazione: ad esempio Moka, contenuto in Ketchup Suicide (2000), viene eseguita con un rallentamento nel ritornello, che gli fa perdere la spinta. È anche vero che per portare in giro una canzone per 15 o più anni può essere necessario studiare dei rinnovamenti, ma se il pezzo era già efficace così com’era, ho trovato che fosse un peccato. O forse tre volte in tre anni per me e i Linea è semplicemente troppo. Sul finale della scaletta, in particolare nell’encore, posso finalmente dirmi soddisfatta delle scelte fatte dalla band.

Per il post concerto era prevista la serata La Città Verrà Distrutta all’Alba, ma io, dopo aver constatato che tutto l’universo era in quel momento a Magnolia, mi sono data alla fuga per paura che mi rubassero tutta la mia preziosa aria. In seguito ho saputo che invece la situazione era abbastanza sotto controllo, ma la mia demofobia deve aver deciso per me.

A cura di Caterina Canova

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