Pain of Salvation live @ Crossroads (Roma)

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Quando la tecnica incontra l’emozione nascono grandi cose. A due anni di distanza dall’ultimo evento, i Pain of Salvation tornano in Italia con un mini-tour indimenticabile.

Pain of Salvation live @ Crossroads (Roma)

Nonostante non amino definirsi “progressive”, i Pain of Salvation sono sicuramente una delle band più affermate nello scenario. L’elevata capacità tecnica, unita alla profondità dei testi e ad una espressività vocale assolutamente fuori dal comune, ne rappresentano il marchio distintivo. Dopo il tour acustico che ha preceduto il lancio di «Falling Home», il gruppo svedese è tornato in Italia con due tappe a Roma e a Milano. E lo ha fatto in grande stile: prestazioni al top, band affiatata come non succedeva da tempo e setlist sensazionale. Ma procediamo con ordine.

Uno degli aspetti che più ha preoccupato i fan negli ultimi anni è stata la precaria condizione vocale della mente del gruppo, Daniel GIldenlöw. Complice l’età che avanza, complici gli sforzi sovrumani a cui ha esposto la voce da vent’anni a questa parte, complici anche i vari problemi di salute che l’hanno colpito nell’ultimo periodo, è indubbio che le sue doti canore ne abbiano risentito notevolmente. Ma Mr. GIldenlöw non si è lasciato scoraggiare; già da qualche tempo si poteva notare un progressivo recupero della condizione, e la prestazione al Crossroads lo ha confermato: siamo ben lontani dai virtuosismi a cui ci ha abituato in passato, certo, ma possiamo dire che sia sul «percorso del rimedio» e che sia tornato in ottima forma. Chiaramente durante la serata anche il resto della band ha mostrato l’elevato spessore tecnico e artistico di cui è dotata; a tal proposito mi sento di dover spezzare una lancia in favore di Ragnar Zolberg, che ho tanto disprezzato e che invece si è rivelato essere un ottimo cantante e chitarrista. Sono rimasto piacevolmente sorpreso anche dall’alchimia e dall’affiatamento che li unisce, è bello ritrovare questa intesa dopo i numerosi cambi di line-up degli ultimi anni.

Ma veniamo al piatto forte della serata: la setlist è stata qualcosa di assolutamente trascendentale.

Le luci si spengono e, in mezzo al boato di acclamazione che si solleva dal pubblico, partono le prime note di Of two beginnings seguita da Ending Theme. Qui Daniel sbaglia le parole, ma glielo perdono. Ancora il pubblico si deve riprendere dagli schiaffoni presi, quand’ecco che partono in rapida successione Fandango e A Trace of Blood: a questo punto metà sala è già in preda al pianto disperato e incontrollato. Il tempo di riprendere fiato e si arriva all’intramontabile Ashes seguita da Linoleum, con la quale band e pubblico si scatenano mettendo a dura prova la resistenza del palco e del locale. Dopo la morriconiana To the Shoreline si torna alle origini con ! (Foreword), tra l’altro con un intermezzo violentissimo inusuale per la band, e si approda ad una fantastica versione a cappella di 1979 nella quale tutti e cinque i membri del gruppo dimostrano le loro abilità vocali, creando delle armonizzazioni assolutamente fantastiche: a mio parere uno dei momenti più alti e toccanti della serata. Dopo questo break soft, quasi sussurrato, si riprende in grande stile: se qualcuno ancora aveva una dignità, la perde col dittico Rope ends-Chain Sling. A seguire il blues contorto di No way – anche qui il testo diventa un optional – e la poeticità di The Physics of Gridlock. La band si allontana dal palco per prendere l’ovazione del pubblico e, dopo qualche minuto che sembra un’eternità, ancora col palco vuoto iniziano a risuonare le note di Falling. A quel punto la sala esplode: la band torna in scena e, concluso l’intro di pink floydiana memoria, parte il masterpiece The Perfect Element. A questo punto penso che meglio di così non possa andare, ma i Pain of Salvation sono sempre capaci di sorprendere: non ho neanche il tempo di realizzare cosa sia successo che parte Beyond the Pale. E a questo punto qualunque remora morale crolla di fronte al muro di emozioni e lacrime che sommerge la sala, e tutti si ritrovano in posizione fetale a piangere come bimbi. Con il refrain «we will always be so much more human than we wish to be» che ancora risuona nell’aria, la band si allontana definitivamente e il pubblico, dopo un lungo applauso, si avvia verso l’uscita.

È sempre difficile fare il live report di un evento, ancora di più se si tratta di uno dei tuoi gruppi preferiti: come si possono descrivere a parole le sensazioni e le emozioni che ti travolgono durante quelle due ore, l’adrenalina che entra in circolo, la bellezza di una voce così versatile da ricoprire l’intero spettro dell’emotività umana, la profondità di testi così intimi da entrarti dentro e colpirti dritto al cuore? Semplicemente non si può. Certe cose possono solo essere provate in prima persona, e se sono riuscito a far trasparire anche solo un minimo di quello che questo concerto ha rappresentato per me posso ritenermi pienamente soddisfatto. In attesa del nuovo album – con il quale la band sembra intenzionata a tornare allo stile di «Remedy Lane» – e dell’immancabile ritorno in Italia, non posso che ringraziare Daniel, Ragnar, Gustav, Léo e D2 per quello che mi hanno regalato con questa serata.

Pain of Salvation live @ Crossroads (Roma)

Grazie, Pain of Salvation.

Setlist:

  1. Of twho beginnings – Ending Theme
  2. Fandango
  3. A trace of blood
  4. Ashes
  5. Linoleum
  6. To the shoreline
  7. ! (Foreword)
  8. 1979
  9. Rope ends
  10. Chain sling
  11. No way
  12. The physics of Gridlock
  13. Falling – The perfect element
  14. Beyond the pale

A cura di Daniele Mu
Foto di Daniela Bannino e Silvia Carotti.

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