Steven Wilson @ Auditorium Conciliazione (Roma)

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Steven Wilson non sbaglia un colpo e ammalia il pubblico di Roma: in un mix di adrenalina, brividi e lacrime, l’artista e la sua super-band ripercorrono i migliori momenti di tutta la carriera.

Steven Wilson @ Auditorium Conciliazione (Roma)

Steven Wilson non ha certo bisogno di presentazioni per un pubblico di addetti ai lavori. Cantante, chitarrista, tastierista (e chi più ne ha più ne metta) inglese, raggiunge la fama mondiale principalmente con i Porcupine Tree, band progressive rock latitante ormai da qualche anno; proprio la “pausa” (tornerò più avanti su questo punto) del super-gruppo ha permesso a Wilson di dedicarsi al suo progetto solista (oltreché ai progetti paralleli e all’attività di produttore, cosa che gli ha permesso tra l’altro di dare nuova linfa ai capolavori di band quali King Crimson, Genesis e Jethro Tull). Si tratta di un’altra super-band, composta da Nick Beggs (basso), Guthrie Govan (chitarra), Marco Minnemann (batteria) e Adam Holzman (tastiere), manco a dirlo tutti top player nei rispettivi ambiti, con i quali evidentemente si sente più libero di sperimentare e presentare un sound più propriamente progressive.

Affezionato all’Italia, dopo le date di marzo è tornato a Cremona e Roma per la seconda parte del tour promozionale del nuovo album, “Hand.Cannot.Erase”. Come sempre, lo show all’Auditorium Conciliazione inizia in perfetto orario – beh, si sa quanto possano essere precisi e puntigliosi gli inglesi. Com’era prevedibile, vengono eseguite le tracce portanti dell’album: First regret/3 years older, la title track, Routine, Home invasion, Regret#9, la monumentale Ancestral e Happy returns/Ascendant here on. Wilson esegue altri pezzi del suo repertorio solista: Index, presentata in una nuova veste che – se possibile – la rende anche meglio dell’originale, e la malinconica The raven that refused to sing, che chiude la serata. Notevole anche la presenza di un brano inedito, scartato al momento della produzione di HCE, intitolato “My book of regrets”. Ma, all’improvviso, lo show prende una piega inaspettata: delle diciotto canzoni proposte, ben sei sono pezzi dei Porcupine Tree. Alcuni sono intramontabili, come Lazarus, Open car (che lo stesso Wilson, con quel british humour che lo contraddistingue, considera “gay metal”) e il masterpiece The sound of Muzak (e qui c’è mancato poco svenissi per la gioia); altri sono brani meno suonati dal vivo: Don’t hate me, Dark matter e Sleep together (vale lo stesso discorso fatto poco sopra). È probabile allora che Wilson abbia voluto rispondere con la scelta della setlist alla domanda che chiunque gli rivolge da diversi anni a questa parte: che fine hanno fatto i Porcupine Tree? E la risposta sembra essere sempre più lampante: io sono i Porcupine Tree, non c’è nessuna reunion stabile (anche se l’ipotesi di rivederli insieme sul palco della Royal Albert Hall non è da escludere a priori), mettetevi il cuore in pace. E a me, sinceramente, non spiace nemmeno troppo.

Come al solito, Wilson si rivela un artista a tutto tondo ed estremamente attento alla spettacolarità dei live: quasi tutti i brani sono accompagnati da video che li valorizzano ed esprimono al meglio il concept che sta dietro (spicca quello di Routine, di una bellezza disarmante); il che, si capisce, richiede un lavoro di coordinazione incredibile e una precisione di esecuzione maniacale. Niente di nuovo, in realtà: si sa perfettamente che le esecuzioni live non hanno praticamente nulla da invidiare al corrispettivo su CD; ma, al tempo stesso, ogni volta non si può non rimanere sbalorditi da tale abilità. In questo, Wilson è certamente aiutato dalla bravura dei musicisti che lo accompagnano. E qui va fatta una precisazione: per l’ultima parte del tour, Govan e Minnemann sono stati sostituiti da Dave Kilminster (che, per la cronaca, suona con un certo Roger Waters) e Craig Blundell. Come prevedibile, i due sono stati all’altezza delle aspettative dimostrando di essere musicisti di prim’ordine; anche se, devo ammetterlo, in alcuni passaggi le differenze nello stile si sono fatte sentire. Il live prosegue per due ore senza una interruzione o un calo di prestazione – se si esclude la rottura di una corda all’inizio di My book of regrets, ma sono incidenti che capitano. Il pubblico viene rapito dalla malinconia di Routine – highlight assoluto, per quanto mi riguarda – e galvanizzato da The sound of Muzak; l’Auditorium viene messo a dura prova dal delirio psichedelico di Ancestral per essere poi accarezzato e cullato dalle delicate note di The raven that refused to sing. E così, tristi per la fine dello show ma al tempo stesso totalmente appagati e in pace con l’universo, gli spettatori – molti adulti, ma anche molti ragazzi, che fa sempre piacere – lasciano l’edificio e attendono l’uscita dei loro idoli per un autografo e una foto.

Ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, Steven Wilson si conferma uno degli artisti più capaci nella scena progressive contemporanea. Incapace di sbagliare un album ed estremamente meticoloso nella preparazione dei concerti: ogni volta è come la prima, tanto che risulta difficile – almeno per me – dire quale sia quella che mi ha segnato di più. Quello che è certo, però, è che nella mia personale – e limitata, per carità – esperienza, al primo posto della classifica dei live si trova immancabilmente un (qualunque) show del geniale musicista inglese.

Setlist:

  • First regret
  • 3 years older
  • Hand.Cannot.Erase
  • Routine
  • Index
  • Home invasion
  • Regret #9
  • Don’t hate me
  • Lazarus
  • My book of regrets
  • Ancestral
  • Happy returns
  • Ascendant here on…
  • Dark matter
  • Sleep together
  • The sound of Muzak
  • Open car
  • The raven that refused to sing

A cura di Daniele Mu

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