Addio a Enzo Jannacci e Franco Califano

Quelli che la musica … l’hanno fatta sul serio! Storie parallele di Enzo Jannacci e Franco Califano, due miti di cui già sentiamo la mancanza.

Addio a Enzo Jannacci e Franco Califano

“QUELLI CHE dicono di aver scritto una canzone e poi non riescono nemmeno a scrivere la lista della spesa”. Iniziare così è d’obbligo. Oh yeah! Provateci; se da circa sette, otto, nove anni le uniche lettere con cui avete avuto a che fare sono quelle della tastiera del vostro computer vi risulterà arduo anche il solo compilare il fogliettino da portare al supermercato. Vi fermerete alle uova, dopo aver appena scritto latte, verdure, yogurt, pane. Li abbiamo salutati, Enzo Jannacci e Franco Califano. Prima di tutto due uomini.  Poi due artisti dal  temperamento molto diverso, come non se ne vedono nascere da troppi anni.  Enzo ne aveva 77.  Terminati gli studi scientifici nel 1954, si diploma in Armonia, Composizione e Direzione D’orchestra. Nel 1967 si laurea in medicina e, successivamente, per ottenere la specializzazione in chirurgia generale si trasferisce in Sudafrica, entrando nell’equipe di Christiaan Barnard (primo cardiologo ad aver effettuato un trapianto di cuore). Franco era nato nel 1938, la sua vita è stata costellata dalle più svariate vicende: disincantato latin lover, vantava centinaia di conquiste femminili; viene arrestato più volte per possesso di stupefacenti e per porto abusivo di armi, e sempre assolto per la non sussistenza del fatto. Vicende che non intaccano la sua corazza di uomo consumato ma che contribuiscono ad arricchirne il mito. Insomma, due personaggi che la musica l’hanno fatta sul serio.

“QUELLI CHE dicono di aver scritto una canzone e poi non riescono nemmeno a scrivere nemmeno il loro nome”. Oh yeah! Scrivere è una cosa seria. Parecchio. Enzo era uno che scriveva, e che scriveva cose bellissime. E che le ha trasmesse con la nobiltà di chi conosce i sentimenti e l’amicizia vera, come quella con Gaber, nata sui banchi del liceo. Il suo viso silenzioso, stralunato ma composto con i capelli d’argento e la pelle arrossata, era capace di suscitare risate e lacrime. È difficile dimenticare proprio la sua risata a denti stretti con cui esordisce in Se me lo dicevi prima, canzone specchio della sua genialità diretta. Proprio in quegli anni, a Sanremo, ha presentato brani emozionanti ed originali come La fotografia ed I soliti accordi, quest’ultimo in coppia con un esuberante Paolo Rossi. Canzoni i cui codici che ne determinano l’esistenza e lo svolgimento (scrittura, arrangiamento, testo, sonorità) stanno al loro posto per merito di una sapiente scrittura, ma ascolto dopo ascolto ognuno di questi inizia a tirarti per la giacca, facendosi seguire rubandoti all’altro. Ascolti, ma non sai se prediligi le parole o il caldo gioco degli ottoni, le ghost note della chitarra od il fraseggio del piano; quindi ti dividi e predisponi su livelli diversi di attenzione. Per un attimo sei vicino al trombone, al giro dopo su come è bella quella tal parola in quel contesto. Perché Enzo era in grado di far suonare bene anche parole orrende come WATER e BOILER. Solo con una grande personale idea di musica si può arrivare a tanto. Ho avuto la fortuna di vedere un suo concerto, in uno dei primissimi anni in cui, al pianoforte, lo accompagnava il fidato e bravissimo figlio Paolo. Un figlio che ha pienamente trasformato e vissuto con la propria sensibilità il messaggio e la musica del padre. Paolo Jannacci, fisarmonicista, pianista, compositore: un raro figlio d’arte con la sua propria grande arte tra le mani e nel cuore. Enzo, inoltre, ha gravitato a 360° per lo spettacolo, dal teatro al cinema, lavorando sempre con nomi importanti quanto il suo.  Tra le tante pellicole a cui ha partecipato, nel 1971 è protagonista de L’udienza, film estremamente d’autore di Marco Ferreri in cui si racconta di un uomo mite e comune chiamato Amedeo, ufficiale in congedo che dal Nord viaggia verso a Roma con la speranza di incontrare il Papa. Non ci riesce pur ostinandosi, trovando al fine la morte in Piazza San Pietro. L’udienza è un film importante, aperto a diverse letture, ma soprattutto è un’opera sul potere e sulla distanza e le barriere che questo crea con le persone. Temi cari ad Enzo che nelle sue canzoni ha sempre dato voce all’emarginato ed allo sconfitto.

Sotto qualche centinaio di chilometri se ne è andato anche Franco. Altra storia, altri modi di comunicare la realtà. Ed anche nel suo caso una realtà più vera del reale. Il cappello sulle ventitre, l’immancabile sigaro, i denti bianchissimi. I suoi successi parlano da soli: la canzone francese Une belle historie di Michel Fugain fu trasposta in italiano proprio da Franco, diventando Un estate fa; qualche anno fa i Delta V ne hanno fatto un tormentone di successo. La celeberrima Minuetto, scritta per una giovane Mia Martini. La conosciutissima Tutto il resto è noia, e la meno conosciuta Un tempo piccolo, portata in classifica anche dai Tiromancino. Riportare parte del testo è doveroso, proprio per la bellezza e l’originalità: “Dipinsi l’anima/su tela anonima/e mescolai la vodka/con acqua tonica/poi pranzai tardi all’ora della cena/mi rivolsi ad un libro come ad una persona/guardai le tele con aria ironica/e mi giocai i ricordi provando il rischio/poi di rinascere sotto le stelle/ ma non scordai di certo un amore folle/in un tempo piccolo”.

La qualità delle loro produzioni permette un’inconsumabile fruibilità, in cui ogni volta puoi tirar fuori un senso a seconda del punto di vista (e di ascolto) secondo cui ti poni. Ed è questa eccelsa qualità che contribuirà a renderci vivo il loro genio multiforme. Ci darà la possibilità di andarli a prendere sottobraccio ogni qual volta ne avremo nostalgia, voglia e bisogno, complici le tantissime e belle fotografie dei loro volti nobili e fieri. Ogni volta che di questi grandi artisti sentiremo la mancanza e tutte le volte che avremo necessità di capire qualcosa di noi e della nostra storia.

“Quelli che dicono di aver scritto una canzone, poi il giorno dopo non si ricordano nemmeno come inizia”. Oh Yeah! Ciao Enzo, ciao Franco. Già ci mancate. Grazie di tutto.

A cura di Lorenzo Maiani

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